Matrimonio all’italiana, bollito di famiglia naturale con contorno di unioni infedeli

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di Ivana FABRIS

Tolto l’obbligo di fedeltà all’unione civile perchè nessuno si confonda scambiandola per matrimonio naturale, punto di partenza dell’italica sacra famiglia naturale.
Bisogna riconoscere che questo è un governo profondamente attento alle tematiche ecologiste.
Dove c’è natura, c’è la Trimurti Renzi-Alfano-Verdini. Ed hanno un senso dell’umorismo mai visto prima.

Quindi, invece di togliere l’obbligo di fedeltà nel matrimonio, come sarebbe giusto per un paese che vuole definirsi evoluto e maturo, si toglie alle unioni civili.
Davvero, queste scelte scatenano un’ilarità incontenibile perchè se non sono paradossali sono proprio solo grottesche.

Il bello è che, secondo chi ci governa, così facendo la famiglia è protetta. E’ il festival della farsa, altro che Sanremo.
Trionfa l’amore, come ha dichiarato Renzi e siamo tutti felici dell’happy-end.
Perchè la cosa disperante è che c’è pure chi ci crede.

Eh sì, perchè le unioni omosessuali, l’adozione omogenitoriale sono contronatura e pertanto minacciano la naturalità della famiglia.
Quindi la famiglia è salva, la famiglia naturale è salva (poco importa se proprio questo concetto è contronatura, considerato che la famiglia così come la conosciamo è un’istanza sociale, determinata da modelli e bisogni sociali, NON naturali), con tutta l’ipocrisia che è contenuta nel modo di essere famiglia in Italia. Continua a leggere

Quelle insospettabili violenze

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di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

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Finché morte non vi separi

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di Ivana FABRIS

Vorrei una sinistra unita, chi più di me?
Ma unita che significa?
Per me, che ci sia un programma condiviso e che scardini quello che ci ha portati a questo stato di cose, quello che ha distrutto la sinistra in Italia.

Chiaro, ognuno ha la sua idea in proposito, ma curare la malattia con ciò che l’ha generata è a dir poco folle, perchè quantomeno ci vorrebbero dosi omeopatiche che stimolassero la capacità dell’organismo a reagire e non è questo il caso.
Qui, invece, si fa mucchio, si va all’ammasso per fare numeri. Numeri elettorali, naturalmente, e quindi la malattia si rafforza.

In primavera si vota in parecchie città, non ultima Milano e serve unirsi, dicono e diciamo tutti, peccato che non si voglia unirsi per fare della buona politica di sinistra, ma no, che, scherziamo?

Serve unirsi per sconfiggere i candidati della destra, ci dicono, infatti tanto per cambiare il nemico è alla porta (un altro) e quindi olè, tutti a combattere contro invece di pensare a costruire una politica che sia di sinistra davvero, unica vera arma contro la destra.

Mah, è davvero questa l’unità che volete?
Compagni io vi capisco ma dico anche di fare attenzione perchè siamo nel guado: per me o si comprende quale sia la verità storica oggi e cosa serva fare, o si fa il gioco di chi si garantisce e si vuole garantire rendite di posizione o piccoli e grandi poteri personali che però non sono il bene del paese, eh?

Ma ieri, al Teatro Quirino, pensate realmente che chi era presente, tra i vari nomi famosi, avesse in animo e a cuore i 15.000.000 (QUINDICI MILIONI) di poveri esistenti in Italia?

Se lo pensate, vi chiedo cortesemente di argomentare nel merito e se mi convincerete, vi sarò eternamente grata.

E vi sarò eternamente grata anche se riuscirete a convincermi che tutto quello andato in scena ieri, non sia solo marketing politico.

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…tu invece splendi

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di Ivana Fabris

Pier Paolo Pasolini è sempre stato una presenza importante nella mia vita.
Come ho già scritto in questo blog, ebbi modo, da ragazzina, di vivere in diretta il dolore della sua morte e, attraverso mio padre, anche di recepire un insegnamento che ha determinato la mia vita in modo inequivocabile: quello dell’avere il coraggio della verità.

Ma oggi non voglio parlare soprattutto di ciò che sia stato Pasolini come intellettuale marxista e finissimo pensatore, bensì vorrei parlare di lui come persona per quello che posso aver intuito attraverso le sue parole ma anche attraverso le sue espressioni, i suoi sguardi, i suoi sorrisi.
Era un essere umano incredibile ma viene troppo spesso definito visionario e anche profeta, concetti che non condivido affatto perchè ritengo che avere capacità di visione e di elaborazione, avere coraggio di vivere sino in fondo la tristezza che la consapevolezza lucida e persino aspra restituisce a chi ha la forza di guardare oltre ogni steccato, non rappresenti l’essere profeti ma semplicemente esseri viventi dotati sì, di grande intelligenza ma soprattutto di sensibilità.

Non mi riferisco a quel sentimento che spesso viene interpretato come una dominante femminile persino un po’ castrante, bensì a quella capacità di leggere ogni minimissimo aspetto della realtà, quella sorta di qualità che si affina nel tempo grazie all’intelligenza e grazie al saper amare ogni aspetto e forma della vita che ci circonda e ci appartiene. Ma soprattutto al saper elaborare ogni genere di vissuto, al saper essere sempre curiosi e attenti, al sapersi mettere in ascolto e in comunicazione attiva con tutto ciò che sta dentro e attorno a noi, al sapersi mettere in discussione e in relazione con quanto gravita nella nostra esistenza. Continua a leggere

La sinistra che non c’è

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di Ivana FABRIS

Dice: “La sinistra oggi per vincere deve unirsi”.
Perfetto. Ma qualcuno, di grazia, vuole dirci SU COSA?

In queste ore molti si stupiscono che questa nuova sinistra di cui parlano Fassina, Civati e Fratoianni, si divida proprio mentre nasce.
Io, invece, no.
Non mi stupisco perchè non sanno cosa vogliono diventare da grandi, perchè sono più preoccupati delle posizioni da assumere per le elezioni comunali che del Paese.

La loro preoccupazione più pressante, oggi, è quale comitato elettorale diventare, se stare col PD a fasi alterne o non starci o, questa è la vera chicca, che futuro nome dare a quella che dovrebbe essere una sinistra di governo (!), che quasi mi viene da ridere.

Nel dire no al PD, Pippo Civati dimostra se non altro di avere le idee chiare ma il fatto di averle, giustamente lo porta a smarcarsi.

E intanto che loro se la cantano e se la suonano su varie leadership o sulle convenienze elettorali, rimane, persiste e cresce la gravità dei fatti.

Il paese sprofonda ogni giorno di più in una crisi nera, il sistema democratico è sotto un attacco pesantissimo (mai visto prima dal dopoguerra ad oggi), il 30% delle famiglie italiane (secondo gli ultimi dati) sono alla soglia della povertà, il che significa NON AVERE da mangiare, la disoccupazione è a livelli spaventosi e, dulcis in fundo, stiamo entrando in un nuova guerra per onorare il nostro ruolo di servi degli americani, invece di usare quel denaro per finanziare la sanità e il welfare per evitare la macelleria sociale che presto vedremo e vivremo.

Ecco, davanti a questo scenario, non sarebbe il caso di darsi una svegliata, di mettere al bando le questioni di lana caprina, di DIMENTICARSI di QUALUNQUE TORNATA ELETTORALE e scrivere invece un PROGRAMMA sui temi che accomunano la sinistra in nome di tutti quegli italiani che la crisi la stanno pagando e soffrendo amaramente?

Ma quando scrivete di sinistra, cari leader, quando parlate coi cittadini che non ce la fanno più, un po’ di vergogna proprio non la provate, eh?

 


 

Una sinistra non c’è ma un’altra, invece, si sta organizzando e ci sarà.

È una sinistra propositiva e costruttiva, che guarda al domani, forte delle sue idee e delle sue proposte, ed è quella che leggete nelle parole del suo Manifesto.

 

Basta!

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di Ivana FABRIS

Non riesco a non pensare a lui.
Non faccio che chiedermi se avrà sofferto, se si sarà reso conto, se avrà avuto paura.
Sì, parlo di Aylan, la cui immagine ha devastato tutti quelli che ancora provano una morsa dentro ogni volta che pensano alla disperazione del popolo siriano come a quella del popolo palestinese e a quella di ogni popolo che soffre una guerra che non ha voluto.

La guerra…non possiamo nemmeno pensarci senza provare angoscia, se non addirittura terrore.
Eppure siamo al sicuro, ci sentiamo fortunati ma il più delle volte non comprendiamo che non si possa volgere altrove lo sguardo e tirare un sospiro di sollievo solo perchè non ci investe direttamente il fatto che, in paesi lontani, vite umane si spezzano come fossero matite di carta che qualcuno accartoccia con ferocia tra le dita.

Abbiamo paura di renderci conto che nessuno è salvo, che nessuno si salva da solo.
Qualcuno si illude che sia così, qualcun altro addirittura gioisce di queste morti e su questi non entro nel merito, non sono neanche degni di avere la mia rabbia, posso solo compiangere la loro sconfitta, il loro assoluto fallimento come esseri umani.

No, a me importa riflettere su chi, tra noi, ancora prova dolore per quei bambini morti ma poi recita una parte, poi finge con se stesso che tanto non gli sta succedendo in prima persona, che tanto non può nulla contro tutto questo orrore.
Non siamo mostri e quelle immagini e quelle informazioni comunque dentro lavorano e la coscienza, la civiltà che diciamo di aver acquisito insieme a quel po’ di sensibilità e di empatia che ancora residuano, ci portano inevitabilmente a sentirci colpevoli.
Non di rimanere vivi, non di essere fortunati a non vivere in paesi che vedono fame, miseria, dolore e morte.
Ci sentiamo colpevoli di non reagire.

In giro per la rete si legge un po’ ovunque un moto di dolore collettivo per l’immagine del corpicino di Aylan riverso sull’arenile.
Sembrerebbe dormire come tutti i bambini della sua età, a pancia in giù, sereno.
Ma basta un attimo e gli occhi corrono all’acqua che lambisce il suo corpo e alla sabbia bagnata che sporca il suo faccino.
Ed è a quel punto che l’orrore allaga la mente.
Un orrore senza confini che in un attimo si tramuta in dolore, in una sorda disperazione.

Ed è a quel punto che il senso di impotenza si fa spazio, perchè è a quel punto che ognuno di noi, capisce che non abbiamo la capacità di raccogliere tutto il dolore collettivo e per farne uno strumento che possa gridare un BASTA! da ogni paese del mondo.

Così, il vuoto si appalesa nella mente.
Un istante di vuoto in cui molti sentono di avere il dovere di gridare quella semplice parola e la gridano, ma non contro quei governi che stanno provocando le migrazioni di questi popoli ormai alla disperazione assoluta, non contro chi foraggia l’ISIS, non contro chi genera morte a danno di un’umanità fatta di migliaia e migliaia di bimbi come Aylan.
Non la gridano contro l’ONU che si prende tutto il tempo che le comoda per porre fine ad un genocidio, non contro la UE che non solo finge che il problema non la riguardi ma che addirittura attraverso alcuni dei suoi paesi appartenenti, fa affari con i signori della guerra vendendo loro armi e soprattutto non lo gridano contro il capitalismo che col suo imperialismo sta trascinando milioni di innocenti verso una fine atroce.
No. La gridano, invece, contro chi mostra la foto di Aylan.

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Le baruffe greche

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di Ivana FABRIS

Ci si affanna a discutere fino a litigare furiosamente su Syriza e si vedono e leggono cose che voi umani…

Gente che si vuol bene che se solo sfiora l’argomento Tsipras, poi se ne dice di ogni colore (soprattutto, rosso da un lato e biancoazzurro dall’altro).

Amici che non si parlano più fino alle prossime elezioni greche.

Gruppi che si spaccano e chi lascia emigra in Grecia.

Coniugi che si separano e uno ha il legale italiano mentre, l’altro, tassativamente greco.
Famiglie che si dilaniano fino a farne dei titoli buoni per le pagine di cronaca da pubblicare ad Atene.

Pronto soccorso psichiatrici in stato d’allerta, ma solo a condizione che lo psichiatra di turno conosca a memoria il giuramento di Ippocrate in greco antico.

Gente che si fa esplodere in giro per Facebook pur di difendere la causa tsipriota perchè un eroe romantico merita l’estremo sacrificio.

Il tutto mentre in Italia siamo alla canna nel gas perchè intanto che Renzi (figlio di una certa troika e non è un insulto) distrugge tutto e tutti, qui succede che…

la sinistra continua a non esistere in forma organizzata, ma nemmeno accennata, al massimo è un pensiero e per nulla organizzato pure quello;
– si avvalla ancora l’idea che il PD possa avere qualcosa di sinistra nei suoi programmi, ammesso che mai abbia avuto un programma ma pure un’idea anche lontanamente di sinistra;
c’è chi ancora discute di Bersani e Italia Bene Comune, e non c’è più il bene, non c’è più nemmeno il Comune e non c’è più neanche l’Italia. Su Bersani stendiamo una trapunta pietosa, inutile infierire;
– si pensa che Possibile incarni la sinistra quando è una sinistra di stampo americano-ulivista, quindi non è sinistra e se lo è, al massimo è ancora un centrosinistra, insomma un casino, ma in ogni caso di sinistra nemmeno l’ombra;
– c’è ancora chi crede che si debba rimanere nel PD per liberarlo dall’invasore renziano e vive con l’elmetto in testa, elmetto che ha rubato ad un tedesco durante l’occupazione nazista e che ha conservato come trofeo e perchè non si sa mai, dovessero tornare…;
– se fai una critica al sindacato o al partito, ti rendi conto che, alla fine, diventi un iconoclasta mentre tu non sei stato neanche battezzato, quindi con le icone non è che hai poi tutti questi rapporti;
– non puoi discutere con chi nel M5s si dice di sinistra ma professa che destra e sinistra sono un modo superato di leggere la realtà (il tutto tassativamente virtuale, obviously, perchè la democrazia è solo quella della rete, virtuale anche quella, what else?);
– se vuoi un programma di sinistra che sia radicale e risponda adeguatamente ad una destra radicale, sei divisivo su qualcosa che non è neanche mai stato unito, o forse hai saltato un giro mentre c’è stata la fuitina con relativo matrimonio riparatore senza che molti di noi se ne accorgessero.

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I bambini ci guardano

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di Ivana FABRIS

In questo ultimo periodo molti sipari si stanno alzando lasciando definitivamente intravvedere la realtà. Una realtà ormai completamente nuda. E cruda.
Crudo è guardare il treno ungherese, quel treno carico di dolore, di disperazione, di umiliazione di povere genti, brutalizzate dalla civile e moderna Europa che ancora una volta si è macchiata le mani di un crimine contro l’Umanità.

Umanità, che bellissima parola…
Una parola che in sè racchiude un mondo di immagini e di sensazioni calde e pacificanti, rassicuranti e luminose se pensiamo ad essa come al sentimento che dovrebbe connotare i popoli della Terra, tutti, senza distinzione di pelle, di religione di sesso e di censo.
Una parola che dovrebbe evocare esclusivamente sentimenti di dolcezza, di solidarietà e di affettività perchè racconta la fratellanza, quando la riferiamo al genere umano.

Eppure il tempo che viviamo ha svilito tutto il suo senso più alto e nobile.
Siamo sempre più isolati, sempre più guardinghi e sempre più afflitti da comportamenti che sfiorano la patologia quando addirittura non la esplicitano completamente.
L’anaffettività ci circonda e impregna sempre più ogni fascia sociale. Il conflitto non è più tra classe borghese e classe lavoratrice ma soprattutto tra tutti i ceti che costituiscono la società partendo dalla base della piramide, spesso solo per invidia e per una competitività mutuata, come comportamento, dalle classi più agiate.
Il solidarismo è quasi sparito persino nelle classi meno abbienti che lottano fra loro per avere un frammento in più di vivibilità ed è sgomitato di lato dal familismo amorale che permea con pervicacia quei ceti che ancora pensano di essersi salvati da soli.
E, l’unica verità, è che nessuno si è salvato da solo, unicamente siamo tutti più soli.

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I migranti siamo noi

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di Ivana FABRIS

Quando penso ai migranti, mi vengono sempre in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, là dove dice “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…“.
Le case…il tepore…la sicurezza.
Già, la sicurezza, eccolo qui il problema: i migranti ci tolgono la nostra sicurezza, la famosa sicurezza tutta italiana.
Quella del posto di lavoro garantito (certo, perchè la crisi economica l’hanno provocata i migranti), delle strade da percorrere la notte senza paura (certo, perchè la delinquenza comune in Italia non esisteva prima di loro, così come quella organizzata, difatti Vallanzasca era maghrebino o nigeriano), quella del non avere malattie (certo, perchè le epidemie o le parassitosi non sapevamo cosa fossero prima del loro arrivo qui).

Grottesco questo paese praticamente popolato da credenti che ‘ama il prossimo tuo come te stesso‘ salvo che non bussi alla tua porta, ma questo non c’era nelle avvertenze per l’uso, quindi possiamo autoassolverci senza nemmeno rivolgerci al confessore.
Non ho niente contro chi crede, sia chiaro, ma mi risulta davvero problematico accettare quello ‘scambiatevi un segno di pace‘ con la ferocia con cui si difende il proprio orticello.

Altro punto fondamentale: l’orticello.
Eh sì, siamo un paese di orticelli e non un grande e unico campo perchè qualcuno ci ha convinto che rinchiuderci nelle nostre tiepide case fosse la risposta giusta per la difesa di quel poco di illusoria sicurezza economica che ci eravamo conquistati.

Poco conta che una larghissima parte del popolo italiano se la sia guadagnata andando con la valigia di cartone in ognidove, a fare l’extracomunitario di altri e per altri nel mondo, navigando nelle carrette del mare, nelle stive e nelle III e IV classi di quelle bagnarole e andando ad ingrossare la conta dei morti inghiottiti da un mare che non era il loro.
Poco conta che fossimo additati come gente sporca, rozza, ignorante, brutale e di malaffare.
Conta, invece, dimenticarsi del proprio passato, delle proprie origini e delle proprie radici, quando invece SIAMO quel passato e quel passato è in ognuno di noi.
Conta, quindi, SEMBRARE ciò che non si è mai stati, ossia un popolo NATO ricco.

Nata negli anni ’60 e vissuta da tutta la vita a Milano, io me li ricordo quei volti dei migranti del sud, con lo sguardo perso nel freddo e nella nostra nebbia, che tanto erano invisi a molti milanesi ma che tanta ricchezza hanno portato in tutto il nord, attraverso lo sfruttamento della forza delle loro braccia.
E oggi vedo come il popolo africano e quello dell’est europeo, stanno, ancora una volta, portando ricchezza e non solo in termini economici, sempre permettendo, per necessità e bisogno, di essere sfruttati.
Per giunta, la nostra memoria, labile a fasi alterne e secondo convenienza, non ci fa ricordare che se il popolo africano è alla fame, la responsabilità è di tutti noi.

Quindi questa è la verità, che ci piaccia o no: i migranti fanno comodo solo che vorremmo ce ne facessero esclusivamente a nostro piacimento, decidendo sulla loro pelle di volta in volta, di caso in caso.

La cosa paradossale, è che uno come Salvini è consapevole di tutto ciò, ma in pasto al popolo leghista butta quei corpi senza vita da sbranare insieme a quelli di chi è sopravissuto al mare, pur di evocare una paura ancestrale, insita nell’uomo, come quella dell’essere invasi.

Questa, per me, è la vergogna più grande perchè l’abuso e la violenza contro i migranti, si moltiplicano esponenzialmente partendo da una menzogna che fa comodo e da una verità negata, amplificandole all’infinito.
Menzogna e verità negata, tra l’altro, buone per un popolo come quello italiano, che non ha mai smesso di essere usato e sfruttato, da chi lo governava e governa. Se non è essere sullo stesso barcone, tutto questo…

Eppure quello italiano è un popolo che nelle emergenze sa trovare le risposte giuste da dare all’altro che è in difficoltà.
La riprova sta nei siciliani che si adoperano in ogni modo possibile per offrire aiuti a queste genti disperate che approdano sulle nostre coste dopo viaggi a dir poco sconvolgenti.
Sta nel mobilitarsi all’Isola del Giglio per trarre in salvo quanta più gente possibile in occasione del naufragio della Costa Concordia senza badare se ogni vita umana salvata avesse i tratti di un africano o di un asiatico anzichè quelli di un caucasico.
Sta nel profondo senso di solidarietà e calore che dimostrano i nostri militari durante le missioni umanitarie, sta nel prodigarsi volontariamente quando accade una calamità naturale o nel mettersi quotidianamente e senza clamori al servizio di chi è in difficoltà.

Ma di questi non si parla mai abbastanza, sembra sempre che umanamente abbia più valore tutto il peggio che ci riguarda, che il popolo italiano sia complessivamente costituito da nichilisti, individualisti, approfittatori, cinici e anaffettivi.

Mi viene sempre da domandarmi perchè preferiamo ricordare ciò che una parte di noi è diventato senza invece dare mai risalto a tutti quelli che ogni giorno scelgono di rimanere umani.
Un’idea me la sono fatta nel rendermi conto che è la propaganda stessa a spingerci ad utilizzare questa dinamica, perchè alla fine questa lavora in favore di chi vuole metterci gli uni contro gli altri: perchè se non credo più nell’uomo, come valore imprescindibile, non farò nessuna fatica a combatterlo.

E’ vero, una parte di italiani si è chiusa nella strenua difesa di ciò che ha ottenuto, ma noi, invece, che sosteniamo gli ultimi della terra e lo facciamo con convinzione, pur affermando che il problema esista e che vada gestito alla radice e non con iniziative lasciate a quella generosità che ancora rimane in un’altra fetta di italiani, dovremmo avere più coraggio nel continuare a veicolare soprattutto un messaggio: i migranti siamo noi, perchè quella è anche la nostra storia e sta tornando ad esserlo.

Perchè con la crisi economica che, a differenza di quanto vuol farci credere la propaganda, non solo non è passata ma morderà ancora e ancora più in profondità, presto saremo noi il popolo greco e, per molti aspetti, anche il popolo nordafricano.
Anzi, in alcune parti del paese lo siamo già.

Il senso di quello che cerco di dire, è che sta a noi capire che dobbiamo con forza ritrovare la nostra storia e non solo dobbiamo smettere di rinnegarla ma, anzi, dobbiamo proprio farne una bandiera.
Dobbiamo smettere di vergognarci di provare sentimenti di solidarietà con chi è già totalmente alla disperazione, dobbiamo schierarci, essere partigiani anche in questo e dire ovunque che questa presunta e illusoria sicurezza per la quale si vuole scatenare una guerra fra poveri, serve solo a chi ci vuole affamare TUTTI.

Se solo capissimo l’importanza di diffondere capillarmente questo messaggio, incuranti delle risposte ingiuriose, già avremmo messo un granello di sabbia nell’ingranaggio.
Una cultura distruttiva non si cambia in un giorno e nemmeno in un mese tantomeno si cambia con gesti plateali bensì si modifica con i piccoli gesti e i piccoli passi quotidiani che ciascuno di noi può ed ha il dovere di compiere.

Perchè non sono le rivoluzioni armate a realizzare cambiamenti stabili e definitivi ma sono le rivoluzioni culturali a determinarli e la cultura è anche la cognizione di ciò che siamo stati un tempo, quando la povertà non era una vergogna ma uno stato che riguardava tutti. Quando sapevamo trasmettere la dignità della nostra condizione ai nostri figli insieme alla consapevolezza di ciò che questa rappresentasse.

Perchè la nostra cultura è un bene che, come il pane, va spezzato giorno per giorno, dividendolo giorno per giorno sia col nostro vicino di casa sia col migrante dai tratti somatici diversi dai nostri per comprendere che è dello stesso pane che abbiamo tutti bisogno e altrettanto della stessa condivisione.

Perchè nessuno è primo ma tutti possiamo essere ultimi, su questa terra.
Ricordiamocelo sempre.

 

 

 

(immagine dal web)

Appartengo dunque sono

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di Ivana FABRIS

 

La Destra è l’arte di raccontare le cose come sembrano.
La Sinistra è la voglia di raccontare le cose come sono.

(Francesco Gentilini Giannelli)

 

Sono figlia di mio padre e di mia madre ma non appartengo loro.
Mi hanno cresciuta ed educata, mi hanno dato valori importanti che porto in me, sui quali ho costruito la mia vita, dei quali non posso fare a meno.
Valori che guidano le mie scelte, che mi permettono di essere ciò che sono in una continua evoluzione e costruzione.
Valori che ho ricevuto e che ho trasmesso, che a mia volta ho elaborato da me stessa per poterli trasferire e far sì che chi li riceva possa elaborarli secondo il proprio sè.
Mio padre e mia madre sono la mia appartenenza nell’essere dentro di me attraverso tutti quei valori che mi hanno dato.
Appartenere è essere parte di, è avere delle parti da riferire a qualcosa o qualcuno. Non ha certo la valenza di diventare mero possesso di qualcosa o qualcuno, come ormai lo intendiamo.

La sinistra è mio padre e mia madre.
La sinistra è il mio modo di essere, è ciò che sono in ogni ambito della mia esistenza.
La sinistra non è tangibile in me ma è palpabile in ogni mia espressione: nel mio modo di percepire il mondo e gli esseri viventi intorno a me, nel concepire le relazioni umane in ogni ambito e forma.
Io appartengo alla sinistra perchè mi ispiro e riferisco ad essa, perchè ne faccio parte.
Ne costituisco un frammento ma non sono una sua proprietà ed essa non lo è per me: non ha muri da possedere e non ha stanze da poter comprare.

Si può però rappresentare e ogni espressione in cui la si esprima, può essere valida ma non determinante alla sua esistenza.
Puoi anche affezionarti se non addirittura amare la forma con cui la rappresenti ma la forma, alla fine, è un oggetto e l’oggetto, di per sè, non ha valore nei confronti di ciò che contiene. In questo caso, un’idea o un ideale, un progetto di vita.
E’ il contenuto che dà valore all’oggetto, non il contrario.
Specie quando il suo modo di rappresentarlo è artefatto se non addirittura contrapposto a ciò che esso è veramente.

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