La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

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A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

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di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

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17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan

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di Pier Paolo PASOLINI

Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i «luoghi» dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene «applicata», sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.

C’è un solo caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.

Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? E’ possibile prevedere un futuro come «fine di tutto»? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.

Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei «jeans Jesus»: «Non avrai altri Jeans all’infuori di me», si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità – subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte – faceva troppo ragionevolmente prevedere.

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Livorno a Sinistra – Cosa bolle in pentola?

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MovES – Movimento Essere Sinistra

Pubblichiamo il video della presentazione delle posizioni che gli ospiti della seconda giornata del Laboratorio della città di Livorno – Sì Livorno a Sinistra hanno delineato all’inizio del confronto con il pubblico.

Sono intervenuti: Franz Altomare (Movimento Essere Sinistra), Monica Gregori (Futuro a Sinistra), Simone Oggionni (Sinistra Ecologia e Libertà), Monica Sgherri (Rifondazione Comunista), Massimo Torelli (L’altra Europa con Tsipras).

Vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito, anche economicamente, alla partecipazione del Movimento Essere Sinistra a questo importante confronto.

Tanti nuovi frutti cresceranno sull’albero della sinistra, ma solo a patto che ognuno di noi faccia la sua parte.

Più forti saranno le nostre convinzioni, maggiore sarà la possibilità di cambiare le cose.

Abbiamo incontrato tanti compagni con i quali scambiare opinioni e punti di vista, e incontrarci è stato importante. Gli appuntamenti e le occasioni di elaborazione – anche attraverso divergenze e sani scontri dialettici – aumenteranno, e con essi, aumenterà giorno dopo giorno in noi quel sentimento di affetto e vicinanza che è il più bell’ingrediente per vivere e capire il concetto di democrazia e libertà di pensiero.

La “cosa rossa” e il blocco delle amministrative

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di Claudio BAZZOCCHI

Leggiamo che il tavolo della cosiddetta “Cosa rossa” troverebbe difficoltà a proseguire a causa del nodo delle amministrative e, quindi, delle alleanze. Ci sarebbe insomma una sorta di partito trasversale degli amministratori che resiste all’idea di rompere con il PD a livello locale.

Ora, che la questione delle alleanze e delle elezioni amministrative alle porte sia l’argomento di discussione di un tavolo che vuol dar vita a un nuovo partito della sinistra mi pare che dica alcune cose molto preoccupanti sulla natura dell’iniziativa. Infatti, non è preoccupante che si discuta e che ci si confronti, lo è perché si discute su cose di secondaria importanza.

Quando si decide di costituire un partito, infatti, prima dovrebbe venire il riferimento a una cultura politica condivisa su alcune questioni fondamentali: visione della società, forma-partito, collocazione del proprio paese nel Mediterraneo e quindi politica estera, come si interviene nel conflitto tra capitale e lavoro, crisi della democrazia e sue contraddizioni, euro ed Europa, egemonia dell’immaginario neoliberale e nuova capacità egemonica della sinistra (e qui si ritorna al primo punto sulla visione di lungo periodo).

Se si discute animatamente su alleanze ed elezioni, ciò significa che nessuno discute (magari animatamente!) sui punti fondamentali dell’identità politica. Peraltro, le alleanze si stringono sulla base di patti di programma. Non mi pare che si discuta nemmeno di programmi, cosa difficile se prima non si mettono in fila le questioni dirimenti che ho cercato di elencare prima. E qui il circolo diventa vizioso.

Ho parlato di “partito degli amministratori”. È un’espressione vecchia che risale ai tempi del PCI e che stava a indicare quell’ala cosiddetta riformista o moderata che richiamava il partito alla concretezza del governo contro chi ancora pensava a un’uscita dal capitalismo (anche se chi pensava a quell’uscita non pensava certo all’evento rivoluzionario traumatico ma a una strategia molecolare di avanzamento dei subalterni o di valorizzazione delle eccedenze che rimanevano fuori dal sistema industriale capitalistico). Sul partito degli amministratori c’è una pregevole letteratura sociologica che denunciò anche la sua progressiva autoreferenzialità. Importa qui però dire che all’interno di un grande partito di massa, radicato e strutturato, con organismi dirigenti veri a ogni livello, il confronto fra “amministratori” e “anticapitalisti” (permettetemi le etichette per semplificare) garantiva una dialettica di altissimo livello che rappresentò un arricchimento per quel partito, per i suoi dirigenti e suoi militanti.

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La memoria storica del comunismo italiano

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di Claudio BAZZOCCHI

Nell’orazione funebre per Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin si è chiesto il perchè il gruppo dirigente postcomunista non abbia fatto il dovuto per preservare la storia dei comunisti italiani e oggi Emanuele Macaluso stigmatizza l’intervista di Renzi a Repubblica, in cui il segretario del PD rivendica tutto sommato come positivo, per il suo partito, il non avere storia.

Ora, io penso che non si tratti di essere stati capaci o meno di custodire una storia e che il problema non sia certo Renzi che arriva buon ultimo a infliggere ferite nel corpo già morto della sinistra postcomunista italiana.
Il problema stava nella tesi di fondo che animò la svolta occhettiana e che sia Macaluso sia Reichlin fecero propria certificando il suicidio loro e di un intero corpo partitico. La tesi era quella che voleva l’esperienza e l’ideologia dei regimi del socialismo reale come la fonte primaria della cultura e dell’azione politica dei comunisti italiani.
Inoltre, diceva ancora quella tesi, dal momento che Marx rappresentava il riferimento comune dell’esperienza italiana e di quella sovietica, PCI e comunisti dell’Est erano accomunati dalla crisi del marxismo, dal totalitarismo e dal suo crollo.

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Stato, nazione, euro: hanno senso le lacerazioni interne alla sinistra?

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di Riccardo ACHILLI

La sinistra è incapace, specie quella italiana, di saper trovare soluzioni pragmatiche e di compromesso che le consentano di marciare unita, perlomeno verso obiettivi condivisi. Non è questa la sede per analizzare i motivi di ciò, credo che influisca il peso di tanta elaborazione culturale, come anche questioni più banali di egocentrismo intellettuale e di rancori mai sopiti, così come la coperta di Linus del senso di appartenenza identitaria che, specie in una fase di estinzione politica, fornisce (illusorie) sicurezze psicologiche, un pezzo di legno fradicio cui aggrapparsi mentre la corrente ti porta via per sempre. Non è però questo il tema che vorrei approfondire.

Il tema è quello dell’euro, dove, dentro l’esperienza fallimentare di Tsipras, si è aperto un enorme (e secondo me infruttuoso) dibattito identitario (cosa diversa da un genuino dibattito culturale) sul ritorno alla gestione statuale degli strumenti di politica economica, contrapposto ad un dogmatico internazionalismo.

Credo che sulla questione del rapporto fra sinistra e nazione, con riferimento al tema della trappola dell’euro, si faccia molta ed inutile confusione settaria, quando invece gli strumenti di ricomposizione sarebbero disponibili, solo ove si volesse cercare un confronto teso all’unità, e non alla spaccatura livorosa.

Il tema va inquadrato dentro quello del rapporto fra globalizzazione, Stati e nazioni, da un lato. E dall’altro, nel tema dei processi di liberazione nazionale, poiché è chiaro, oramai, dal calpestamento brutale della volontà popolare greca, espressa in un referendum ed in un precedente voto politico, che ci troviamo in una situazione nella quale una élite tecnocratica, poco democratica e molto autoreferenziale, decide le politiche economiche, non soltanto quelle monetarie, senza considerazione della volontà dei singoli popoli.

Se consideriamo la questione dell’euro un tema di liberazione nazionale da imposizioni esterne ai singoli popoli, penso che, prima di sparare cazzate e affibiare patenti di rossobrunismo e far risorgere dalla cripta assurdi internazionalismi proletari “senza se e senza ma”, avremmo il dovere intellettuale di esaminare la letteratura di chi, da sinistra, si è posto il tema concreto della liberazione nazionale del suo popolo da gioghi colonialisti o neo imperialisti. E la pratica di chi lo ha fatto politicamente, nel suo Paese.

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Caporalato? Rinfreschiamoci la memoria…

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di Marcello COLASANTI

Ieri un servizio su “Le iene” mi ha riportato un ricordo storico alla mente…

Il programma mostrava degli immigrati che lavorano nelle piantagioni siciliane per 1,50 euro l’ora sfruttati dai proprietari terrieri, i cosiddetti “caporali”. Gli stessi caporali che tengono in schiavitù donne rumene per fini lavorativi e sessuali, ricattandone i mariti; storia che va avanti da anni in Italia e che malgrado sia stata denunciata più volte dalle reti sociali locali, è stata resa pubblica dai mass media solo qualche mese fa.

Il ricordo in questione è diretto ai “carusi”.

In Sicilia “caruso” significa semplicemente “ragazzo”, ma tale parola e “carusaggio”, purtroppo, fino agli ’50 ha significato ben altro.

I baroni, proprietari terrieri e di miniere, pagavano ai genitori di un bambino (parliamo anche di 7-8 anni) una somma che sarebbe stata ripagata pian piano dal lavoro del suddetto; il problema è che tale cifra, oltre a maturare un interesse, era retribuita con salari giornalieri di pochi centesimi di lira. Praticamente, il bambino era schiavo per anni, spesso fino all’età adulta.

Il lavoro era massacrante e ne comprometteva a vita la salubrità del ragazzino, senza diritti, senza la minima norma di sicurezza; i bambini, schiavi, erano trattati in maniera disumana.

Tutti ricorderanno le vicende di “Rosso Malpelo” scritto da Giovanni Verga, in cui si narrano le condizioni dei carusi nelle solfatare, del 1880.
Si penserà che queste erano storie da “1800”, ma non è cosi.

Nel periodo fascista tutto ciò non cambiò di una virgola, anzi, gli stessi baroni, i proprietari terrieri e di miniere, i “caporali”, erano quelli che nella maggior parte dei casi portavano “la camicia nera” nel paese, ricoprendone il ruolo di gerarca come Segretario di fascio rionale e distrettuale, aumentandone il potere e distruggendo ogni minima speranza di rivalsa nei bambini sfruttati, impotenti davanti ad una macchina statale iniqua, partendo dai rappresentanti stessi.

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Quando Engels scriveva a Turati. Una lettura che farebbe bene a tutti. Anche ai sostenitori di Syriza

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Federico Engels – Lettera a Filippo Turati, 26 gennaio 1894.

Premessa redazionale

Il Partito socialista italiano (così dopo il Congresso di Reggio Emilia del 1893 fu denominato il precedente Partito socialista dei lavoratori italiani), pur non avendo avuta alcuna responsabilità diretta nei moti dei Fasci siciliani del 1894, per aver espresso la sua solidarietà ai lavoratori siciliani in lotta fu messo al bando e i suoi massimi rappresentanti denunciati alle autorità giudiziarie, mentre il governo Crispi provvedeva a sciogliere i circoli, le associazioni operaie e le Camere del Lavoro.

Lo scatenarsi della reazione e la nuova situazione politica venutasi a creare, posero ai socialisti il problema dell’opportunità dell’alleanza con i partiti democratici, che miravano al ristabilimento e al consolidamento delle libertà nell’ambito del sistema borghese.

Nel momento culminante della repressione dei fasci siciliani, il problema fu posto da Anna Kuliscioff e da Turati a Engels, il quale rispose con la famosa lettera, che qui pubblichiamo, a Turati del 26 gennaio 1894, consigliandolo di evitare una critica puramente negativa nei riguardi dei partiti “affini” e prospettando la possibilità di una alleanza dei socialisti con i radicali e i repubblicani per l’instaurazione di un regime democratico borghese possibilmente repubblicano.

Era però necessario, secondo Engels, che i socialisti entrassero nell’alleanza come “partito indipendente”, ben distinto dagli altri e pronto a riprendere l’opposizione all’indomani della vittoria della democrazia.

Tuttavia, nel gennaio del 1895, al III Congresso nazionale del Partito socialista italiano, tenutosi clandestinamente a Parma, si ribadì, con 34 voti favorevoli, 20 contrari e 2 astenuti, la tattica intransigente e settaria che fu approvata al Congresso di Reggio Emilia e criticata dallo stesso Engels.

Stranamente la lettera non è compresa nelle Opere Complete di Marx – Engels [avrebbe dovuto essere nel vol. 50, 1977] pubblicate da Editori Riuniti sulla scorta dell’edizione tedesca (Dietz) 1968). È però compresa nella raccolta Lenin, Sul movimento operaio italiano, Editori Riuniti, Le Idee 117, dicembre 1976. La lettera venne pubblicata sulla rivista di Turati, Critica sociale n. 3, 1° febbraio 1894.

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Londra, 26 gennaio 1894

Caro Turati,

la situazione in Italia, a mio parere, è questa.

La borghesia, giunta al potere durante e dopo l’emancipazione nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha distrutto i residui della feudalità né ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista, essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette per sempre, in ignobili speculazioni e truffe bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.

Il popolo lavoratore – contadini, artigiani, operai agricoli e industriali – si trova dunque schiacciato, da una parte, da antichi abusi, eredità non solo dei tempi feudali, ma perfino dell’antichità (mezzadria, latifondi del meridione ove il bestiame prende il posto dell’uomo); dall’altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai sistema borghese abbia inventato.

È ben il caso di dire con Marx che “noi siamo afflitti, come tutto l’occidente continentale europeo, sia dallo sviluppo della produzione capitalista, sia ancora dalla mancanza di codesto sviluppo. Oltre i mali dell’epoca presente, pesano su di noi anche una lunga serie di mali ereditari, derivanti dalla vegetazione continua dei sopravvissuti modi di produzione del passato, con la conseguenza dei rapporti politici e sociali anacronistici che essi producono. Abbiamo a soffrire non solo dai vivi, ma anche dai morti. Le mort saisit le vif” [Il morto tiene stretto a sé il vivo].

Questa situazione spinge a una crisi. Dappertutto la massa produttrice è in fermento; qua e là si solleva. Dove ci condurrà questa crisi?

Evidentemente il partito socialista è troppo giovane e, per effetto della situazione economica, troppo debole per contare su una vittoria immediata del socialismo. Nel paese la popolazione agricola prevale, e di gran lunga, sulla urbana; poche, nella città, le industrie sviluppate, scarso quindi il proletariato tipico; la maggioranza è composta di artigiani, di piccoli bottegai, di spostati, massa fluttuante fra la piccola borghesia e il proletariato. È la piccola e media borghesia del medioevo in decadenza e disintegrazione, la più parte proletari futuri, non ancora proletari dell’oggi. È questa classe, sempre faccia a faccia con la rovina economica ed ora spinta alla disperazione, che sola potrà fornire e la massa dei combattenti e i capi di un movimento rivoluzionario. Su questa via la asseconderanno i contadini, ai quali il loro stesso sparpagliamento sul territorio e il loro analfabetismo vietano ogni iniziativa efficace, ma che saranno ad ogni modo ausiliari potenti e indispensabili.

Nel caso di un successo più o meno pacifico, si avrà un cambiamento di governo, con l’arrivo al potere dei repubblicani “convertiti” [alla monarchia, ndr], i Cavallotti e compagnia; nel caso di una rivoluzione si avrà la repubblica borghese.

Di fronte a queste eventualità, quale sarà il ruolo del partito socialista?

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Il grande inganno della parola “riformismo”

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[tratto da “Dieci parole che hanno confuso l’Italia” di Omar Calabrese. Pubblicato sulla pagina Facebook “I Maestri del socialismo”]

Riformista, secondo il Dizionario è “chi vuole modificare con riforme e metodi legali l’assetto sociale e la struttura dello Stato; nell’ambito delle teorie socialiste, si contrappone a massimalista; est., sinonimo di socialdemocratico”.

Il riformismo, insomma, è un modo per far evolvere gli ordinamenti politici e sociali mediante l’attuazione di riforme graduali e progressive. In questo senso, riformismo contrasta con rivoluzione. Predica l’uso di metodi democratici, in contrapposizione a quelli autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni. Dal punto di vista storico, in effetti, il termine riformismo nacque per distinguere all’interno del movimento socialista coloro che sostenevano riforme graduali anziché la rivoluzione propugnata dai massimalisti (vale la pena rammentare che il programma di Marx ne Il Capitale contiene due varianti, quella appunto “massima” della presa del potere violenta e quella “minima” che si ottiene attraverso il consenso elettorale e l’alleanza fra le classi).

Più tardi, è diventato sinonimo di socialdemocrazia.

A partire dagli anni Ottanta, però, essere riformisti ha avuto piuttosto il significato di proporre riforme graduali di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali hanno cominciato a dichiararsi sostenitori di riforme radicali (orientate alla restaurazione).

Riformismo è così divenuto parola utilizzata anche a destra, con la conseguenza di neutralizzare un elemento ideale di sinistra, far apparire quest’ultima come conservatrice oppure come estremista.

Alcuni hanno pertanto proposto di usare il termine riformatore per la destra e riformista per la sinistra. Non a caso in Europa e negli Stati Uniti spesso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti riformisti, rispetto ai liberisti e ai democristiani, tanto da portare a certe convergenze con la socialdemocrazia. In Italia l’equivoco è corrente.

Si leggano alcune frasi tratte da un’intervista a Pier Ferdinando Casini apparsa sul “Corriere della Sera” nel 2009: “L’ex presidente della Camera: ‘noi con la sinistra riformista? Future alleanze, ma transitorie’”. A D’Alema Casini risponde non solo che l’appoggio al governo Prodi è impensabile (‘combatto la sinistra radicale anche perché favorisce il populismo radicale di destra’), ma che pure la prospettiva di un accordo con la sinistra riformista, se non impossibile, è di là da venire. L’idea di Casini è che popolari europei e socialisti europei sono alternativi, e possono convivere solo in determinate contingenze. “Come in Germania, dove saggiamente la sinistra riformista governa con i cattolici anziché con Verdi e comunisti, o come in Austria”.

Come si vede, si tratta di un caso nel quale riformista e radicale sono diversi, ma comunque orientati nella medesima direzione, e l’unica prospettiva esistente è l’alleanza occasionale e variabile con il centro.

Ma in molti discorsi di esponenti del centrodestra (ad esempio Tremonti e Gelmini) il riformismo viene indicato come una qualità essenziale del rinnovamento proposto dal Popolo delle Libertà. In questo modo, l’equivoco sul reale contenuto delle riforme proposte è assai produttivo, perché ancora una volta neutralizza un orientamento politico tradizionale.