Ossimori: Famiglia naturale, Povertà francescana, Europa cristiana

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di Maria MORIGI

E’ bello occuparsi di figure retoriche, specialmente di ossimori dove si accostano concetti opposti. L’attributo capovolge il significato del sostantivo, oppure aggiunge un segno che fa a pugni col buon senso comune.

La Famiglia, ci si creda o no, inventata dalla convenzione sociale e dalla tradizione, riconosciuta dal Diritto, costituita per contratto matrimoniale, non appartiene alla Natura. Appartiene a pieno titolo alla Cultura che può siglare accordi, stabilire tutele, regole e scioglimenti dalle regole. E non entro nel merito delle opzioni di genere, vocazione e possibilità genitoriale che continuano ad apparirmi come esercizi praticati per imbrigliare e codificare la Natura che di per sè è varia e multiforme.

E questo anche per cercare di non cadere nella trappola delle “bombe d’acqua”, nuove di conio: come noto, prima si chiamavano “grossi temporali”.

Sul secondo termine, quello della Povertà, siamo tutti d’accordo che non ci piace se deve servire ai numeri delle statistiche o se viene usata in modi di dire come “la soglia di povertà” oppure “le nuove povertà”.

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La puzza

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di Claudia BALDINI

Non sarà stato elegante ieri Bergoglio, ma efficace sì. Sicuramente in mezzo a tutta quella folla che ascoltava, lui ha sentito un olezzo forse non intenso, ma l’ha sentito. Quello della Camorra, della corruzione. E’ lì che ha coniato il termine “puzza” per tutti coloro che a volte nemmeno più distinguono il confine tra legale e no. Ad esempio al Sud, se è la mafia ad offrirti il lavoro, un lavoro pulito, magari, ma sempre con insito l’ obbligo di ricambiare non si sa come e quando, accettare è illegale? Sì che lo è.
Però non hai scampo. Ecco, a parer mio quella è puzza sì, ma ha l’odore della necessità, della sopravvivenza.
Quindi ad emanare la puzza che olezza di più non sarà chi ha accettato il lavoro, ma chi glielo ha offerto per includerlo in una rete criminale.
Ieri a Bologna con Libera e Don Ciotti c’era invece un profumo di violette primaverili, esaltato dal palco, confermato nella strada.
E’ passata Rosy Bindi e si sentiva forte il profumo. E’ passato Poletti e improvvisamente il profumo si è trasformato in un afrore non proprio insopportabile, ma puzzava. Sì, lo so che non è accusato di nulla dai magistrati, ma politicamente e culturalmente di molto, e la cena romana coi boss della Mafia Capitale l’ha confermato.

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La disintermediazione e il “capitale sociale”

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di Sil Bi

Il “capitale sociale” è un concetto introdotto in sociologia all’inizio del Novecento dallo statunitense L.J. Hanifan.
Una sua definizione è la seguente: «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento».

Il termine “capitale” si riferisce a una “riserva” alla quale l’individuo può attingere; “sociale” indica che esso è basato sulla solidarietà tra i membri di un determinato gruppo o, più in generale, dalla reciprocità entro “reti” di relazioni. Esso genera una “fiducia collettiva” che induce a comportamenti desiderabili (bassa criminalità, tendenza alla solidarietà e alla collaborazione, impegno nel sociale ecc.) e limita anche problemi individuali (isolamento sociale, alcoolismo, depressione, suicidi); pertanto, crea benefici per tutti gli individui coinvolti.

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