I migranti siamo noi

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di Ivana FABRIS

Quando penso ai migranti, mi vengono sempre in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, là dove dice “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…“.
Le case…il tepore…la sicurezza.
Già, la sicurezza, eccolo qui il problema: i migranti ci tolgono la nostra sicurezza, la famosa sicurezza tutta italiana.
Quella del posto di lavoro garantito (certo, perchè la crisi economica l’hanno provocata i migranti), delle strade da percorrere la notte senza paura (certo, perchè la delinquenza comune in Italia non esisteva prima di loro, così come quella organizzata, difatti Vallanzasca era maghrebino o nigeriano), quella del non avere malattie (certo, perchè le epidemie o le parassitosi non sapevamo cosa fossero prima del loro arrivo qui).

Grottesco questo paese praticamente popolato da credenti che ‘ama il prossimo tuo come te stesso‘ salvo che non bussi alla tua porta, ma questo non c’era nelle avvertenze per l’uso, quindi possiamo autoassolverci senza nemmeno rivolgerci al confessore.
Non ho niente contro chi crede, sia chiaro, ma mi risulta davvero problematico accettare quello ‘scambiatevi un segno di pace‘ con la ferocia con cui si difende il proprio orticello.

Altro punto fondamentale: l’orticello.
Eh sì, siamo un paese di orticelli e non un grande e unico campo perchè qualcuno ci ha convinto che rinchiuderci nelle nostre tiepide case fosse la risposta giusta per la difesa di quel poco di illusoria sicurezza economica che ci eravamo conquistati.

Poco conta che una larghissima parte del popolo italiano se la sia guadagnata andando con la valigia di cartone in ognidove, a fare l’extracomunitario di altri e per altri nel mondo, navigando nelle carrette del mare, nelle stive e nelle III e IV classi di quelle bagnarole e andando ad ingrossare la conta dei morti inghiottiti da un mare che non era il loro.
Poco conta che fossimo additati come gente sporca, rozza, ignorante, brutale e di malaffare.
Conta, invece, dimenticarsi del proprio passato, delle proprie origini e delle proprie radici, quando invece SIAMO quel passato e quel passato è in ognuno di noi.
Conta, quindi, SEMBRARE ciò che non si è mai stati, ossia un popolo NATO ricco.

Nata negli anni ’60 e vissuta da tutta la vita a Milano, io me li ricordo quei volti dei migranti del sud, con lo sguardo perso nel freddo e nella nostra nebbia, che tanto erano invisi a molti milanesi ma che tanta ricchezza hanno portato in tutto il nord, attraverso lo sfruttamento della forza delle loro braccia.
E oggi vedo come il popolo africano e quello dell’est europeo, stanno, ancora una volta, portando ricchezza e non solo in termini economici, sempre permettendo, per necessità e bisogno, di essere sfruttati.
Per giunta, la nostra memoria, labile a fasi alterne e secondo convenienza, non ci fa ricordare che se il popolo africano è alla fame, la responsabilità è di tutti noi.

Quindi questa è la verità, che ci piaccia o no: i migranti fanno comodo solo che vorremmo ce ne facessero esclusivamente a nostro piacimento, decidendo sulla loro pelle di volta in volta, di caso in caso.

La cosa paradossale, è che uno come Salvini è consapevole di tutto ciò, ma in pasto al popolo leghista butta quei corpi senza vita da sbranare insieme a quelli di chi è sopravissuto al mare, pur di evocare una paura ancestrale, insita nell’uomo, come quella dell’essere invasi.

Questa, per me, è la vergogna più grande perchè l’abuso e la violenza contro i migranti, si moltiplicano esponenzialmente partendo da una menzogna che fa comodo e da una verità negata, amplificandole all’infinito.
Menzogna e verità negata, tra l’altro, buone per un popolo come quello italiano, che non ha mai smesso di essere usato e sfruttato, da chi lo governava e governa. Se non è essere sullo stesso barcone, tutto questo…

Eppure quello italiano è un popolo che nelle emergenze sa trovare le risposte giuste da dare all’altro che è in difficoltà.
La riprova sta nei siciliani che si adoperano in ogni modo possibile per offrire aiuti a queste genti disperate che approdano sulle nostre coste dopo viaggi a dir poco sconvolgenti.
Sta nel mobilitarsi all’Isola del Giglio per trarre in salvo quanta più gente possibile in occasione del naufragio della Costa Concordia senza badare se ogni vita umana salvata avesse i tratti di un africano o di un asiatico anzichè quelli di un caucasico.
Sta nel profondo senso di solidarietà e calore che dimostrano i nostri militari durante le missioni umanitarie, sta nel prodigarsi volontariamente quando accade una calamità naturale o nel mettersi quotidianamente e senza clamori al servizio di chi è in difficoltà.

Ma di questi non si parla mai abbastanza, sembra sempre che umanamente abbia più valore tutto il peggio che ci riguarda, che il popolo italiano sia complessivamente costituito da nichilisti, individualisti, approfittatori, cinici e anaffettivi.

Mi viene sempre da domandarmi perchè preferiamo ricordare ciò che una parte di noi è diventato senza invece dare mai risalto a tutti quelli che ogni giorno scelgono di rimanere umani.
Un’idea me la sono fatta nel rendermi conto che è la propaganda stessa a spingerci ad utilizzare questa dinamica, perchè alla fine questa lavora in favore di chi vuole metterci gli uni contro gli altri: perchè se non credo più nell’uomo, come valore imprescindibile, non farò nessuna fatica a combatterlo.

E’ vero, una parte di italiani si è chiusa nella strenua difesa di ciò che ha ottenuto, ma noi, invece, che sosteniamo gli ultimi della terra e lo facciamo con convinzione, pur affermando che il problema esista e che vada gestito alla radice e non con iniziative lasciate a quella generosità che ancora rimane in un’altra fetta di italiani, dovremmo avere più coraggio nel continuare a veicolare soprattutto un messaggio: i migranti siamo noi, perchè quella è anche la nostra storia e sta tornando ad esserlo.

Perchè con la crisi economica che, a differenza di quanto vuol farci credere la propaganda, non solo non è passata ma morderà ancora e ancora più in profondità, presto saremo noi il popolo greco e, per molti aspetti, anche il popolo nordafricano.
Anzi, in alcune parti del paese lo siamo già.

Il senso di quello che cerco di dire, è che sta a noi capire che dobbiamo con forza ritrovare la nostra storia e non solo dobbiamo smettere di rinnegarla ma, anzi, dobbiamo proprio farne una bandiera.
Dobbiamo smettere di vergognarci di provare sentimenti di solidarietà con chi è già totalmente alla disperazione, dobbiamo schierarci, essere partigiani anche in questo e dire ovunque che questa presunta e illusoria sicurezza per la quale si vuole scatenare una guerra fra poveri, serve solo a chi ci vuole affamare TUTTI.

Se solo capissimo l’importanza di diffondere capillarmente questo messaggio, incuranti delle risposte ingiuriose, già avremmo messo un granello di sabbia nell’ingranaggio.
Una cultura distruttiva non si cambia in un giorno e nemmeno in un mese tantomeno si cambia con gesti plateali bensì si modifica con i piccoli gesti e i piccoli passi quotidiani che ciascuno di noi può ed ha il dovere di compiere.

Perchè non sono le rivoluzioni armate a realizzare cambiamenti stabili e definitivi ma sono le rivoluzioni culturali a determinarli e la cultura è anche la cognizione di ciò che siamo stati un tempo, quando la povertà non era una vergogna ma uno stato che riguardava tutti. Quando sapevamo trasmettere la dignità della nostra condizione ai nostri figli insieme alla consapevolezza di ciò che questa rappresentasse.

Perchè la nostra cultura è un bene che, come il pane, va spezzato giorno per giorno, dividendolo giorno per giorno sia col nostro vicino di casa sia col migrante dai tratti somatici diversi dai nostri per comprendere che è dello stesso pane che abbiamo tutti bisogno e altrettanto della stessa condivisione.

Perchè nessuno è primo ma tutti possiamo essere ultimi, su questa terra.
Ricordiamocelo sempre.

 

 

 

(immagine dal web)

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Figli della stessa madre

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di Davide ENIA

Da dove c’è la guerra, non si scappa in aereo. Si fugge a piedi e senza visto per il semplice motivo che non vengono rilasciati. Quando la terra finisce, si sale su una barca.

In mezzo, ci sono i trafficanti di uomini, i soldi che pretendono, il deserto, gli stupri, il carcere in Libia, le botte, gli abusi, le mutilazioni.
Ci sono donne trasformate in giocattoli, fino a che non si rompono.
Ci sono bambine di nove anni incinte. Per una donna, è sempre peggio. Se si corrompono i carcerieri, si può salire sul barcone, spinti dai mitra, ammassati fino allo stremo, altrimenti si muore lì, di fame, di botte, di percosse.

Gli italiani, considerati bestie fino a pochi anni fa, migrarono per disperazione, la stessa che porta persone che mai hanno visto il mare ad affrontarlo in queste condizioni allucinanti. È necessario ribadire codeste ovvietà per fare chiarezza, in un momento in cui i cadaveri vengono accumulati uno sull’altro per fare campagna elettorale.

Parto quindi dalle origini, ché è la fonte da cui sgorga l’acqua che ci abbevera.

Una ragazza fenicia scappa dalla città di Tiro, attraversando il deserto fino al suo termine, fino a quando i piedi non riescono più andare avanti perché c’è il mare Mediterraneo di fronte.
Allora incontra un toro bianco, che si piega e la accoglie sul dorso, facendosi barca e solcando il mare, fino a farla approdare a Creta.
La ragazza si chiamava Europa. Questa è la nostra origine.
Siamo figli di una traversata in barca.

Il vagone – Il barcone

puntina

Rubrica “IN BREVE”


di Lidia CASTRONOVO

il vagone

Non è una provocazione, è solo una riflessione.
Sono rimasta a lungo, in silenzio, a guardare questo vagone, piccolo, senza finestre.
Leggo che dentro ci stavano anche 65 persone, difficile comprendere come ci entrassero, terribile pensare che per ore, giorni avessero viaggiato lì dentro, condividendo l’aria putrida dei loro bisogni fisiologici.
In automatico lo associo al barcone, con la gente stipata allo stesso modo, in mezzo al nulla, col mare in tempesta, sopra il cielo nero o il sole cocente, sotto il mare scuro.
Vero, sul barcone sono saliti di loro volontà, non come sul vagone. Ma non per fare una crociera, non per invaderci…devi lasciare qualcosa di orribile per aver il Coraggio di affrontare la possibilità di morire.
Persone terrorizzate stipate in un vagone, persone terrorizzate stipate su un barcone.
Persone, non migranti…persone!
Sono persone!!!

 

 

(immagine dal web)

Restare umani

puntina

Rubrica “IN BREVE”


di Paola Cecilia CORSI

Di fronte a queste morti mi sento in colpa ed impotente. Mi sento in colpa, perché ho tutto e loro hanno meno di niente; hanno solo la libertà di decidere se morire per la guerra o tentare di non morire su una barca che, forse, li porterà alla non morte…

Parlare di vita mi sembra un concetto ancora troppo lontano per loro.

Mi sento impotente, perché lo sono, almeno nell’immediato. Ho immaginato 700 o 900 corpi distesi uno accanto all’altro ed io che mi muovo lungo questa fila, fermandomi davanti ad ognuno di loro.

Vedo donne, vedo uomini, vedo bambine e bambini, vedo cuori che hanno palpitato per amore, per paura, per orgoglio, per felicità.

Vedo mani che hanno accarezzato, che hanno sostenuto, che hanno lavorato, che hanno consolato, che hanno asciugato lacrime, che hanno giocato. Vedo gambe che hanno corso per fuggire da un orrore che i loro occhi non volevano più vedere…vedo ciò che loro non vedranno più!

Scusatemi, scusatemi, scusatemi.

Blowin’ in the wind

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento

Questa è la prima strofa di una notissima canzone degli anni ’60 di Bob Dylan, “Blowin in the Wind”, che si pone tante domande che dovrebbero risuonare nelle coscienze di tutti.

Domande che si sono perse nel vento, come il senso di umanità, in questo inizio di nuovo millennio.

Chissà perché, rileggendo la tragedia di più di 700 anime perse nel “Mare Nostrum”, come lo chiamavano gli antichi, mi è venuta in mente questa canzone. Forse perché queste parole si rivolgono alle coscienze della gente, forse perché parlano di guerre che dovrebbero finire e con esse gli esodi di quei disperati che stanno trasformando il “Mare Nostrum” in una grossa tomba, qualcuno l’ha chiamata “fossa comune”, alla quale sappiamo opporci soltanto con l’indignazione, la pietà di chi dovrebbe e potrebbe invece fare molto di più.

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Ti chiedo scusa

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di Nello BALZANO

Ti chiedo scusa se solo oggi e per qualche altro giorno ancora, fino a quando vedrò le notizie sulla tua disgrazia, mi ricordo che esisti anche Tu con le Tue necessità.

Ti chiedo scusa, ma sai forse questo sentimento lo abbiamo solo io e “pochi altri” e forse, visto che non possiamo pretendere con queste forze di cambiare il mondo, alla fine rinunciamo a salvarTi.

Ti chiedo scusa, perché io non sono razzista, però a volte guardo quelli come Te con sospetto e timore, perché forse non abbiamo ancora compreso appieno cosa significa integrazione e rispetto delle sofferenze altrui.

Ti chiedo scusa, so che forse stai scappando dal Tuo Paese in guerra e io non è che faccio tanto perché il mio non venda più le armi a chi uccide i Tuoi cari.

Ti chiedo scusa, ma sai abbiamo l’EXPO e non possiamo permettere di occupare luoghi che possono servire ad ospitare i visitatori che hanno già comprato i biglietti, poi forse per qualcuno, non è una bella immagine l’eventuale Tua presenza da dare a loro.

Ti chiedo scusa, avevamo un sistema di controllo delle coste che permetteva di arrivare vicino ai luoghi della Tua partenza si chiamava Mare Nostrum, ma erano tanti quelli che si salvavano e non sapevamo dove ricoverarli, allora abbiamo chiesto aiuto all’Europa, così si è trovata la soluzione TRITON si sono ridotte le risorse umane ed economiche e si salvano solo quelli che con le loro carrette, hanno la fortuna di avvicinarsi molto di più a noi.

Ti chiedo scusa, ma vivo in un Paese dove qualcuno che si candida a governare, dice che Ti devo aiutare a casa Tua e bloccarTi prima che la Tua barca possa salpare e me lo dice tutti i giorni con tutti i mezzi messi a sua disposizione, perché aumenta lo share e si può vendere più pubblicità, noi abbiamo bisogno di tutto questo perché siamo in crisi.

Ti chiedo scusa perché forse i Tuoi cari che aspettano notizie di un Tuo futuro migliore, non sapranno mai cosa Ti è successo e nessuno potrà venire a piangerTi, anche perché sulla tomba non ci sarà nemmeno il Tuo nome.

Ti chiedo scusa se domani mi sarò dimenticato di Te, come mi sono dimenticato di quelli prima di Te e probabilmente succederà che dovrò commuovermi nuovamente, quando succederà di nuovo a quelli come Te.

E chiedo scusa anche a te, che non ritieni di doverti far perdonare qualcosa, perché forse hai ragione: non è colpa nostra se siamo nati qui.

Non abbiamo più bisogno di Frontex, di Triton, di nulla

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di Luca SOLDI

Non abbiamo davvero più bisogno dell’aiuto europeo di Frontex.
Neppure di Triton, della sua vergognosa ed inutile messa in pratica ed evoluzione.

Non abbiamo bisogno delle elemosine di chi offre un obolo solo davanti alle bare che riempiono la terra di Sicilia.
Non abbiamo bisogno di proteggere le nostre coste con tre barchette targate Europa
.

Occorre l’impegno e la volontà di chi ha a cuore la vita.
Le nostre “amate forze” bastano da sole.
Quelle navi della Guardia Costiera, della Marina, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto.
Ma anche i pescherecci di Mazzara e le navi mercantili. Ci sono solo loro.

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Fermiamoli!

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di Giuseppe CARELLA

Sì, fermiamoli davvero.
I nuovi criminali di guerra, gli Obama, i Putin, le Merkel e anche i Renzi. Per quel poco che conta lui nello scenario internazionale.
E fermiamo tutti gli altri, che in zone diverse del pianeta, inscenano guerre ad uso e consumo di pochi, non certo delle migliaia di vittime, uomini, donne, bambini, bianchi, negri, gialli, cristiani, musulmani, sciiti, atei che ci rimettono la loro unica esistenza.

Fermiamo gli imbecilli. Fermiamo gli imbecilli che sostengono anche solo con un commento le azioni criminali. Non importa se a favore degli uni o degli altri, qualunque posizione assuma a favore della guerra rimane un imbecille. Perché non ha ancora compreso l’unica verità: ogni guerra, da sempre, nasconde solo l’avidità di pochi. Continua a leggere