Cosa resta, ancora, del G8 di Genova

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di Sergio MINNI

Mi è stato chiesto cosa potevo raccontare del G8 di Genova. Mi sono sentito vecchio, ma anche un poco in colpa. Perché in quei giorni molte cose sono morte e molte altre sono nate, e gli echi di queste nascite e di queste morti sono potentissimi ma difficilmente leggibili per chi non c’era.

E un’intera generazione ha in qualche modo rinunciato a raccontare, perché fa troppo male, oppure perché ancora oggi non ne ha capito mezza, e pensa che sia stato solo un grande mare di botte e che fosse tutta colpa dei black bloc o degli sbirri. Così ho steso questi appunti costosi. Sono solo un piccolo frammento di una verità dubbia, ma se volete potete partire da qui per poi arrivare a cose più serie, come gli scritti di Wu Ming e le controinchieste.

La storia ancora una volta è stata scritta dai vincitori, e da un pugno di attivisti/e in piena sindrome post-traumatica.

Dal principio.

Nessuna delle organizzazioni del Genoa Social Forum, comprese quindi COBAS e Rifondazione, si aspettava che tanta gente venisse a Genova. L’organizzazione ne fu letteralmente travolta. Nel bene e nel male, questo rappresentò una svolta che sarebbe diventata evidente nel futuro, nello scollamento tra la società e le organizzazioni che di volta in volta ne avrebbero preteso la rappresentanza.

Una delle conseguenze della ampiezza inaspettata della mobilitazione fu che a Genova arrivò una variegata armata brancaleone con si e no un 10% di partecipanti preparati allo scontro fisico e/o minimamente attrezzati ad esso oppure addestrati alle pratiche della nonviolenza politica.

Anche il corteo delle tute bianche si sfasciò come neve al sole alla prima carica nella giornata della morte di Carlo.  I pericolosi black bloc erano poche centinaia e molti di essi erano infiltrati – riconoscibili da una bandana bianca che portavano attaccata ai pantaloni. Ma anche questo ce l’hanno raccontato dopo.

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Perché ricordare Genova

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di Sergio MINNI

Nell’infinita complessità dei fatti di Genova c’è, io credo, la radice di quella che viene oggi definita come una rottura storica tra il grande capitale finanziario e la democrazia.
Perché anche Genova vide una rottura, progressivamente sempre più evidente man mano che i piani della protesta e della repressione si dispiegavano.
Questa rottura fu tra la necessità di “domare” una piazza che era improvvisamente e inaspettatamente – per gli stessi organizzatori – diventata un potentissimo laboratorio di pratiche e di prospettiva politica e il fatto, semplice e brutale, che la feroce cavalcata del capitalismo finanziario senza regole, che si sarebbe conclusa nel precipizio della crisi che stiamo vivendo, doveva continuare a qualsiasi costo.

Uno di quei costi era l’interruzione delle regole democratiche del nostro Stato di diritto. Per tre giorni a Genova avrebbe potuto capitare praticamente qualsiasi cosa, e in effetti è veramente capitato di tutto.
Quando si parla di comportamenti anomali degli apparati di forza dello Stato è necessario capire che nel contesto della tre giorni di Genova questa non era una anomalia, perché lo Stato che noi conosciamo a Genova era stato sostituito da altro. Un “altro” che considerò e che tuttora considera quella interruzione come opportuna e necessaria, e i suoi protagonisti come persone da premiare e non da sanzionare.

Noi parliamo di Genova e dei massacri alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto, ma prima c’era stata Napoli e poi Goteborg.

Genova rappresentò il primo ruggito della belva del capitalismo postdemocratico che adesso sta strangolando la Grecia, e perché no, anche l’Italia, usando la crisi come gigantesco piede di porco per scardinare i diritti conquistati in decenni di lotte e mobilitazioni.
L’effetto di questa tre giorni fu, alla fine, di disgregare la coalizione sociale che lì scese in campo (purtroppo ancora troppo immatura per avere coscienza delle proprie potenzialità e potere davvero pensarsi come un soggetto politico), e ci sono voluti quasi quindici anni per appena iniziare a risollevarsi dalle ceneri di quella mattanza.
Le vicende degli ultimi giorni ci dicono che il capitalismo finanziario, senza regole se non quelle dettate dalla forza economica e dall’arbitrio della Polizia, quella “bestia nera”  è ancora viva e vegeta, e molto in salute.

E se mai questa coalizione riuscisse a ricomporsi, e a candidarsi come un vero soggetto antagonista al modello neoliberista e liberticida di uscita dalla crisi, ne vedremo delle belle.

Per questo dobbiamo ricordare Genova.
‪#‎maidimenticare