Perché ricordare Genova

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di Sergio MINNI

Nell’infinita complessità dei fatti di Genova c’è, io credo, la radice di quella che viene oggi definita come una rottura storica tra il grande capitale finanziario e la democrazia.
Perché anche Genova vide una rottura, progressivamente sempre più evidente man mano che i piani della protesta e della repressione si dispiegavano.
Questa rottura fu tra la necessità di “domare” una piazza che era improvvisamente e inaspettatamente – per gli stessi organizzatori – diventata un potentissimo laboratorio di pratiche e di prospettiva politica e il fatto, semplice e brutale, che la feroce cavalcata del capitalismo finanziario senza regole, che si sarebbe conclusa nel precipizio della crisi che stiamo vivendo, doveva continuare a qualsiasi costo.

Uno di quei costi era l’interruzione delle regole democratiche del nostro Stato di diritto. Per tre giorni a Genova avrebbe potuto capitare praticamente qualsiasi cosa, e in effetti è veramente capitato di tutto.
Quando si parla di comportamenti anomali degli apparati di forza dello Stato è necessario capire che nel contesto della tre giorni di Genova questa non era una anomalia, perché lo Stato che noi conosciamo a Genova era stato sostituito da altro. Un “altro” che considerò e che tuttora considera quella interruzione come opportuna e necessaria, e i suoi protagonisti come persone da premiare e non da sanzionare.

Noi parliamo di Genova e dei massacri alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto, ma prima c’era stata Napoli e poi Goteborg.

Genova rappresentò il primo ruggito della belva del capitalismo postdemocratico che adesso sta strangolando la Grecia, e perché no, anche l’Italia, usando la crisi come gigantesco piede di porco per scardinare i diritti conquistati in decenni di lotte e mobilitazioni.
L’effetto di questa tre giorni fu, alla fine, di disgregare la coalizione sociale che lì scese in campo (purtroppo ancora troppo immatura per avere coscienza delle proprie potenzialità e potere davvero pensarsi come un soggetto politico), e ci sono voluti quasi quindici anni per appena iniziare a risollevarsi dalle ceneri di quella mattanza.
Le vicende degli ultimi giorni ci dicono che il capitalismo finanziario, senza regole se non quelle dettate dalla forza economica e dall’arbitrio della Polizia, quella “bestia nera”  è ancora viva e vegeta, e molto in salute.

E se mai questa coalizione riuscisse a ricomporsi, e a candidarsi come un vero soggetto antagonista al modello neoliberista e liberticida di uscita dalla crisi, ne vedremo delle belle.

Per questo dobbiamo ricordare Genova.
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