L’albero delle sigarette

illegal

di Francesco GENTILINI GIANNELLI

C’è un albero che fiorisce mozziconi di sigarette. L’ho visto, giuro che esiste.
Si trova in un paesino a pochi chilometri da Bruxelles, in direzione di Louvain-la-Neuve, nel cortile di un centro per richiedenti asilo.
Ho lavorato per un anno in quel centro, ma ho notato quella strana fioritura nicotinica solo di recente, in una mia visita da ormai ex-lavoratore.

L’albero si trova proprio sotto ad una terrazza dove alcuni rifugiati armeni (che di sigarette ne fumano tante) passano il tempo a conversare con una bevanda calda, e intercetta quindi quasi tutti i lanci dei mozziconi ormai terminati che volano oltre la ringhiera.

Il corollario di filtri arancioni che addobba il platano, un po’ come fosse sempre il natale dei tabagisti, è visibile solo dall’alto, da sopra la terrazza.

Una pianta che inconsapevolmente diventa il monumento delle infinite ore attese in non-luoghi che da transito diventano precarietà permanente per centinaia di migliaia di migranti. Tempi eterni tramortiti ma non del tutto ammazzati che comunque precludono spesso altri problemi futuri, e a volte definitivi.

IL TREND DEL RIFUGIATO

In questi giorni il tema della migrazione e dei rifugiati è assurto a “trending”, ovvero è diventato uno di quei temi che non solo compare sulle prime pagine di tutto il mondo, ma sfonda pesantemente anche nei social network, spinto dall’onda di una massa di utenti che pubblica, commenta, condivide notizie e video.

Come mai adesso? Perché non prima, quando le immagini di migranti accampati intorno alla Stazione Centrale di Milano, annegati o recuperati nel Mediterraneo, lasciati morire nel deserto o respinti da muri illegali (già, Orbàn, il primo ministro ungherese, non s’è inventato niente) riuscivano comunque ad arrivare sui nostri telegiornali?

Non può essere grazie alle migliaia di volontari e operatori dei vari servizi che dedicano le loro giornate (spesso sottopagati, i secondi) a queste opere di soccorso e di bene. Quelli c’erano già, da anni e decenni.
Ma adesso sono molti di più. O meglio, a loro si affiancano molti cittadini che cercano di fare la loro parte in quella che concepiscono essere una battaglia di civiltà.

Come mai, quindi, questo sviluppo?

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La ciclicità storica delle tragedie

aylan

di Marcello COLASANTI

Studiando la storia e le sue tragedie, penso che ognuno di noi avrà pensato almeno una volta:
“Ma com’è possibile che sia accaduto tutto ciò?”
“Le persone come hanno fatto a non rendersi conto di quello che stava succedendo?”
“Perchè l’hanno permesso?”

Le tragedie storiche vengono sempre approcciate con lontananza, magari anche con un coinvolgimento emotivo in alcuni soggetti, ma come qualcosa temporalmente e mentalmente distante; cose “di tanto tempo fa”, cose di quando “c’era un’altra mentalità”.

Ma le persone di “tanto tempo fa”, con la loro “altra” mentalità, non sono in realtà cosi distanti e diversi da noi e non si accorsero meno di quanto noi, oggi, ci accorgiamo di ciò che sta accadendo; non furono più complici e colpevoli di quanto lo siamo noi.

Gli avvenimenti odierni ci suggeriscono proprio questo; la “massa” non comprende la pericolosità di ciò che sta accadendo, ma non solo nella morte stessa che già basterebbe, ma nelle menti, nelle reazioni, nelle “soluzioni” che la gente pensa e vorrebbe.

Poco importa che una data situazione si sia creata anche per colpa loro, che qualcuno fugge da qualcosa che lui ha creato, l’attaccare e destabilizzare continuamente aree per il mantenimento di un’egemonia forzata; soprusi antichi, ma sempre uguali…

Ma chiaramente questo non è stato creato “da lui”, il cittadino tedesco, ungherese, italiano, francese, che si sveglia la mattina per lavorare, ma da chi lo rappresenta, o meglio, comanda. Una persona pensante che comprende e ricorda le azioni di chi lo comanda, non attaccherebbe il disgraziato, chi è dietro di lui, chi è costretto a scappare, ma se la prenderebbe con chi ha costretto quel qualcuno a scappare… Ma se questa “massa” non conosce la realtà, perchè l’unica di cui dispone è quella misitificata, oppure non la ricorda (per sua colpa), ecco l’occasione d’oro da parte dei veri colpevoli di rafforzare la propria posizione, girando le colpe dall’alto, verso il basso. Quando un operaio se la prende per la propria condizione con un poveraccio, è il capolavoro delle classi dominanti.

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La morte: fermo immagine assoluto e totale

nonvedenti

di Franz ALTOMARE

 

Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco:

una che predichiamo, ma non pratichiamo,

e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.
(Bertrand Russell)

La morte assume sempre la forma e il colore di un corpo.
Certo che conta il contesto dove un’immagine viene pubblicata ma conta soprattutto il profilo e le finalità di chi la pubblica.
E vedo che su  Essere Sinistra si sta discutendo,  tra le altre cose, di guerre e di immigrazione.

Vorrei che si arrivasse a documentare sempre di più il legame causa-effetto tra la predazione delle risorse in Africa perpetrata dalle multinazionali con l’avallo esplicito dei governi cui fanno riferimento (compreso quello italiano),
la complicità delle oligarchie governative africane corrotte e indebitamente arricchite, la destabilizzazione politica del continente nero costruita a tavolino nelle stanze del Pentagono e della Casa Bianca che fomentano guerre per nutrire I’Impero dove interessi geostrategici e business,  compreso quello delle armi, coincidono sempre.

Se poi non si colgono queste relazioni consequenziali e infernali, e non si vuole vedere che persino l’ipocrita Unione Europea, “della pace e dei popoli”, forte anche,e soprattutto, per la propaganda di una sinistra di sistema asservita al neoliberismo e ai dominatori del mondo,  è anche l’altra faccia della NATO che sostiene e combatte guerre d’affari per il suo alleato americano;

se gli USA vengono visti da certi che ancora hanno l’impudenza di dichiarsi di sinistra come il migliore dei mondi possibili, e versano lacrime di coccodrillo ma dimenticano che anche soldati italiani sono stati attori in diversi ruoli in questo film dell’orrore, in Iraq, Afganistan, Libia, nei bombardamenti su Belgrado nel 1999 durante un governo di sinistra a guida Massimo D’Alema, in Ucraina sempre a diverso titolo in un’altra guerra creata a tavolino,
guerra strategica e di trivellazione voluta sempre dal premio nobel per la pace Obama;

se la democrazia americana per certa gente (di sinistra?) diventa addirittura un modello cui ispirarsi;

se in tutti questi anni si è preferito voltare lo sguardo dall’altra parte per non vedere, per non capire, perché non conviene e non è remunerativo, capire, se ancora oggi di fronte ad una foto cruda, terribile ma maledettamente reale perché la morte diventa reale nel preciso istante in cui un corpo cessa di vivere, si preferisce polemizzare sull’opportunità o meno di rappresentare la morte per quello che è,
un FERMO IMMAGINE ASSOLUTO E TOTALE,

se chi obietta perché non si parla del fenomeno e critica chi sceglie di far vedere, li mette sullo stesso piano di chi con tutte le immagini, di vita o di morte fa sciacallaggio;

se queste persone poi, per misteriose ma intuibili ragioni non riescono a trarre la conclusione politica più logica e coerente che implica una messa in discussione più generale del sistema con tutto quello che consegue;

se queste persone criticano le scelte di chi rappresenta queste immagini proprio perché inguardabili ma utili per mettere di fronte a una scelta che deve essere etica e politica insieme;

se tutto questo accade forse è perché per certe persone queste immagini di dolore e di morte sono davvero insostenibili…. oppure riflettono la falsa coscienza non di chi è cieco ma di chi non vuol vedere.

Basta!

kobane

di Ivana FABRIS

Non riesco a non pensare a lui.
Non faccio che chiedermi se avrà sofferto, se si sarà reso conto, se avrà avuto paura.
Sì, parlo di Aylan, la cui immagine ha devastato tutti quelli che ancora provano una morsa dentro ogni volta che pensano alla disperazione del popolo siriano come a quella del popolo palestinese e a quella di ogni popolo che soffre una guerra che non ha voluto.

La guerra…non possiamo nemmeno pensarci senza provare angoscia, se non addirittura terrore.
Eppure siamo al sicuro, ci sentiamo fortunati ma il più delle volte non comprendiamo che non si possa volgere altrove lo sguardo e tirare un sospiro di sollievo solo perchè non ci investe direttamente il fatto che, in paesi lontani, vite umane si spezzano come fossero matite di carta che qualcuno accartoccia con ferocia tra le dita.

Abbiamo paura di renderci conto che nessuno è salvo, che nessuno si salva da solo.
Qualcuno si illude che sia così, qualcun altro addirittura gioisce di queste morti e su questi non entro nel merito, non sono neanche degni di avere la mia rabbia, posso solo compiangere la loro sconfitta, il loro assoluto fallimento come esseri umani.

No, a me importa riflettere su chi, tra noi, ancora prova dolore per quei bambini morti ma poi recita una parte, poi finge con se stesso che tanto non gli sta succedendo in prima persona, che tanto non può nulla contro tutto questo orrore.
Non siamo mostri e quelle immagini e quelle informazioni comunque dentro lavorano e la coscienza, la civiltà che diciamo di aver acquisito insieme a quel po’ di sensibilità e di empatia che ancora residuano, ci portano inevitabilmente a sentirci colpevoli.
Non di rimanere vivi, non di essere fortunati a non vivere in paesi che vedono fame, miseria, dolore e morte.
Ci sentiamo colpevoli di non reagire.

In giro per la rete si legge un po’ ovunque un moto di dolore collettivo per l’immagine del corpicino di Aylan riverso sull’arenile.
Sembrerebbe dormire come tutti i bambini della sua età, a pancia in giù, sereno.
Ma basta un attimo e gli occhi corrono all’acqua che lambisce il suo corpo e alla sabbia bagnata che sporca il suo faccino.
Ed è a quel punto che l’orrore allaga la mente.
Un orrore senza confini che in un attimo si tramuta in dolore, in una sorda disperazione.

Ed è a quel punto che il senso di impotenza si fa spazio, perchè è a quel punto che ognuno di noi, capisce che non abbiamo la capacità di raccogliere tutto il dolore collettivo e per farne uno strumento che possa gridare un BASTA! da ogni paese del mondo.

Così, il vuoto si appalesa nella mente.
Un istante di vuoto in cui molti sentono di avere il dovere di gridare quella semplice parola e la gridano, ma non contro quei governi che stanno provocando le migrazioni di questi popoli ormai alla disperazione assoluta, non contro chi foraggia l’ISIS, non contro chi genera morte a danno di un’umanità fatta di migliaia e migliaia di bimbi come Aylan.
Non la gridano contro l’ONU che si prende tutto il tempo che le comoda per porre fine ad un genocidio, non contro la UE che non solo finge che il problema non la riguardi ma che addirittura attraverso alcuni dei suoi paesi appartenenti, fa affari con i signori della guerra vendendo loro armi e soprattutto non lo gridano contro il capitalismo che col suo imperialismo sta trascinando milioni di innocenti verso una fine atroce.
No. La gridano, invece, contro chi mostra la foto di Aylan.

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