In difficoltà

poveri

La Redazione

ANSA: “Le famiglie italiane “in difficoltà” con il pagamento delle spese per la casa sono circa 3 milioni, l’11,7% del totale. E’ la stima dell’Istat, secondo cui tanti sono i nuclei familiari che nel 2014 si sono ritrovati in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo, dell’affitto o delle utenze domestiche. […]”

“In difficoltà”.

Noi siamo un virgolettato. Una citazione che non vale nulla.

3 milioni di nulla. 3 milioni di comunità famigliari che non sono rappresentate da nessuno, che non vengono ascoltate, alle quali domani si chiederà con supponenza un voto.

Quel voto “utile” che non cambierà la vita a nessuna di quelle 3 milioni di famiglie, e che al contrario manterrà al caldo le posizioni di chi si ritiene sicuro.

Ma non guardiamo solo alle famiglie.

Come dicono le stesse statistiche sono quindici milioni gli italiani che vivono in disagio economico. E aumentano sempre di più i bambini che non godranno di una vacanza, o per i quali i genitori devono scegliere se e come farli curare per una malattia.

Sono i più colpiti dalla crisi e il continuare a realizzare politiche che privatizzano welfare e servizi costituirà l’innesco della prossima crisi.  

Ma non c’è bisogno di incrociare dati e statistiche. Basta guardarsi intorno. Lì, dove chi ancora gode di una posizione sicura, o i ragionieri delle banche, voltano lo sguardo. 

Secondo voi chi voteranno?

A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

faccialanger

di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

guerra

di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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Expo: alta scuola dell’ipocrisia

mondomac

di Giandiego MARIGO

L’EXPO di Milano: la scuola alta, forse la più alta, dell’assoluta ipocrisia, dove essa diviene arte della menzogna manipolazione e perbenismo. La premessa di una menzogna epocale posta a fondamento di una dichiarazione formale, apparentemente condivisibile.

Il teatrino maleodorante dei servi untuosi del capitalismo finanziario mondiale che fingono, compunti e persino commossi una partecipata compassione che non sanno provare, che non conoscono, che non appartiene affatto alla loro cultura competitiva ed ancor meno al loro modello filosofico o alla loro spiritualità inaridita. Che è, semplicemente, impossibile per loro, in quanto contraddice le premesse fondamentali della loro visione e della loro miserabile scala valoriale per la quale la morte dei molti, inutili e deboli, vale la ricchezza dei pochi. Per chi voglia prove si consiglia anche la semplice scorsa di un libro di storia.

Tutto questo essi fanno, ovviamente, con il massimo sfarzo, fedeli alla filosofia per cui la forma è contenuto, lontani anni ed anni luce dalla realtà di cui fingono d’interessarsi. Rinchiusi nei loro teatrini lussuosi circondati da magnificenti cornici, giocando il gioco crudele dell’apparenza, fra mille e mille inutili ruote di pavone. Obbligando persino Narciso a fingersi interessato ad altro che non sé stesso.

Lo fanno dall’Expo di Milano, dopo avere cacciato dalla città i propri ultimi, sin nella profonda provincia ed anche più in là. Dopo avere svuotato la città dal suo popolo sostituito da sagome di cartone vestite all’ultima moda. Mentre ai confini del loro “mondo perfetto” si spara ai migranti.

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Il senso del passato: le rivoluzioni si fanno per riscattare i nostri padri

anna

di Alfredo MORGANTI

Ho letto, proprio in questi giorni, ‘Anna’ di Niccolò Ammanniti. È un romanzo dove la decomposizione la fa da padrona: dei corpi, della vita, delle relazioni sociali, delle regole, di ogni forma di economia.

Ma dove, soprattutto, si raffigura in termini apocalittici la decomposizione del passato. Un virus micidiale, difatti, ha progressivamente ucciso tutti gli adulti, ed è pronto ad accanirsi con i più giovani giunti alle soglie della pubertà. Il mondo è così popolato da bambini e ragazzi abbandonati a se stessi e affamati, che in modo selvaggio, animalesco si contendono le risorse rimaste, incapaci di produrne di proprie, anche perché non c’è più elettricità, né acqua corrente, né un sapere.

Dominano il saccheggio, la sopraffazione, la disperazione. Man mano che gli anni passano, muoiono i ragazzi più grandi, quelli che conoscevano il mondo dei ‘Grandi’ e che ne tramandavano la memoria, mentre crescono bambini privi di ogni riferimento al passato, che alla lunga nemmeno sanno che un passato sia mai esistito. Una completa e progressiva tabula rasa storica. Tutto è destinato a scomparire, ma prima di ogni cosa, sta già scomparendo la civiltà umana, le sue ragioni, il suo senso. La storia.

Ho pensato, leggendo, che Ammanniti ci stesse quasi proponendo una metafora della ‘rottamazione’. In fondo, il virus dà un taglio netto a tutto ciò che è esistito, a tutte le generazioni precedenti, ne cancella esistenza e significato, porta con sé un unico, prolungato e definitivo oblio delle esistenze trascorse. Ciò non è solo tagliare radici, è proprio cancellare tutto.
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Dichiariamo illegale la povertà. Nel nome della nostra Costituzione

povertà

di Luca SOLDI

La giornata mondiale contro la povertà arriva, oggi sabato 17 ottobre, in un Paese che faticosamente prova a risalire la china, ma che ospita, malgrado i richiami ad essere positivi, più di 8 milioni le persone in povertà relativa e 4,5 milioni in quella assoluta. Non bastano i famosi ristoranti pieni ed i locali esclusivi con il tutto esaurito a nascondere un quarto della popolazione, che secondo i dati Eurostat è in povertà, mentre un terzo ne viene minacciato.

Nel nostro Paese il rischio di diventare povero, anche per la classe media e’ altissimo.

La probabilità di rimanere in condizioni di indigenza poi, è tra i più alti d’Europa. Il rischio e’ 32,3% rispetto alla media europea del 26%. Devastante anche la situazione dei minori indigenti. In Italia sarebbero un milione. Non troviamo aggettivi a definire, poi, la situazione legata alla dispersione scolastica. Arriva al 17,6% contro il 13,5% della media europea.

Un flagello di portata inimmaginabile dal punto di vista morale e sociale per un Paese che vorrebbe essere considerato come esempio per tutta l’Europa. Le nuove generazioni sono dunque inconsapevoli vittime di una lotteria genetica che ne vede segnato il destino fino dalla nascita.

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Venezia vive anche grazie a Klimt e Chagall. Non certo grazie al suo sindaco

klimt

di Francesco BORGHESAN

Che un sindaco di una città d’arte definisca l’opera di Klimt “modernariato” e pensi che la sua città possa privarsene per ragioni economiche (queste le notizie a meno di smentite) trovo sia peggio della distruzione dell’arco romano a Palmira o dei Buddha di Bamiyan.

In questi ultimi casi , per quando abominevole e barbarico, nell’atto di distruggere vi è il riconoscimento dell’importanza dell’oggetto distrutto sia esso o di tipo religioso (iconoclastia) o di tipo culturale (io sono il nuovo e prima di me non vi deve essere memoria). Nel caso del Sindaco vi è il vuoto pneumatico dell’utilitarismo.

Nell’universo dell’utilitarismo, un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro; perché è facile capire l’efficacia di un utensile, mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la letteratura o l’arte” (Nuccio Ordine).

Servono a dimostrare la carica illusoria del possedere e i suoi effetti devastanti sulla dignitas hominis.

Bataille diceva con lungimiranza, che i governanti che hanno solo il senso dell’utilità vanno presto in rovina. L’utilitarismo infatti favorisce l’ignoranza e l’ignoranza comporta la decadenza.

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Allo specchio, la verità

ritratto

di Giandiego MARIGO

Alla fine, diciamolo, si tratta di guardarsi dentro ed allo specchio. Fuori da ogni retorica, definizione o pomposità. Certo, l’Ipnosi ed il Sistema, certo la Società Consumistica e la Cultura Dominante, ma nulla di tutto questo potrà mai essere più forte e più reale della Verità.

Guardarsi allo specchio e dirsi come stanno, realmente, le cose. Si può continuare così? Possiamo proseguire nella finzione che tutto vada per il meglio e che questo sia il miglior mondo possibile?
Possiamo continuare ad ignorare i segnali che il Pianeta che vive attorno a noi ci manda?
Le definizioni stanno a zero, come le chiacchiere, l’umanità possiede occhi e cervello e se non li usa è una colpa ed il più grave dei suoi peccati…

L’umanità è dotata di capacità di comprensione e se finge di non capire lo fa per scelta, per stoltezza finendo con il meritarsi quel che le capiterà. L’evidenza ci circonda … in cielo, in mare, la Verità bussa alla nostra porta e cammina per le nostre strade…narrandoci la profonda differenza fra ciò che è e quel che ci raccontano.
L’Apparenza, nelle nostre ordinate e pulite città, costruite sul sangue e sul dolore, si sgretola, per mostrare l’orrore del nostro assoluto egoismo.
Abbiamo un cervello, abbiamo un’anima ed il Pianeta ci invia ogni sorta di segnale, continuamente. Questi segnali sono lì per tutti, basterebbe volerli vedere.
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(I’m) migrati

trenoaustria

di Michele CASALUCCI

Un interessante articolo di Alberto Ziparo pubblicato su “il Manifesto” dell’11 settembre (“Ridisegnare le città dell’accoglienza”), ha costituito lo spunto per alcune riflessioni, che si erano vagamente affacciate nella mia mente, e per le argomentazioni che seguono.

L’articolo prende in considerazione l’impatto (e avanza alcune specifiche proposte) che il gran numero di migranti hanno ed avranno sul patrimonio abitativo, sulla sua attuale dislocazione e individua alcuni possibili scenari di modifica e di intervento.

Mi ha colpito perché è un articolo, un intervento che, tralasciando la tematica generica dell’immigrazione, il prender partito rispetto alla questione dei migranti, a quanto sta avvenendo in Italia e in Europa, a quanto la cronaca di questi giorni riempie i giornali e le televisioni, affronta una questione specifica di merito, ed ipotizza alcune soluzioni concrete, di merito, rispetto ad una questione ben precisa come quella dell’urbanistica e del problema abitativo.

Ed io credo che sia proprio questa l’ottica che una posizione alternativa e radicalmente di sinistra debba assumere con decisione, oggi rispetto al problema dell’immigrazione. La capacità, cioè, di affrontare i problemi e le questioni conseguenti alla consistente quantità di persone che bussano alle frontiere dell’occidente, superando generiche prese di posizione, ed affrontando invece i problemi concreti e reali che essa pone, con tutto il suo carico di potenti contraddizioni e questioni.

Le forze politiche dominanti, i governi degli stati dell’europa, sono rimasti disarmati e confusi rispetto alla massa enorme di profughi che, sempre più massicciamente, si è presentata alle sue frontiere. Prima dal nord africa attraverso la frontiera spagnola; successivamente, affidandosi ad improvvisati barconi, navigando nel Mediterraneo è giunta in Italia per poi disperdersi, attraverso mille rivoli, verso l’europa del nord; dopo ancora attraverso la grecia e la turchia, utilizzando i paesi dell’est europeo per giungere ancor più rapidamente nelle zone ritenute più ricche e capaci di offrire migliori prospettive di sopravvivenza.

Che i governi europei e la stessa unione europea siano disarmati e confusi non è neppure un giudizio o una valutazione politica, ma la semplice osservazione delle continue e contraddittorie prese di posizioni da parte dei diversi governi o, addirittura, da parte di diversi rappresentanti di uno stesso governo!

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Razzismo e paura sociale. Un distinguo

americanx

di Turi COMITO

Il razzismo

Il razzismo è una cosa molto seria.
È una ideologia, cioè una visione del mondo basata su concetti più o meno astratti e più o meno sofisticati, che “spiega” il perché di alcuni fenomeni sociali, ne individua le ragioni, fornisce soluzioni. Fa, il razzismo, quello che fa qualunque altra ideologia o religione (pur’essa una ideologia): interpreta il mondo.
Il razzismo non è una ideologia che trova sostenitori solo tra le fasce di popolazione più ignoranti e culturalmente chiuse. Per niente. Storicamente è sempre stato una ideologia trasversale che si è radicato nel sottoproletariato come tra la colta borghesia.
La sua idea base è che le popolazioni umane non siano tutte uguali ma che esista, al contrario, un ordine gerarchico dove le popolazioni umane si posizionano in base a criteri variabili ma che, nella sostanza, tendono sempre a stabilire una graduatoria, dall’alto verso il basso.

Non esiste un solo criterio per definire la scala gerarchica, naturalmente. Di volta in volta, a seconda di dove l’ideologia razzista viene insegnata e praticata, può essere il colore della pelle, la religione, gli usi e costumi che alcuni gruppi etnici praticano, tutto questo e molto altro ancora variamente miscelato.

Il razzismo è discendente e ascendente. Cioè guarda verso l’alto e verso il basso. L’atteggiamento del razzista non è quello della repulsione verso la popolazione considerata inferiore o superiore. È, nel caso degli di razzismo verso gli “inferiori” quello della dominazione. Nel caso di razzismo verso i “superiori” la complicità, il desiderio di essere accettato. Salvo il caso, naturalmente, in cui il razzista si consideri facente parte della popolazione in cima alla scala.
Dunque per essere davvero razzisti occorre possedere un certo numero di informazioni, vere o false che siano, una discreta capacità di elaborazione intellettuale e la convinzione che le informazioni possedute e la logica che le tiene assieme siano vere, verificate e, in linea di principio, sempre verificabili.
Il razzismo è pertanto un fenomeno politico e della specie più strutturata: è ideologia.

La paura

Cosa ben diversa è la paura sociale. Cioè il sentimento di timore che una parte consistente di individui manifestano nei confronti di fenomeni sconosciuti o poco conosciuti ma considerati, complessivamente, a torto o a ragione, una minaccia alla propria sicurezza o alla propria tranquillità sociale e individuale.
La paura sociale si manifesta sempre attraverso la repulsione. Si respinge cioè il fenomeno col quale si viene in contatto o si scappa da questo per il timore che possa essere nocivo, al limite mortale.
I fenomeni che generano paura sociale sono quasi sempre fenomeni di grande cambiamento: politico (l’ascesa di partiti considerati pericolosi, di destra o sinistra che siano), economico (le crisi che determinano disoccupazione, malessere sociale), culturale (la richiesta di liberalizzazione delle droghe, lo sviluppo di tecnologie che stravolgono le abitudini consolidate) e demografico (l’immigrazione).
La paura sociale non è una ideologia. Non ha una visione del mondo organica e strutturata. E’ semplicemente un sentimento. Certo, allo stesso modo delle ideologie attecchisce trasversalmente. Si impossessa del sottoproletario analfabeta, come del borghese colto, come dell’intellettuale esterofilo ma, a differenza dell’ideologia, la paura è, come tutti i sentimenti, variamente esposta alle contingenze individuali e sociali che vengono percepite o fatte percepire. E’ mutevole, è instabile, è camaleontica e, il più delle volte, non sfocia in azioni politiche (cioè pianificate e coordinate) ma in episodi spontanei considerati di difesa in un certo momento e in un certo luogo: la fuga, l’atto violento, la sottomissione.

La paura usata per fare politica

Masse di popolazione che sono pervase da sentimenti sociali forti negativi (paura, odio) sono, come noto, più facilmente esposti alle manipolazioni politiche di qualcuno che freddamente pianifica azioni collettive mirate a raggiungere scopi specifici. L’indifferenza, l’apatia, non generano interesse verso qualcosa. La paura, l’odio, il risentimento sociale, sì. E se qualcuno offre risposte a questi sentimenti è facile che le risposte vengano prese sul serio. Senza rifletterci molto se vengono percepite come rassicuranti e risolutive del problema che genera il sentimento.
E’ in queste fasi, in cui le società sono attraversate da grandi sentimenti sociali forti (specie la paura e l’odio), che alcuni individui, politicamente esposti, vengono considerati o il capro espiatorio o, all’opposto, i salvatori della patria. Con tutto quello che situazioni del genere comportano.

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