Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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Basta col centro. Basta col moderatismo

pendolo

di Massimo RIBAUDO

C’è qualcosa di molto pericoloso, in politica, nel termine “centro”. In ogni caso, sia questo centrodestra, che centrosinistra, si tratta di una porzione della società che, rappresentato nei suoi interessi, vince e governa. E’ un 10% che non sceglie, in fondo, la gradazione dei propri valori, o la preferisce pastello. C’è un centro naturalmente attratto dalla destra, ma non vuole definirsi destra. Ed uno naturalmente attratto dalla sinistra, ma gli dà fastidio definirsi tale.

Quando si è in un fase storica di prosperità, di chiarezza, di gestione di un esistente positivo e rigoglioso, si può avere attenzione per questi individualismi che cercano la sfumatura più chiara per affermare i propri desideri.

Ma non è questo il momento. E non lo dico per affermare che valgano solo gli estremismi. Tutt’altro.

Non c’è proprio spazio per il centro. Per gli accordi mediani fatti attraverso quella percentuale bassissima di persone che però ti permette di raggiungere “almeno” qualche obiettivo. L’ideale di Bersani del un “po’ di lavoro”, un “po’ di giustizia sociale”.

Ci abbiamo sperato, ma non è più quel tempo lì. E il trattamento destinato a Syriza, da parte della Troika, ce lo ha dimostrato completamente.

E’ il tempo della definizione netta, concreta, definitiva. Perché siamo all’inizio di un nuovo rapporto tra capitale e fattori produttivi. E stavolta  tra le cose in affitto (questo  il senso del jobs act) c’è l’essere umano.

O rifiuti un modello, quello del PD renziano, e lo collochi dove esattamente si trova, a destra, proponendone uno diverso e specularmente opposto, dichiarandoti sinistra – e non riunisci un bel niente -, crei, oppure nessuno ti crederà. Non puoi eliminare “qualcosina” da quel modello, migliorarlo, renderlo più gentile, più “carino”. La controriforma renziana – spregiudicata e precisa nei suoi elementi – pone l’interesse finanziario (la nuova industria è quella della speculazione finanziaria) al vertice degli interessi tutelati. E lo fa attraverso l’aziendalizzazione, la contrattazione privata,  di ogni attività umana. Dalla scuola alla pensione. Se servi al mercato, hai diritto di vivere. Altrimenti, fatti da parte.

Può dire NO, oppure SI. Il terzo non è  compreso. Oppure, puoi contestare il sistema in modo furbo, come fanno Grillo e Salvini, ed aiutare Renzi proponendo sciocchezze in alternativa.

Il centro non esiste, quindi. Vuole esistere, in Parlamento, per avere delle chance nel modello renziano come addomesticatore dello stesso. Come elemento che attutisca il colpo.

Ma sulle ossa, sempre più italiani lo stanno sentendo. Il colpo.

Il risultato delle elezioni veneziane e l’Italia che non galleggia più

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di Mario GALLINA

La mancata elezione di Felice Casson a sindaco di Venezia, pone un quesito che va molto al di là del trionfalismo della folla dei fan renziani che la interpreta come la sconfitta della sinistra civatiana.

Al di là della inerte posizione grillina, che come sponda immobile del biliardo consente la carambola della biglia bianca tra la rossa e la gialla: garantendo la triangolazione geometrica, ne è di fatto elemento determinante ed ineludibile, seppure muta e passiva.
Persino al di là della vittoria insperata di Berlusconi che pure se ne attribuirà la paternità, per la prima volta nella sua storia, senza alcuna responsabilità!

Il problema che Venezia pone a tutti noi, all’Italia intera è: cosa avranno mai voluto dire i veneziani agli Italiani?
Che vanno bene i soldi che Galan s’è intascato fino ad ieri? O che le imprese corrotte sono la sola speranza per la Venezia del Mose?
Che non è stata capace di distinguere cosa stesse avvenendo all’interno del PD?

Cosa si aspetta da domani la città lagunare tornando sui suoi passi e rinunciando al nuovo per il futuro?

Se queste sono le prospettive alle quali il popolo italiano può aspirare anche quando si creano la condizioni per un cambiamento, allora vuol dire che la situazione è molto più grave di quella che sembra e che molto ancora c’è da fare per evidenziare da che parte stanno le responsabilità e per uscire da questo buio tunnel che non mostra affatto la sua fine.

(immagine dal web)

Ho visto cose che voi umani

hovistocose

di Mario GALLINA

Ho sentito più di una volta definire il PD partito “trasformista”, ma interpretarlo così, a mio giudizio, è profondamente sbagliato, perché in un certo senso con questa definizione si va, seppure in una accezione negativa, a legittimare un suo percorso politico, quello appunto della trasformazione da un partito ad un altro, quasi una sorta di riformismo mascherato.

In realtà questo partito con Renzi, ma io credo anche da prima, con altri leader, è voluto diventare un’altra cosa dal ruolo che la democrazia italiana gli aveva, suo malgrado, assegnato, come ereditario in linea retta del patrimonio politico PCI-PDS, e più specificatamente, portavoce e bandiera della rappresentanza della sinistra.

Questo ruolo il Partito Democratico lo riveste tenendosi stretto, con autorefenzialità, il ruolo di schieramento di “centrosinistra”, mentre nei fatti è nato e si sta sempre più dimostrando nell’operato, cioè nel “governare”, come un partito di “destra” (per me), autenticamente conservatore, o più generalmente, se preferite, di centro-destra.

Questo in ragione del fatto che il suo segretario attuale Matteo Renzi, ma potrei dirlo anche per il suo fondatore Walter Veltroni, altro non è che un “furbetto”, un meschino, borseggiatore da fiera di consensi, che vuole comunque tenersi i voti dei distratti che credono di votare a sinistra, per consuetudine e non si pongono tante domande: sono una fetta considerevole, perché sono la dote, che è il portato della storia, che “paron Bersani” gli ha – bontà sua – conservato intanto che il Furbetto è diventato grande.

Nel frattempo ottiene i voti delle destre, che vedono realizzare i loro disegni, e non già perché hanno cambiato casacca, ma grati del fatti che, prima volta nella storia di un paese democratico, un partito di sinistra dal ruolo di oppositore e controparte della destra, ne diventa non già alternativa, ma “concorrente”, per andare a fare le stesse cose che la destra stessa non era mai stata in grado di realizzare, nemmeno in nome e per conto dell’Unione Europea.

Quindi questo partito altro non è che un grande, mastodontico imbroglio e una mistificazione politica, messa in campo per creare un centro di potere dominante, al fine di distruggere e disperdere tutte le conquiste, particolarmente quelle sociali, che la classe lavoratrice aveva ottenuto dal dopoguerra fino alla fine del secolo scorso, a costo di gravissimi sacrifici e lotte durissime!
Tutto questo, bisogna riconoscerlo per onestà intellettuale, a causa dell’errore imperdonabile commesso da noi di sinistra di pensare che quando si era conquistato un diritto, questo in quanto tale diventava automaticamente irreversibile e per sempre.

NON È COSÌ e non è mai stato così, i diritti vanno custoditi e difesi come dei bambini nel seno di una madre premurosa, altrimenti te li strappano, li rapiscono, li azzerano con una facilità impensabile.

E noi rimaniamo orfani e contemporaneamente inebetiti dallo scippo con il quale, con destrezza, il richiamato furbetto ci sta rubato tutti quei diritti che in un baleno sono stati dispersi come “LACRIME NELLA PIOGGIA”.

E’ tempo di tornare a lottare.

Vado a fare coalizione

Images From A Coal Wholesaler As Modi Seeks To End 40 Year Gover

di Massimo RIBAUDO

Ancora sento nelle orecchie il ronzio delle fantasie e delle speranze degli oppositori di Matteo Renzi. Poveracci, li capivo. Avevano perso non solo un congresso, ma una scalata aziendale a suon di azioni comprate al mercato delle vacche, e, come si dice a Roma:”nun ce volevano sta“. Così si inventavano narrazioni personali autoassolutorie completamente svincolate dal benché minimo senso della realtà.

“Vedrai che Renzi cade”, “Adesso la bolla si sgonfia”: lo stesso Fabrizio Barca parlò a proposito del governo Renzi – credendo ad una falsa telefonata di Vendola – di operazione avventurista e sconclusionata, senza strategia. Si sbagliava di grosso.

Infatti Renzi è ancora lì, con la sua aria di “dopo di me, il diluvio“, e ha spaccato Forza Italia, inglobato Scelta Civica e molti del Nuovo Centro Destra oramai avrebbero voglia solo di entrare nel PD. Cosa che, a livello locale, stanno già facendo. Esattamente quello che voleva.

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Il presidente nazareno

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di Sil Bi

Addio crisi economica, jihadismo, disoccupazione: da qui alla fine del mese, i media saranno monopolizzati dall’attenzione spasmodica per la “partita del Quirinale” e dai retroscena spericolati ad essa connessi.

Fa un po’ tristezza che il momento istituzionale forse più alto per il Paese – l’elezione di colui che “rappresenta l’unità nazionale” (art.87 della Costituzione) – diventi l’oggetto dei pettegolezzi e delle illazioni più fantasiose: ma la causa di ciò sta nell’ambiguità del confronto tra i due principali partiti attivi in Parlamento (con la consueta insipienza, il M5S pare infatti intenzionato anche stavolta a non partecipare). Continua a leggere

Se potessi avere ottanta euro al mese

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di Andrea NOBILE

 
Campagna elettorale in pieno stile berlusconiano. E’ proprio vero che il cavaliere disarcionato ha vinto comunque. La politica è drammaticamente diventata quella che ha inventato lui.
Di volta in volta un milione diposti di lavoro, abolizione dell’ICI, una volta aveva addirittura proposto l’abolizione del bollo dell’auto, ricordate? Sosteneva, tra l’altro che fosse una tassa fastidiosa perchè doveva essere pagata all’ufficio del registro.
La racconta lunga sulla sua cognizione sulla vita dei comuni mortali, quelli che non pagano 60 € al kilo i fagiolini.

Ora è il turno di Ritopavone Renzi che dai conti in rosso dello stato italiano fa apparire con un miracolo degno del ‘mago Do Nascimento’, ottanta succulenti euri da infilare nella tasca destra degli italiani. Magari sottraendone più di ottanta da quella sinistra.

Poco importa, allora, se sta avviando un programma di ulteriore precarizzazione del lavoro, se sta tentando di inventare, col socio di Dell’Utri, uno Stato senza rappresentatività, con una controriforma elettorale stomachevole.
Alla modica cifra di ottanta euro si può comprare un 37% di voti (di un presumibile 50% dei votanti aventi diritto) che garantirà la maggioranza assoluta alla Camera (sembra che il Senato non serva più, lo dice anche quel galantuomo di Verdini).

Saremo uno stato moderno, finalmente, dove ci sarà una sicura governabilità, dove le opposizioni smetteranno di opporsi e le minoranze la smetteranno di sottrarre quote di potere al prepotente di turno.
Un tale di nome Carbone ha affermato in un talk show che bisogna smetterla di pensare alla rappresentatività, ciò che conta è la governabilità (!).
E’ il nuovo corso del centrosinistra renziano.
Ma noi, o parte di noi, avranno ottanta euro in più al mese, da spendere in qualche nuova gabella o passeggiando la domenica per qualche centro commerciale inventato per stabulare i lavoratori precari anche i giorni festivi.

Uno stato moderno, dove si sarà rottamato il vecchio ciarpame politicizzato e ideologizzato.
Con questa mossa a sorpresa, ottanta gustosissimi euri, magari ci si libererà definitivamente del cavaliere con i capelli di teflon e ci si regalerà un abbonamento a vita al berlusconismo ed una versione trial al renzismo.
Intanto l’industria smobilita definitivamente dall’Italia, l’artigianato e la piccola impresa muoiono e i giovani più fortunati emigrano in cerca di fortuna all’estero. Ma che importa, siamo un paese moderno…

 

(foto dal web)