Migranti: il vertice della vergogna

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di Riccardo ACHILLI

Si chiude a La Valletta il vertice sui migranti più vergognoso e fallimentare della storia europea.

Nessun accordo sulla redistribuzione dei migranti dai Paesi di prima linea, come il nostro, agli altri. Con Renzi, incapace di tutelare l’interesse italiano, che fa la consueta figura da cioccolataio, enunciando una teoria dello sviluppo dei Paesi africani da Expo 2015, basata cioè su agroalimentare e PMI.

Con Stati membri che prendono iniziative unilaterali, compresa la Svezia, nonostante il suo passato da Paese modello di accoglienza, che ripristina i controlli alla frontiera. Gli ungheresi che minacciano di dare fuoco ai migranti che la Germania dovesse respingere. La Slovenia che costruisce un nuovo muro.

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Expo: alta scuola dell’ipocrisia

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di Giandiego MARIGO

L’EXPO di Milano: la scuola alta, forse la più alta, dell’assoluta ipocrisia, dove essa diviene arte della menzogna manipolazione e perbenismo. La premessa di una menzogna epocale posta a fondamento di una dichiarazione formale, apparentemente condivisibile.

Il teatrino maleodorante dei servi untuosi del capitalismo finanziario mondiale che fingono, compunti e persino commossi una partecipata compassione che non sanno provare, che non conoscono, che non appartiene affatto alla loro cultura competitiva ed ancor meno al loro modello filosofico o alla loro spiritualità inaridita. Che è, semplicemente, impossibile per loro, in quanto contraddice le premesse fondamentali della loro visione e della loro miserabile scala valoriale per la quale la morte dei molti, inutili e deboli, vale la ricchezza dei pochi. Per chi voglia prove si consiglia anche la semplice scorsa di un libro di storia.

Tutto questo essi fanno, ovviamente, con il massimo sfarzo, fedeli alla filosofia per cui la forma è contenuto, lontani anni ed anni luce dalla realtà di cui fingono d’interessarsi. Rinchiusi nei loro teatrini lussuosi circondati da magnificenti cornici, giocando il gioco crudele dell’apparenza, fra mille e mille inutili ruote di pavone. Obbligando persino Narciso a fingersi interessato ad altro che non sé stesso.

Lo fanno dall’Expo di Milano, dopo avere cacciato dalla città i propri ultimi, sin nella profonda provincia ed anche più in là. Dopo avere svuotato la città dal suo popolo sostituito da sagome di cartone vestite all’ultima moda. Mentre ai confini del loro “mondo perfetto” si spara ai migranti.

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La morte: fermo immagine assoluto e totale

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di Franz ALTOMARE

 

Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco:

una che predichiamo, ma non pratichiamo,

e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.
(Bertrand Russell)

La morte assume sempre la forma e il colore di un corpo.
Certo che conta il contesto dove un’immagine viene pubblicata ma conta soprattutto il profilo e le finalità di chi la pubblica.
E vedo che su  Essere Sinistra si sta discutendo,  tra le altre cose, di guerre e di immigrazione.

Vorrei che si arrivasse a documentare sempre di più il legame causa-effetto tra la predazione delle risorse in Africa perpetrata dalle multinazionali con l’avallo esplicito dei governi cui fanno riferimento (compreso quello italiano),
la complicità delle oligarchie governative africane corrotte e indebitamente arricchite, la destabilizzazione politica del continente nero costruita a tavolino nelle stanze del Pentagono e della Casa Bianca che fomentano guerre per nutrire I’Impero dove interessi geostrategici e business,  compreso quello delle armi, coincidono sempre.

Se poi non si colgono queste relazioni consequenziali e infernali, e non si vuole vedere che persino l’ipocrita Unione Europea, “della pace e dei popoli”, forte anche,e soprattutto, per la propaganda di una sinistra di sistema asservita al neoliberismo e ai dominatori del mondo,  è anche l’altra faccia della NATO che sostiene e combatte guerre d’affari per il suo alleato americano;

se gli USA vengono visti da certi che ancora hanno l’impudenza di dichiarsi di sinistra come il migliore dei mondi possibili, e versano lacrime di coccodrillo ma dimenticano che anche soldati italiani sono stati attori in diversi ruoli in questo film dell’orrore, in Iraq, Afganistan, Libia, nei bombardamenti su Belgrado nel 1999 durante un governo di sinistra a guida Massimo D’Alema, in Ucraina sempre a diverso titolo in un’altra guerra creata a tavolino,
guerra strategica e di trivellazione voluta sempre dal premio nobel per la pace Obama;

se la democrazia americana per certa gente (di sinistra?) diventa addirittura un modello cui ispirarsi;

se in tutti questi anni si è preferito voltare lo sguardo dall’altra parte per non vedere, per non capire, perché non conviene e non è remunerativo, capire, se ancora oggi di fronte ad una foto cruda, terribile ma maledettamente reale perché la morte diventa reale nel preciso istante in cui un corpo cessa di vivere, si preferisce polemizzare sull’opportunità o meno di rappresentare la morte per quello che è,
un FERMO IMMAGINE ASSOLUTO E TOTALE,

se chi obietta perché non si parla del fenomeno e critica chi sceglie di far vedere, li mette sullo stesso piano di chi con tutte le immagini, di vita o di morte fa sciacallaggio;

se queste persone poi, per misteriose ma intuibili ragioni non riescono a trarre la conclusione politica più logica e coerente che implica una messa in discussione più generale del sistema con tutto quello che consegue;

se queste persone criticano le scelte di chi rappresenta queste immagini proprio perché inguardabili ma utili per mettere di fronte a una scelta che deve essere etica e politica insieme;

se tutto questo accade forse è perché per certe persone queste immagini di dolore e di morte sono davvero insostenibili…. oppure riflettono la falsa coscienza non di chi è cieco ma di chi non vuol vedere.

Stato, nazione, euro: hanno senso le lacerazioni interne alla sinistra?

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di Riccardo ACHILLI

La sinistra è incapace, specie quella italiana, di saper trovare soluzioni pragmatiche e di compromesso che le consentano di marciare unita, perlomeno verso obiettivi condivisi. Non è questa la sede per analizzare i motivi di ciò, credo che influisca il peso di tanta elaborazione culturale, come anche questioni più banali di egocentrismo intellettuale e di rancori mai sopiti, così come la coperta di Linus del senso di appartenenza identitaria che, specie in una fase di estinzione politica, fornisce (illusorie) sicurezze psicologiche, un pezzo di legno fradicio cui aggrapparsi mentre la corrente ti porta via per sempre. Non è però questo il tema che vorrei approfondire.

Il tema è quello dell’euro, dove, dentro l’esperienza fallimentare di Tsipras, si è aperto un enorme (e secondo me infruttuoso) dibattito identitario (cosa diversa da un genuino dibattito culturale) sul ritorno alla gestione statuale degli strumenti di politica economica, contrapposto ad un dogmatico internazionalismo.

Credo che sulla questione del rapporto fra sinistra e nazione, con riferimento al tema della trappola dell’euro, si faccia molta ed inutile confusione settaria, quando invece gli strumenti di ricomposizione sarebbero disponibili, solo ove si volesse cercare un confronto teso all’unità, e non alla spaccatura livorosa.

Il tema va inquadrato dentro quello del rapporto fra globalizzazione, Stati e nazioni, da un lato. E dall’altro, nel tema dei processi di liberazione nazionale, poiché è chiaro, oramai, dal calpestamento brutale della volontà popolare greca, espressa in un referendum ed in un precedente voto politico, che ci troviamo in una situazione nella quale una élite tecnocratica, poco democratica e molto autoreferenziale, decide le politiche economiche, non soltanto quelle monetarie, senza considerazione della volontà dei singoli popoli.

Se consideriamo la questione dell’euro un tema di liberazione nazionale da imposizioni esterne ai singoli popoli, penso che, prima di sparare cazzate e affibiare patenti di rossobrunismo e far risorgere dalla cripta assurdi internazionalismi proletari “senza se e senza ma”, avremmo il dovere intellettuale di esaminare la letteratura di chi, da sinistra, si è posto il tema concreto della liberazione nazionale del suo popolo da gioghi colonialisti o neo imperialisti. E la pratica di chi lo ha fatto politicamente, nel suo Paese.

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Voglio vedere crescere tutti i bambini del mondo

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di Elena TORALDO
Kinshasa, Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), 1977.
Una bambina di circa 10 anni, nera, con indosso un vestitino liso di colore incerto, è distesa a terra un po’ discosta dal ciglio di una strada periferica, sotto il sole di un pomeriggio africano. Non si muove. Una bambina di circa 10 anni, bianca, grassottella, con indosso certamente degli abiti nuovi e puliti, passa in macchina con la mamma e chiede alla mamma come mai una bimba fosse distesa in terra sotto il sole. La mamma risponde che “dorme”. La risposta non avrebbe convinto neanche un bambino di 3 anni ma la bambina bianca preferisce non indagare oltre. Forse intuisce la verità, forse è il tono usato dalla mamma a sconsigliare ulteriori domande.

Non ricordo. Ma so che quell’immagine è rimasta indelebile nella mia memoria fino ad oggi e riacquista nitidezza ogni volta che in Italia, al verificarsi di un qualsiasi evento scatenante, si riaccende la propaganda razzista e xenofoba.

E ogni volta mi chiedo come sia possibile che persone che invocano le radici cristiane del nostro Paese come un’armatura di protezione contro la ricchezza culturale del Mondo, possano dimenticare allo stesso tempo l’insegnamento di solidarietà e carità (non di pietismo, come ci ricorda Papa Francesco) insito proprio in quelle radici.
E mi chiedo come uomini e donne che vivono in un Paese che è l’8° potenza industriale del mondo, possano anche solo immaginare di impedire ad altri uomini e donne, meno fortunati per nascita (e non per scelta), di vedere crescere i loro figli.

La più lunga crisi economica dall’avvento dell’industrializzazione ci ha reso la vita meno facile, a volte decisamente difficile, ed ha esacerbato gli animi. È un fatto.

Ma permettetemi di avere il dubbio che sfogare la rabbia contro i più deboli non sia solo una reazione istintiva ma anche e soprattutto indotta e funzionale a coloro che sono i veri responsabili delle difficoltà che i cittadini italiani vivono tutti i giorni. Indotta da un lato, per indurci a sfogare la nostra rabbia e la nostra frustrazione verso un “nemico” inesistente e, dall’altro, per impedirci di valutare appieno le responsabilità gravissime di chi non solo non ha saputo (voluto?) governare la crisi ma ha anche consentito che la disuguaglianza esistente crescesse a dismisura.

L’Italia è il Paese europeo con una presenza di immigrati non cittadini assolutamente in linea (anzi, leggermente inferiore) rispetto agli altri Paesi europei di dimensioni simili al nostro. In compenso, però, è anche il Paese meno multietnico e quello dove meno vengono accolte le domande di cittadinanza. In Italia, nel 2014 si registrava una presenza di immigrati di 4.922.085 unità pari all’8,10% della popolazione. Nello stesso anno si è avuta nuova immigrazione per 350.772 unità, pari allo 0,58% della popolazione.

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Ci sarà sempre chi dice no

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di Claudia BALDINI

La storia dei popoli ce lo racconta. La povertà, la rabbia, la libertà negata, i conflitti di classe, prima o poi si oppongono al sistema che genera tali condizioni.
E si può anche vedere la differenza di contenuto di tale opposizione a parità di problematiche tra popoli che da secoli non conoscono altro e popoli che scivolano verso la povertà, la limitazione dei diritti, l’affievolirsi di speranze future.

Abbiamo quotidianamente sotto gli occhi l’estrema condizione di povertà e lotta per la sopravvivenza di popoli africani che sfocia in guerre tribali e/o religiosa, ma che non porta ad un cambiamento del governo di quei paesi in termini di onestà, di equità e sviluppo per quei cittadini.

Poi vediamo, ad esempio, il caso della Grecia. Sono chiare le differenze tra le due situazioni, ma vorrei richiamare l’attenzione su fattori che determinano reazioni diverse ai soprusi e alle ingiustizie.

Il primo fattore è l’Istruzione, la conoscenza della propria storia, l’impadronirsi del Sapere per scegliere.

E così può accadere che gli Tsipras e i Varoufakis abbiano il privilegio di essere nati nella culla della democrazia, ed anche della tirannia. Delle categorie del pensiero politico. E, quindi, sanno.
Comprendono che il modello che si è imposto in occidente ha radici antiche: sei libero di farti la tua ricchezza se sei più furbo ed istruito di altri.

Mi scuso davvero per queste orribili semplificazioni, ma mi sono imposta di essere quella che sono, la famosa ‘casalinga di Voghera’ che chissà perché è tanto vituperata.

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Correnti d’umanità

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di Sil Bi

In queste settimane di sbarchi e di campagna elettorale, il tema dell’immigrazione è tornato alla ribalta del dibattito pubblico.
Nel dibattito di venerdì 16 maggio alla Camera sull’operazione “Mare Nostrum” si sono ascoltate frasi come queste: “Dobbiamo capire che andare, molto semplicemente, in mezzo al mare a fare bella mostra di sé e a recuperare queste barche significa attrarre nuovi flussi migratori che noi non possiamo gestire.” (Fabio Rampelli) “Chi si deve vergognare qui dentro sono coloro che, approfittando delle disgrazie e della disperazione altrui, invece di fare quello che ogni Paese civile dovrebbe fare, ovvero cooperare ovvero prevenire ovvero fermare alla fonte questi viaggi della morte, fanno un motivo di carriera politica sulle disgrazie altrui” (Davide Caparini) “La missione doveva costituire un deterrente per organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi dei migranti dalle coste dell’Africa territoriale verso l’Italia e (…) invece Mare nostrum incentiva fortemente la partenza dei migranti verso le nostre coste favorendo quindi gli illeciti profitti di tali organizzazioni. È ormai affermata l’idea che basta partire dalle coste africane, chiedere soccorso alle autorità italiane per essere raccolti in mare dalle nostre navi militari, che sono utilizzate come impropri taxi del mare, magari a pochi chilometri dai porti di partenza, ed essere portati presso i centri di accoglienza italiani.” (Laura Ravetto)
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Ci son dei mostri

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di ma(nu)

Ci son dei mostri
In fondo al mare
Che non eran mostri
Prima di annegare

Erano uomini
Che non volevan partire
Con la maledetta colpa
Di non voler morire

Ci son dei mostri
In fondo al mare
Che non eran mostri
Prima di annegare

Solo bambini
Per amore abbandonati
Fiducia nella vita
Insegnata da genitori condannati

Ci son dei mostri
In fondo al mare
Che non eran mostri
Prima di annegare

Forse animali
Dai macelli scappati
Oh certo animali
Tali e quali stipati

Ci son dei mostri
In fondo al mare
Che non eran mostri
Prima di annegare

E ci son dei mostri
In uno specchio riflesso
Quando abbiam scelto
Di non averli addosso

La ferita del mare

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di Ivana FABRIS

Ci sono viaggi che intraprendiamo con entusiasmo per la voglia di andare ‘al di là del mare’ a scoprire nuove terre e nuovi mondi, a scoprire nuove culture, per riempirci gli occhi e la mente di nuove esperienze.
Ci sono viaggi che, invece, nemmeno ci sfiorano i pensieri, che non faremmo mai.

Sono i viaggi ‘della speranza’ in cui, per tutta un’Umanità dolente, i nuovi mondi rappresentano la possibilità di sfamarsi, di trovare una casa per ripararsi e far crescere i propri figli lontani dalle atrocità delle guerre, quelli in cui le nuove terre assumono il significato di maggiori possibilità di sopravvivenza.

Ma non c’è essere umano che salga su quelle imbarcazioni senza sapere che stia per solcare immense mareggiate di dolore.

Un dolore assoluto, universale, quello che il Mediterraneo racconta con l’urlo che sale dalle sue profondità in cui sono sepolti migliaia di cadaveri.
Poche ore fa un’altra immane tragedia di cui il mare custodirà il ricordo, serberà il dolore per centinaia di vite spezzate.
Poche ore fa, quell’urlo ha squarciato nuovamente il silenzio, nel silenzio delle coscienze di tanti, troppi italiani.
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Primo Maggio. La voce di Carlo Petrini

Primo Maggio

Dal palco del concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma si è udito un messaggio forte per la popolazione italiana e di tutto il Mediterraneo. E’ il messaggio di Carlo Petrini, il Presidente di Slow Food che da anni sta promuovendo un diverso modello alimentare ed economico per l’Occidente. Un modello che è l’unico a poter scongiurare le prossime crisi finanziarie, insite e connaturate allo stato attuale delle cose, e la tragedia alimentare per miliardi di persone. Un modello politico, economico, comportamentale, che va dall’individuo, alla società, al mondo della produzione, al senso stesso dell’essere umano. Senza concetti astratti e visioni utopistiche. Ma umane e concrete.

Ci sono Paesi, come la Cina, che per pochi soldi comprano la terra degli africani. Bisogna che gli africani riconquistino la loro terra“.
In questo momento migliaia di africani stanno provando a lasciare la loro terra e ad attraversare il Mediterraneo. I mari dove oggi muoiono gli immigrati africani ci devono ricordare i mari in cui morivano i nostri bisnonni e nonni che emigravano verso l’America. Dobbiamo rispettare questi nostri fratelli“.

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