Un futuro grilliano ci attende

Vignetta M5S

di Roberto RIZZARDI

Non credo sia un mistero il fatto che non nutro nei confronti di M5S aspettative di segno positivo. Le ragioni della mia diffidenza sono di natura eminentemente politica e vanno un pochino oltre gli aspetti di coerenza fin qui rivendicata (dimostrata?) dal movimento.

Quello che intendo è che, al di fuori della puntuale condanna del malcostume e oltre gli esercizi di “presentabilità” morale, non riesco a intravedere un programma che vada oltre la sconfitta dell’orrido PD, peraltro necessaria.

Inoltre il mantra del superamento di “destra e sinistra”, insieme ad alcuni discutibili, a mio parere, pronunciamenti positivi nei confronti di Casa Pound e certe esternazioni su mafia e fenomeno profughi confliggono irreparabilmente con il mio personale sistema di valori.
Date queste premesse, la comune aspirazione ad un maggior rigore etico e morale nella cosa pubblica non basta a farmi superare questa distonia.

Detto questo io semplicemente credo che il profilo e l’esperienza professionale, sia di Grillo che di Casaleggio, abbiano loro consentito di attenuare in maniera determinante la cattiva stampa che, almeno inizialmente, accolse il movimento, fino a riuscire addirittura a ribaltare la situazione e a creare un vero e proprio fenomeno mediatico di straordinario successo.

E’ quella che, con un termine caricato di un’aura negativa, ma non per questo tecnicamente inesatto, possiamo definire una manipolazione ben riuscita, e il fatto che i pifferai che vennero per suonare alla fine furono suonati non aggiunge altro che una nota di beffarda soddisfazione.

Un ulteriore successo propagandistico è costituito dal fatto che il movimento si è messo lucidamente nella condizione di non poter influire su nulla, dato che non ha i numeri per farlo e che si guarda bene dallo stringere alleanze (avendo in questo buon gioco), riuscendo a far passare questa perseguita impotenza quale elemento di discriminazione a suo danno.

Il movimento, intendiamoci, è effettivamente discriminato ma questo, nonostante il vittimismo attivamente sbandierato, è voluto e profondamente funzionale alla strategia politica grilliana, la quale si sta dimostrando straordinariamente efficace (grazie anche all’attiva collaborazione di un PD sempre più inqualificabile).

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M5s alternativo al sistema? Ne siete davvero sicuri?

Grillo-Casaleggio

di Riccardo ACHILLI

I 5 Stelle possono vincere?
Certamente, per la fase attuale del capitalismo sono addirittura funzionali, desiderabili.

Rappresentano il passaggio finale della destrutturazione della società trasformata in monadi di generici cittadini egoisti ed infelici, formalmente liberi di vagare in uno spazio darwiniano di opportunità precostituite e disponibili per il più forte, sostanzialmente profondamente soli nel deserto delle libertà formali, eliminando gli ultimi bastioni della rappresentanza e del pubblico, inteso come anelito ad un interesse collettivo prevalente su quello individuale.

In questo senso, sono persino più funzionali al capitalismo post fordista dei fascisti, che in fondo continuano a collocare una entità statuale, seppur autoritaria, al di sopra degli interessi individuali e di classe.

Dentro una dialettica fra cittadino onesto che desidererebbe solo girovagare nelle lande solitarie delle opportunità, come un coyote affamato alla ricerca di cibo, e una casta di disonesti rinchiusi nella loro cittadella rifornita di viveri, vi è soltanto la volontà di ampliare lo spazio dell’ipercompetizione, livellando il playing field ed al contempo la volontà di eliminare definitivamente la dialettica di classe, in un omogeneizzato mondo di cittadini-liberi immersi nel darwinismo, che era il sogno dei borghesi che fecero la rivoluzione francese, o quella statunitense.
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Un po’ di memoria storica?

cinematografia

di Vincenzo G. PALIOTTI

In questi giorni ho tentato di scrivere qualcosa sul razzismo crescente, sul rigurgito fascista che il nostro Paese sta vivendo, sull’omofobia dilagante e mi sono reso conto che l’impresa non è certamente facile perché, il fascismo, con tutto il resto appresso, non è per lo più un movimento politico, è una patologia di massa, come la definì Wilhelm Reich, il famoso psicoanalista allievo di Freud in “Psicopatologia di massa del fascismo”.

Tutto ciò che non tollera, tutto ciò che non ammette opinione diversa dalla propria, tutto ciò che è certezza, ma senza la fatica dello studio, della controanalisi, del dialogo, tutto ciò che è ricerca di una sicurezza posticcia alle proprie paure e alle proprie nevrosi da addebitare a un nemico, può essere inquadrato appunto nel fascismo.
Bisognerebbe quindi analizzare ogni genere di comportamento per poi determinare chi si può definire fascista.

Tralascio la violenza che è peculiare dei loro gruppi organizzati, che il ministro degli interni “tollera” in contrasto con la legge n. 645/1952 che “sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma,la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ossia quello nazista). Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni
“.

Tra l’altro questo tipo di fascismo è riconoscibile quindi in teoria più “controllabile” ed emarginabile, naturalmente se lo si vuole fare.

Quello che fa più paura è quello, appunto patologico, dell’uomo della strada, delle masse che incitate dai nuovi fascisti – con propaganda subdola ampiamente gonfiata dai media – a pratiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di agire, anche senza saperlo, abbracciano questa ideologia e con le loro considerazioni trascinano chi non è in grado di capire dove arriva il ragionamento cadendo quasi sempre nel luogo comune, fascista, e nel qualunquismo, fascista.

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La soluzione? La Coalizione!

coalizione-sociale

di Vincenzo G. PALIOTTI

Sto meditando sul nuovo “slogan” del governo, che pare già sia in campagna elettorale [sic!].

Tutto questo non ci sorprende, se pensiamo che è da quando questi si sono insediati che coniano uno slogan al giorno per convincere la gente sulla loro indispensabilità. Indispensabilità che non ritroviamo nei risultati economico/sociali che sono del tutto scadenti: anzi, sono peggiori di quando andavano entusiasti di quel 40,8%, praticamente fasullo, che giustificava la loro “svolta” a destra.

Oggi ,dicevo, “lo slogan” in voga è: se non ci riconfermate finisce che al governo ci andrà Salvini o Grillo, ovvero “non ci sono alternative”. Niente di più falso e di tendenzioso. E’ vero che c’è un’ondata xenofoba e razzista che sostiene sia il leader della Lega che quello del M5S: il loro cavallo di battaglia è la lotta al “clandestino”. Però è anche vero che messe insieme le due forze arrivano, forse, a quel 40% (molto meno) testimoniando che la maggioranza del Paese non è con loro e con le loro idee.

L’alternativa esiste sempre, come scriveva Grazia Naletto sul Manifesto. L’alternativa, ove mai non ci fosse, la si può creare poi solida, compatta, efficace seguendo quei movimenti civici che Landini guida con attenzione e senza lo spirito distruttivo e narcisista dell'”uomo solo al comando”, con il contributo di uomini di grande spessore. Uomini che hanno per statuto la Costituzione ed hanno come slogan, unico e indiscutibile: “La Costituzione è la via maestra”. Con lui, infatti, si sono aggregati uomini come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà che vedono proprio nella Costituzione l’esprimersi di quegli strumenti (il nostro reale toolkit), ignorati dal governo, per superare i momenti difficili del nostro Paese.

E sì, perché deve essere chiaro a tutti che la crisi nazionale, legata a quella mondiale, va affrontata e combattuta all’interno delle istituzioni, della Costituzione appunto e delle leggi dello Stato. Una sorta di “guerra” tra la parte onesta del Paese e quella che pensa al proprio tornaconto cercato soprattutto fuori dalla legalità. Ed in questo nessuno dei tre “contendenti” può garantire quanto invece affermano e vogliono realizzare i sostenitori della riscossa civica.

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Non aiutiamo Grillo lasciando l’Italia senza alternative credibili

votiinutili

di Roberto RIZZARDI

In questa tornata elettorale, così ricca di implicazioni, tra i tanti registri di lettura emerge che l’elettorato piddino di sinistra, così sbertucciato da Renzi, ha fatto tre scelte differenti, tutte dipendenti da quella, principale, di non votare più PD.

Dunque, ha optato per qualche proposta di sinistra-sinistra oppure ha evitato di votare, ma non pochi elettori, alla fine, hanno votato il M5S il che, a mio avviso, denuncia un chiaro stato di disperazione e prostrazione.

Il movimento infatti, nonostante un’apparentemente condivisibile attenzione alla questione morale, accoglie troppo facilmente istanze e gradimento dichiaratamente di destra o beceramente populiste.

Forse l’appeal proviene dalle caratteristiche di alcuni esponenti dei Cinquestelle.

È relativamente facile considerare come interlocutore un Di Maio, perché è concreto, determinato, ma pacato, e anche se raramente mi trovo d’accordo con lui, per varie ragioni che qui non hanno importanza, ho sempre l’impressione di avere a che fare con uno che va un pochino oltre le battaglie di facciata e il sanculottismo piacione raccoglivoti “ammatula” (siculo per “inutile”), che è invece la cifra media del movimento.

Di Maio, Toninelli, Morra (Nicola, non Carmelo) sono persone serie, ma purtroppo non rappresentano il “benchmark” del movimento, che è funestato dai vari Di Battista, quello che addebita agli altri i rimborsi che pure lui prende, dalla “simpatica” Lombardi, la “supplente di matematica” nella sapida definizione di Vaime e da quell’orrida Taverna, che corre a destra e a manca, ma più a destra in verità, per mettere il cappello su ogni lucroso nido di malcontento, anche su una merda di vacca, se le fa gioco.

Non è che se il PD è la Spectre della corruzione e del malaffare, e lo è intendiamoci, tutto quello che sta fuori deve essere necessariamente la giusta risposta.
Intanto però, mancando alternative, si ingrassano con il malcontento che attraversa tutta l’opinione pubblica.

Ragione di più per costruirla, questa alternativa.

Lettera aperta a Civati

civatipodemos

di Riccardo ACHILLI

Possibile supera i partiti tradizionali, sarà trasversale e nascerà dalle idee dei cittadini attraverso i comitati“.
Caro Pippo, io in realtà ti voglio bene, e ti faccio una critica costruttiva.
Non si va da nessuna parte così. Il movimento orizzontale lo abbiamo già sperimentato: preso “au pied de la lettre” significa che se siamo due cittadini, e la mia idea nel comitato è quella di dare la certificazione Dop allo Speck Tirolese mentre l’altro ha un’idea fantastica e rivoluzionaria su una nuova politica dei redditi che superi l’estrazione di plusvalore in una nuova società, le nostre idee hanno uguale dignità. L’orizzontalità schiaccia tutto verso il basso.

Preso alla grillina maniera, invece, significa che nell’assenza di strutture di mediazione democratica, che solo il partito può garantire, la necessaria sintesi la fa il Capo, trasformandosi in cacicco autoreferenziale, e riducendo la democrazia interna ad una facciata di sfoghi più o meno rabbiosi su qualche blog o “antisocial network”.

Occorre partire strutturati, la democrazia è una cosa esigente, e, secondo suggerimento, occorre partire con delle idee (non il nuovo Ulivo mondiale, che è un’idea vecchia, e che ovviamente era legata ad un assetto politico e di legge elettorale non più esistente, e ad un progressismo cattolico rivelatosi fragilissimo e peraltro, oggi, privo di riferimenti, ma delle idee adeguate alla situazione attuale della società e dei suoi bisogni).

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Grillo cancella chi parla di economia reale

Un lettore del blog di Beppe Grillo, ci manda un commento che a suo tempo pubblicò sul blog di Grillo in risposta ad un articolo che scrisse Casaleggio come sintesi del suo intervento al forum di Cernobbio.
La risposta che scrisse, verteva sul fare impresa in Italia, cosa che Casaleggio auspicava con tutta la sua forza.
Il lettore si firma con il suo nickname Max Weber.
Questa risposta, gli costò una bannatura.

*****

Conviene fare Impresa in Italia?

(di Max Weber)

Bel post sign. Casaleggio, talmente lungo che ho dovuto dare 20 euro a mia figlia per farmelo leggere, io non sarei stato capace di farlo, tanta è grande la mia “bottatura”.
Belle intenzioni, belle parole, bei paragoni, bellissime prospettive, attento uso di termini tecnici e tecnologici, insomma una iniezione di fiducia per tutti. Occorre quindi creare nuove start-up nel terziario, ovvero nel settore dei servizi o del commercio.

Dunque, per avere un servizio occorre pagare, se tutte le nuove imprese sono di servizi, con cosa paghiamo? Con altri servizi? Perché dovrà pur esserci qualcuno che produce un qualsiasi bene da destinare alla vendita, in modo da avere il denaro per pagare questi servizi. Un po’ come, tutti fossero infermieri, dipendenti delle poste, forze dell’ordine, medici, dipendenti comunali e via dicendo, questa gente con cosa verrebbe pagata, se tutti fossero assunti nelle imprese di servizio a dare servizi e non a produrre?

L’indirizzo giusto da dare allora, è quello di promuovere la produzione di beni tecnologici o assimilati, produrre un bene e non dare un servizio. Ma anche in questo caso, l’intenzione di creare una start-up, verrebbe subito scartata, vuoi per l’alto costo del lavoro in Italia (sarebbe più conveniente produrre in Corea o in Cina) ma anche per quello delle materie prime, con il risultato di avere il prezzo del prodotto non concorrenziale, quindi invendibile.

Se volessi poi dare dei consigli a Gianroberto, egli dovrebbe essere in grado di capire alcune formule economiche, come il Teorema di Modigliani-Miller oppure il criterio di efficienza di Kaldor-Hicks, ma anche l’efficienza paretiana dell’economista Vilfredo Pareto, esse rappresentano i cardini per un corretto sviluppo economico, in cui tutti siano pagati (e non sottopagati) adeguatamente per il loro lavoro.

Fare impresa in Italia con le attuali forme di tassazione, è praticamente impossibile, dovete crederci, anche se a dirlo sono io e non il sign. Casaleggio.

 

 

(immagine dal web)

Se i Cinquestelle fanno oh

donna-stupore

di Massimo RIBAUDO

Se la serie di ricatti incrociati, di mercanteggiamenti dentro tutti i partiti per assicurare una sedia in un Parlamento di nominati, dovessero avere successo nell’arco di questa legislatura, il disegno presidenzialista (a Costituzione formalmente invariata) di Matteo Renzi  si realizzerà.

Non credo che le possibilità di referendum su una legge elettorale siano così semplici da attuare. Come ha ricordato il costituzionalista Gaetano AzzaritiNon è facile individuare le parti da sottoporre a questa procedura. La giurisprudenza costituzionale impone che l’abrogazione di una legge elettorale non comporti la “paralisi di funzionamento“. Ciò significa che si possa votare con una legge in vigore“. Si possono abrogare parti dell’Italicum mantenendone la funzionalità? Appare, al momento, molto complesso.

Più probabile, invece, che un ricorso alla Corte Costituzionale possa essere accolto e che prescriva con il suo annullamento (sarebbe il secondo per una legge elettorale) la non rispondenza ai principi ed alle norme della Carta. Ma i tempi per il ricorso saranno lunghi, e forse saremo costretti ad andare a votare con un sistema elettorale che annulla il principio di rappresentanza esaltando solo quello della governabilità. Con un monocameralismo che comprime fortemente le funzione dell’opposizione. Quattro i punti critici dell’Italicum, per Azzariti: il premio attribuito anche a una lista dalla scarsissima rappresentanza reale; i capilista che per i partiti piccoli e medi riguarderà il 100% degli eletti; le pluricandidature che rimetteranno nelle mani del partito la scelta dell’eletto; la diversità delle norme tra Camera e Senato che introduce non tanto una semplice differenza, quanto un’assoluta irrazionalità del sistema.

Ma, come è avvenuto per la precedente legge elettorale, la forza arbitraria del calcolo politico teso a far sopravvivere una classe politica incapace e collusa con gli interessi finanziari delle “famiglie” del capitalismo italiano, credo avrà la meglio sulle ragioni del diritto.

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La democrazia della (s)fiducia

votare

 

di Francesco CIANCIMINO

 
[Francesco Ciancimino, studente di Scienze Politiche, laureato in Economia politica. Ex tesserato del PD, sinceramente Civatiano, oggi sostiene la lista L’Altra Emilia-Romagna. Opinionista politico in erba]

 

Quando parliamo di partiti e di rappresentanza politica, la nostra mente fa un collegamento automatico a simboli, facce, vicende significative e specifiche. I partiti sono quelli che vediamo in tv, che frequentiamo quando ci riuniamo a discutere, quelli che siedono in Parlamento e nelle assemblee legislative.
Ma cosa sono effettivamente i partiti? O meglio, cosa dovrebbero essere?

Il partito per definizione è un’organizzazione che tende a rappresentare una parte della società, poiché si suppone che la vita di una comunità democratica e plurale sia scandita dal confronto fra più parti, fra più soggetti, fra più portatori d’interessi.
La democrazia presuppone diversità, dunque partiti (e/o movimenti) che le rappresentino.
La diversità genera confronto, scontro politico, che sono ricchezza in democrazia, poiché la creazione di politiche efficaci dipende fortemente dal dibattito pubblico, in quanto si ritiene che le soluzioni non siano tutte nelle mani e nella mente di uno o di pochi. Continua a leggere

Stretti nella morsa

Morsa
di Massimo RIBAUDO

Mi ha molto colpito leggere, e ringrazio Andrea Nobile per avermela ricordata in un post su Facebook, l’intervista del 1978 di Luciano Lama – allora Segretario Generale della CGIL – ad Eugenio Scalfari.
Sono quei casi in cui si pensa: “tutto nasce da qui“. Nel 1970, infatti, si prende coscienza, nelle economie occidentali, che la domanda di beni non segue il volere dei capitalisti. Che il tasso di accumulazione del capitale si riduce. Che la crescita non è infinita e perenne. E che il Patto del dopoguerra tra Stato democratico e capitalismo può vacillare.

E fu per non farlo vacillare che Luciano Lama accettò la linea dei sacrifici per la classe lavoratrice. Ecco le sue parole: “Sì, si tratta proprio di questo: il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici. Sacrifici non marginali, ma sostanziali“.

Si chiede, in nome del patto faustiano col capitalismo, di perdere l’anima. Alcuni lo chiamano riformismo, dimenticando che le riforme sociali aiutano ed emancipano la classe lavoratrice, mentre oggi abbiamo altissima disoccupazione e bassi stipendi.

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