Il nuovo partito? Sì, ma con cervello e passione

carpenteria

di Paolo Henrici DE ANGELIS

Vedo una gran voglia di un nuovo partito a sinistra (chiamatelo come volete). E noto anche tanti frettolosi tentativi di crearlo.

Fondare un nuovo partito è come sposarsi, pur sapendo che la maggior parte dei matrimoni si rompono o sono infelici: ci si dice che il nostro sarà diverso perché sarà dal basso, democratico, collegato ai movimenti (o sommatoria dei movimenti), veramente di sinistra, veramente ambientalista ecc. ecc. E già si mettono le mani avanti: no alla classe dirigente dei partitini, no alle nomenclature, società civile ecc.

Prima di disprezzare i partitini, bisognerebbe dimostrare di saper fare di meglio sul terreno proprio di un partito, la politica, l’organizzazione interna, i diritti degli iscritti, la partecipazione alle elezioni, la creazione di una classe dirigente di partito e di una leva di amministratori, di deputati, in prospettiva di uomini di governo capace e onesta (almeno).

Mi preoccupa che per ora la spinta al nuovo partito nasca in qualche modo per esclusione: base comune è essere incazzati con Renzi e pensare che sia imbattibile nel PD.

Renzi porta ancora più avanti una svolta moderata che per la verità parte da lontano e non si vede solo in Italia, anzi rappresenta una tendenza che è un approdo comune delle sinistre del continente europeo (il resto del mondo lo conosco in modo così vago che non ne parlo proprio).

Una tendenza che ha dietro di sé grandi forze, problemi e motivazioni. Renzi quindi non è un fungo malefico che ha invaso un organismo sano. Sono incazzato con lui, ma questa non è la base per un nuovo partito.

Un partito che nasca “per negazione” di quello che fa la parte preponderante della sinistra (non è più sinistra? chiamatela come vi pare) a mio parere sarà lacerato sulle scelte difficili.

Si parte con l’idea di essere “tra noi”, finalmente distaccati dai cattivi.

Poi si scoprirà che tra “noi” ce ne sono alcuni che non sono abbastanza “noi”: non sufficientemente radicali, o troppo; non abbastanza ambientalisti, o troppo; molto o poco comunisti; troppo per i diritti civili invece che per i diseredati, o il contrario; troppo settari, oppure troppo legati al mondo politico; chi troppo filo, chi troppo antiamericano; chi esita ad uscire da un partito che c’è per entrare in un’avventura incerta, chi non capisce come si faccia a non piantare Renzi, e così via.
Le vere spaccature poi vengono sulla politica delle alleanze, come è sempre stato. Possiamo decidere di non fare alleanze a costo di far vincere la destra (un po’ come i 5 stelle), oppure puntare a sfruttare anche il minimo spazio per governare. In mezzo, tutta la gamma delle opzioni possibili, e nessuno in grado di dire davvero quale sia giusta o sbagliata.

Di fatto il miglior partito possibile non può essere privo di ambizioni e interessi interni; e se governa, o anche solo se è influente, deve fare i conti con la forza delle idee moderate, con la influenza dei poteri economici, con la materialità degli interessi costituiti, con la realtà delle forze con cui si allea, tanto più quanto più è alto il livello del governo.

In più a volte assomigliamo alle caricature che fanno di noi gli avversari: settarismo, “tafazzismo”, atteggiamenti acidi e rancorosi, localismo, individualismo, incapacità di disciplina, sfogo di frustrazioni ecc. ecc.

Se si vuole fare un partito è necessario che abbia una leadership forte e coesa, in grado di guidarlo davvero. Non ne vedo le condizioni, adesso, e quindi eviterei di accelerare troppo il processo, ma anche di fare il processo anticipato ai leader esistenti.

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