Gli onanisti della Leopolda

leopoldaboschi

di Vincenzo G. PALIOTTI

Non c’è tanto da girarci intorno alla Leopolda per darle una definizione. Sic et simpliciter si può definirla “una enorme masturbazione mentale”, alla quale ammettono solo chi vive di queste pratiche.

Egli, il premier/segretario, la definisce sogno e invece è proprio l’espressione più chiara di chi si autocompiace con la pratica onanista. Woody Allen definisce l’autoerotismo “un modo di fare l’amore con la persona alla quale si vuole più bene”. Ed è esattamente così.

Si riuniscono tutti insieme come ad un congresso di “cultori della pratica” ed alla fine tirando le somme hanno goduto da soli senza coinvolgere che il loro ego, le loro enormi figure retoriche di un conservatorismo dei più scellerati ed antiquati possibili perché non conoscono ostacoli ai loro “sogni”.

Camminerebbero su un tappeto di cadaveri di amici e parenti pur di arrivare all’orgasmo dell’autocompiacimento narcisistico.

Ed è così perché sanno che al di fuori di quel contesto non si gode, si soffre della più grave crisi del mondo occidentale negli ultimi cento anni, si lotta per volerli sradicare dai loro posti, questi ignoranti di democrazia, di politica: affamati solo di potere, di benefici, di soldi.

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Occasioni perse e treni da prendere

di Roberto RIZZARDI

Ho commentato, in un social network, un post relativo alle “furbizie” del PD milanese, in ordine allo psicodramma dell’individuazione di un candidato di “sinistra” per le prossime elezioni comunali. Il post è stato scritto da un esponente di SEL, che stimo e apprezzo, ma col quale da un po’ di tempo mi ritrovo a battibeccare, essendo lui coinvolto, col suo partito, in un tentativo di salvataggio di “capra e cavoli” che a me sembra del tutto impraticabile.
Il post recita:

Ieri sera il PD ha fatto saltare la riunione del Comitato di Coalizione garante delle primarie milanesi… Non presentandosi.
Sembra che questo impedisca la partenza, il 7 dicembre, della raccolta firme per le candidature e di seguito lo slittamento delle primarie, cosa che il PD cittadino aveva fino all’altro ieri spergiurato non avrebbe fatto.

Bussolati cerca ora di attribuire a SEL e alle sue resistenze sulla candidatura Sala la colpa.

Al di là del metodo infantile pre-politico del segretario cittadino del PD questo inizia a comportare una sfaldamento nel suo gruppo dirigente cittadino.

C’è già qualche dimissione e l’ipotesi di una “sindrome Paita” si sta presentando anche nel capoluogo lombardo.

Il mio primo commento si riferiva in realtà alla domanda – retorica – che un altro interlocutore poneva relativamente al bisogno di mantenere una difficilissima collaborazione con compagni di strada riottosi (il PD), i quali in tutta evidenza vogliono imboccare altri sentieri. Forse ci si è già dimenticati che Pisapia venne eletto da un fronte di elettori che trascendeva abbondantemente lo storicamente minoritario elettorato di sinistra lombardo, lettura che comprendo bene possa disgustare alcune persone.

L’impressione che ebbi ai tempi della sua elezione, infatti, fu che Pisapia fosse il “farmaco sintomatico” che la borghesia milanese applicò per allontanare le esperienze fallimentari di Moratti e Albertini, cosa che io collego al coinvolgimento, assolutamente risolutivo, di Assolombarda nella campagna elettorale.
 Io credo che questi anni non siano stati ben spesi, non essendo riuscita la Coalizione Arancione a creare e cementare un’aggregazione meno occasionale e contingente, meno dipendente dall’appoggio moderato e meno esposta alle nefaste influenze di un PD renziano spregiudicato e, alla fine di tutto, animato da pregiudiziali sostanzialmente “anticomuniste”.

A differenza di quanto appare ipotizzabile per Roma Capitale, a Milano non è probabile un travolgente successo pentastellato e dunque a mio parere la città tornerà in mano al centrodestra. Un’occasione preziosa, unica e malamente persa, senza dubbio.

Le mie critiche non sono state ben accolte e mi è stato opposto un bilancio tutto sommato positivo dell’operato dell’amministrazione in carica, all’insegna del “ha ben operato, con alcuni limiti” e, argomentazione che si vorrebbe definitiva, giustificando certe convulsioni con l’esigenza primaria di essere responsabili verso i milanesi, cercando in tutti i modi di impedire un governo della destra eversiva (una declinazione dell’assai logoro principio del “voto utile”).

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Sel a Bologna. Nessuna credibilità

bologna

di Claudio BAZZOCCHI

Come in altre parti d’Italia, anche a Bologna l’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà vide la marginalizzazione di tutti quelli che provenivano dal PCI o dai DS. Li si accusò di non capire il nuovo avanzante e persino di essere vecchi non solo ideologicamente, ma proprio di età, con quella retorica generazionale che connotava il vendolismo che procedeva dalla Puglia.

A quel punto, successe che tanti cosiddetti vecchi si accodarono al nuovo verbo per stare con la parte vincente, con il capo e il suo cerchio magico pugliese, e altri, invece, caparbiamente provarono a opporsi a quella retorica della modernizzazione in nome di una cultura che ancora voleva parlare di capitale e di lavoro, di liberazione del lavoro, di socialismo, di corpi intermedi, ecc…

Fu una resistenza che non ebbe grandi risultati, schiacciata dai sondaggi che dicevano che il capo di Bari poteva addirittura scalare il PD con le primarie (strategia sostanzialmente approvata al Congresso di Firenze, quello per cui non contava il partito ma la partita, cioè la scalata al PD).

Ora, succede che quel gruppo dirigente che seguiva il capo e le sue retoriche si spacca al proprio interno, dal momento che non ci sono più partite e neppure più il capo carismatico accreditato dai sondaggi. Ognuno prova a mettersi ai ripari come può: chi più a sinistra, chi più a destra.

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Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

emilianomeloni

di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
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Bersani e la sindrome di Stoccolma

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di Vincenzo PALIOTTI

“Se io resto nel PD non lo faccio per una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il PD il centrosinistra non esiste più, perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo al di fuori del PD. La mia idea dell’Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel PD”.

Questo è quanto dichiara Bersani a La Repubblica a chi gli chiede perché resta nel PD. Come si fa a dire che senza PD non esiste il centrosinistra se il PD è più a destra di Forza Italia? Questo non lo dico io, lo dicono le riforme, i decreti che Renzi ha messo in atto e che Bersani stesso ha criticato, anche se poi “per disciplina di partito”, sue testuali parole, ha votato. Non una di queste è stata pensata guardando ai bisogni dei più deboli, si è andati in una sola direzione: compiacere la troika, la CONFINDUSTRIA le classi più protette che con questo governo lo sono ancora di più proprio grazie alle riforme che anche lui ha votato.

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Italicum: indietro tutta

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di Vincenzo PALIOTTI

Non capisco perché il premier/segretario si infervori tanto contro la minoranza del suo partito, visto che se ne stanno ormai andando quasi tutti.  Capisco che in un partito di destra è dura sopportare “focolai” di resistenza pseudosinistrorsa – veramente minimal -, ma il suo “potere” è arrivato ad un punto tale che si può permettere anche di delegittimare un popolo intero che ha votato un programma contrario a quello da lui posto in essere. Che forse non gli basta? Purtroppo scopriamo che è proprio così: non gli basta. La prova?

La sua marcia indietro sull’italicum, una pessima legge in ogni caso, che potrebbe cercare di provvedere ai “pericoli” di cui i sondaggi gli danno avviso. E allora, sotto a cambiarla per renderla inattaccabile alle opposizioni, e al volere dell’elettore, in modo da garantirsi la continuazione del potere che il premier/segretario dà per scontato, fissando il termine della suo mandato nell’anno 2023, quando forse non ci saranno che macerie da amministrare.

E tutte le manifestazioni di soddisfazione? I discorsi, più che altro twitt, che inneggiavano alla “bellezza” ed “utilità” di quella riforma? Gli abbracci e i baci dispensati dalla Boschi in Parlamento? Le critiche ai “gufi” e ai “professoroni”? Tutto falso? Si, tutto falso come lui, il premier/segretario, che nasconde la sua “brama” di potere assoluto, suo e dei poteri forti ma anche quelli “oscuri” e illegali, dietro alle necessità del Paese.

Necessità che disattende puntualmente perché la situazione socio/economica è sempre la stessa di quando è arrivato a “salvare la nave dal naufragio”, anzi forse è peggiorata perché oltre ai disastri programmatici si sta riducendo sempre di più la democrazia e la libertà, quella ci è rimasta.

Ma quella però di cui parlava Sandro Pertini: quando non c’è sintonia tra libertà e giustizia sociale l’unica libertà che ti resta è quella di morire di fame. Beh, ci siamo molto vicini.

La scelta di Ignazio

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di Vincenzo G. PALIOTTI

E’ un principio di democrazia. Lo so che sto parlando di cose che ormai sembrano avvenute un secolo fa, visto il totale cambiamento del quadro politico, ma quando Prodi, che nel 2008 era Presidente del Consiglio, fu assediato dalle tante richieste di dimissioni rispose che solo l’aula poteva decidere se il suo governo doveva restare o no alla guida del Paese.

Voleva guardare bene in faccia chi gli avrebbe negato la fiducia: naturalmente si riferiva a quelli della sua coalizione. Oggi la storia si ripete a Roma con l’aggravante che decidere in un senso o nell’altro non significa solo confermare o sconfessare il sindaco: significa una presa di posizione rispetto a quanto si è verificato nella capitale. Sfiduciare il Sindaco Marino oggi significa sfiduciare quella parte che vuole sradicare il marcio che è venuto fuori negli ultimi tempi, il malaffare, la corruzione, la mafia che si è instaurata in Campidoglio e che sta propagandosi a livello nazionale.

Significa soprattutto sconfessare la volontà popolare che ha eletto Marino con elezioni democratiche e regolari. Quella volontà popolare di cui parla la Costituzione e che invece, ancora in spregio della stessa, un “sedicente” partito politico con a capo il premier/segretario vuole ignorare, anzi, umiliare costringendo il Sindaco a lasciare senza un motivo plausibile se non per le distanze che intercorrono tra il modo di concepire la politica del premier/segretario di quel partito e quella che intende invece il Sindaco Marino. Differenze che partono dalla diversa collocazione politica dei due, il Sindaco è per un centrosinistra di sistema, concordo, ma è il premier/segretario che è marcatamente di destra.

E poi voglio arrivare alla morale delle persone di cui i due si circondano: da una parte un gruppo di indagati, condannati, collusi con un numero di rinvii a giudizio da Guinness dei primati e dall’altra chi vuole combattere tutto questo. Per cui l’epilogo di questa “storia”, che pare senza fine, chiarirà, a chi ha ancora gli occhi chiusi, quale è la parte sana del Paese e quale quella da combattere.

Ossia, chi si schiererà al fianco di Marino sarà chi è vicino al popolo ed alla volontà di cambiare il Paese e di fare finalmente pulizia. Chi lo osteggerà è chiaro che implicitamente accetta il ripristino della situazione che ha determinato “mafia capitale” perché la contesa si è spostata su questo terreno: connivenza col malaffare e tentativo di dare una buona amministrazione pur all’interno di questo sistema tirannico finanziario europeo. Una scelta difficile e di grandi responsabilità che non riguardano solo Roma, ma il Paese che attende da questo responso tante risposte.

Una piazza grande tira l’altra

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di Vincenzo PALIOTTI

Giusto un anno fa la “Piazza Grande” di Maurizio Landini lanciava una sorta di appello a riprendersi il Paese da chi lo aveva letteralmente “trafugato”, assaltato, depredato insediandosi non eletto alla guida di un governo che già nei suoi primi passi mostrava di aver cambiato, non solo verso, ma programma mettendosi a “disposizione” della troika europea e dei poteri forti in Italia e prendendo di fatto la fisionomia  di un governo conservatore di destra: la legge di stabilità lo conferma come lo confermano tutte le riforme messe in atto.

Ad un anno giusto di distanza da quella giornata un’altra “Piazza Grande” rivendica il rispetto della volontà popolare, quella piazza di persone che vuole Ignazio Marino sindaco di Roma, a dispetto del suo stesso partito di appartenenza, a dispetto del premier/segretario che gli si è schierato contro.

La “Piazza Grande” di oggi a Roma conferma il desiderio della gente di “aria pulita”, in contrapposizione a “mafia capitale”. Il desiderio della gente di aprire porte e finestre dei palazzi del potere per spazzare la polvere che ormai ricopre con uno strato spesso i principi con i quali amministrare una città, una Provincia, una Regione, il Paese.

Sotto quello strato spesso di polvere c’è l’onestà, la legalità, la giustizia sociale, la solidarietà che gli interessi privati degli amministratori precedenti avevano seppellito e che Ignazio Marino ha tentato di rimuovere (peccando a volte di ingenuità e di cattiva comunicazione, va detto).

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L’anno che ha indebolito i lavoratori

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di Nello BALZANO

25 ottobre 2014, la CGIL e la UIL in piazza, una piazza meravigliosa, per manifestare contro il JOBS ACT, più o meno in contemporanea all’interno della stazione della Leopolda, un tal Davide SERRA rispose alla manifestazione dicendo che bisognava abolire lo sciopero.

Tutti hanno stigmatizzato quell’affermazione, compresa la “potente” sinistra PD, che era un po’ schizofrenica, come sappiamo: intanto votava a favore del JOBS ACT. Bene, siccome non credo ai benefattori, soprattutto quando guadagnano soldi, trasferendo i capitali alle isole Cayman, oggi ad un anno di distanza dico che il suo finanziamento alle iniziative del premier stanno vedendo il rendimento. L’apatia che regna nei lavoratori è ai suoi massimi, oggi inoltre abbiamo parecchie centinaia di migliaia di lavoratori che non conosceranno più il significato di lotta sindacale, anzi di più non sapranno nemmeno cosa sono i sindacati, perché nominarli in regime di assunzione con il JOBS ACT, significa ricevere la lettera di licenziamento. Ha vinto Davide SERRA, ha vinto il cinico trasferimento, i miei complimenti.

Ma, come se non bastasse, in questi giorni le varie anime della sinistra stanno dibattendo, partito sì, partito no, alleanze sì, alleanze forse, alleanze no, dimenticandosi che c’è un pezzo di Paese che ha deciso di abbandonare il suo diritto di voto, o ancora peggio votare M5S e Lega.

Questi forse hanno un torto: non hanno letto Marx, si ricordano a malapena di Berlinguer, a qualcuno di loro se gli poniamo la dimanda: “sai chi è Antonio GRAMSCI?”, probabilmente in minoranza ti dirà che il fondatore dell’UNITÀ. Già perché voi che oggi vi perdete nei vostri sofismi, nelle vostre teorie, nelle vostre orgogliose prese di posizione, dimenticate che c’è un pezzo enorme di Paese, che non vota e vorrebbe votare per un partito che con sincerità e sacrificio difenda i suoi diritti. Esiste, fatevene una ragione: le vostre chiacchiere stanno a zero.

Oggi, l’unico risultato certo, lo ripeto, è che sta vincendo Davide SERRA.