Un futuro grilliano ci attende

Vignetta M5S

di Roberto RIZZARDI

Non credo sia un mistero il fatto che non nutro nei confronti di M5S aspettative di segno positivo. Le ragioni della mia diffidenza sono di natura eminentemente politica e vanno un pochino oltre gli aspetti di coerenza fin qui rivendicata (dimostrata?) dal movimento.

Quello che intendo è che, al di fuori della puntuale condanna del malcostume e oltre gli esercizi di “presentabilità” morale, non riesco a intravedere un programma che vada oltre la sconfitta dell’orrido PD, peraltro necessaria.

Inoltre il mantra del superamento di “destra e sinistra”, insieme ad alcuni discutibili, a mio parere, pronunciamenti positivi nei confronti di Casa Pound e certe esternazioni su mafia e fenomeno profughi confliggono irreparabilmente con il mio personale sistema di valori.
Date queste premesse, la comune aspirazione ad un maggior rigore etico e morale nella cosa pubblica non basta a farmi superare questa distonia.

Detto questo io semplicemente credo che il profilo e l’esperienza professionale, sia di Grillo che di Casaleggio, abbiano loro consentito di attenuare in maniera determinante la cattiva stampa che, almeno inizialmente, accolse il movimento, fino a riuscire addirittura a ribaltare la situazione e a creare un vero e proprio fenomeno mediatico di straordinario successo.

E’ quella che, con un termine caricato di un’aura negativa, ma non per questo tecnicamente inesatto, possiamo definire una manipolazione ben riuscita, e il fatto che i pifferai che vennero per suonare alla fine furono suonati non aggiunge altro che una nota di beffarda soddisfazione.

Un ulteriore successo propagandistico è costituito dal fatto che il movimento si è messo lucidamente nella condizione di non poter influire su nulla, dato che non ha i numeri per farlo e che si guarda bene dallo stringere alleanze (avendo in questo buon gioco), riuscendo a far passare questa perseguita impotenza quale elemento di discriminazione a suo danno.

Il movimento, intendiamoci, è effettivamente discriminato ma questo, nonostante il vittimismo attivamente sbandierato, è voluto e profondamente funzionale alla strategia politica grilliana, la quale si sta dimostrando straordinariamente efficace (grazie anche all’attiva collaborazione di un PD sempre più inqualificabile).

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L’ombra nera degli stadi. L’infiltrazione dell’estrema destra nelle tifoserie calcistiche.

tifoseria

di Marcello COLASANTI

Ormai da anni siamo abituati alla massiccia politicizzazione delle tifoserie, ma il fenomeno ha assunto determinati livelli da un periodo ben preciso e la situazione attuale, soprattutto della tifoseria romanista, sta mutando nuovamente, o meglio, è entrata nella fase successiva.

Fino alla fine degli anni ’80, le tifoserie non avevano una connotazione politica cosi netta e schierata come oggi. Fatta eccezione per qualche gruppo in particolare, le varie curve avevano più che altro una “tendenza” politica che non era affatto in connessione con la tifoseria in quanto tale, ma semplicemente per un discorso prettamente territoriale in base alla collocazione di una determinata squadra, in connessione al contesto sociale che quest’ultimo ne rappresentava; quartieri e città operaie e proletarie, quartieri “bene” e borghesi, situazioni miste, ecc. (va fatta eccezione solamente per la S.S. Lazio, dove le infiltrazioni fasciste non arrivavano tanto dalla tifoseria, quanto da un organico da sempre in mano alla borghesia prima e dalle alte sfere del fascismo romano poi).

Questo a differenza di altre nazioni, come per esempio la Spagna, dove lo stadio era una delle poche situazioni in cui si riusciva a esporre il malcontento contro la dittatura franchista.

Gli inizi degli anni ’90 segnarono un periodo di svolta e di smarrimento per i vari tumulti politico-sociali, sia internazionali che nazionali, accelerando quel processo avviatosi nello scorso secolo che porterà alla condizione di post-modernismo attuale, con la caduta delle metanarrazioni che, nel bene o nel male, avevano sempre spinto le generazioni giovanili verso il riformismo e il progressismo, o comunque, in una data visione della società.

Non è questo un articolo sulla situazione filosofico-politica, ma per le persone che non ne comprendono i termini, sarà utile questa piccola descrizione sul post-modernismo dell’attivista Tony Cliff: “La teoria del rifiutare le teorie.”, oppure del sociologo David Harvey: “Il Post-modernismo sguazza, si immerge, nelle frammentate e caotiche correnti del cambiamento come se non esistesse che cambiamento”.

Partendo da questo brevissimo presupposto, molto più complesso del tutto ma necessario, si colloca l’azione dell’estrema destra all’interno degli stadi.

In questo momento di smarrimento e facendo leva su di una situazione, quella dei tifosi abituali, culturalmente e socialmente degradata (con le dovute e sacrosante eccezioni, purtroppo tali), iniziò una massiccia infiltrazione all’interno delle curve per poi passare direttamente ai vari gruppi, che affiancava all’attaccamento “alla maglia” una condotta politica, seppur limitata allo slogan e priva di qualsiasi base concreta. Si fece un largo proselitismo che si trasformò, politicamente, in militanti e voti. Ricorderemo tutti la forte presenza nelle curve anni ’90 di svastiche e croci celtiche.

Oggi, che dir si voglia, il fenomeno è cresciuto in maniera sostanziale, aiutato anche dal fatto che dal punto di vista politico determinati soggetti sono stati aiutati dalle stesse istituzioni; pensiamo a tutto il ventennale berlusconiano, dall’inattività dell’esecutivo sotto il ministero degli interni e delle forze dell’ordine, collusi molto spesso con determinati ambienti estremisti, fino, parlando dell’ambiente romano, alla precedente amministrazione comunale di Gianni Alemanno, figlio di quel tipo di politica, a cui ha dovuto rendere il suo debito.

Non è casuale l’ambiente di provenienza di Daniele “Gastone”De Santis, conosciuto dai più per l’assassinio di Ciro Esposito, (mediaticamente proposto come omicidio da tifo calcistico, ma che rivela in realtà ben altri risvolti, solamente per la sua presenza in quel contesto) ma già famigerato da chi frequenta attivamente la scena politica romana; frequentatore abituale degli ambienti fascisti di “Via Ottaviano”, candidato alle elezioni comunali sotto Alemanno con la lista d’estrema destra “Il Trifoglio” e custode dei campi sportivi vicino Tor di Quinto, occupati da anni proprio dal “Trifoglio”, fino ad arrivare al famoso derby del 2004, dove anche lui scese in campo per bloccare la partita… insomma, un individuo conosciuto sia nell’ambiente politico che dalle autorità e che poteva essere fermato prima.

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Sono buonista e posso vantarmene

aiuto

di Ἀρχιμήδης ὁΠυθαγόρειος

Io sono del ’76 e a scuola mi hanno sempre spiegato come il razzismo e il fascismo siano cose terribili: film sulla Shoah alle superiori, per mostrarci a che cosa porta l’odio razziale (e indipendentemente da chi ne sia vittima), educazione civica alle medie, storia della Seconda Guerra Mondiale e spiegazioni di come la storia deve esserci maestra per non ricadere nel razzismo, e in generale nel fascismo, dalla prima elementare alla quinta superiore. Si cominciava alle elementari ed all’asilo a disegnare bimbi di tutto il mondo in girotondo. Cose da “buonisti”, vero? Dico a chi chiama “buonismo” quelli che sono i valori fondamentali dell’umanità, per i quali vale la pena di vivere e con i quali si riesce a guardarsi allo specchio senza farsi venire la nausea, come solidarietà e fratellanza, aderendo così ad un pensiero in cui è la cattiveria a diventare un valore; infatti la parola “buonista”, visto che è quasi sempre usata proprio in questo senso, è ormai un complimento a tutti gli effetti: dirmi “buonista!” è come dirmi “persona solidale che considera la fratellanza un valore!“, che è poi lo stesso di “persona non spregevole!“.

Da quando ho cominciato ad interessarmi di politica, da ragazzino, molti amici mi cercavano di convincere ad aderire all’ANPI, ma, mentre trovavo utile sostenere il mio partito tesserandomi, trovavo il tesseramento all’ANPI una cosa lodevole, ma ridondante: tutti si era antifascisti, non era necessario lottare contro il fascismo. I Rom e i Sinti erano ancora profondamente discriminati, ma nessuno invocava ruspe contro le baracche della povera gente.

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