Bersani e la sindrome di Stoccolma

bersanibirra

di Vincenzo PALIOTTI

“Se io resto nel PD non lo faccio per una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il PD il centrosinistra non esiste più, perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo al di fuori del PD. La mia idea dell’Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel PD”.

Questo è quanto dichiara Bersani a La Repubblica a chi gli chiede perché resta nel PD. Come si fa a dire che senza PD non esiste il centrosinistra se il PD è più a destra di Forza Italia? Questo non lo dico io, lo dicono le riforme, i decreti che Renzi ha messo in atto e che Bersani stesso ha criticato, anche se poi “per disciplina di partito”, sue testuali parole, ha votato. Non una di queste è stata pensata guardando ai bisogni dei più deboli, si è andati in una sola direzione: compiacere la troika, la CONFINDUSTRIA le classi più protette che con questo governo lo sono ancora di più proprio grazie alle riforme che anche lui ha votato.

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Per ricordare Pietro Ingrao

Pietro-Ingrao

Intervento al XI Congresso – 27 gennaio 1966

Pietro Ingrao

delegato di Firenze

Compagne e compagni, il rapporto del compagno Longo ha richiamato con forza l’attenzione nostra e del partito sulla crisi di governo che è in atto.

Siamo tutti consapevoli che tale crisi non è un qualsiasi incidente e trae origini da questioni non marginali.

Certo: essa è legata alla lotta di potere nella DC, e ha visto scendere in campo, nella vicenda della scuola materna, soprattutto la destra clericale, ma non solo essa: e la stessa destra clericale è scesa in campo perché sapeva che esistevano altri problemi ed altre dissidenze, collegate a fatti  di  vasta portata.

Quali sono questi fatti?  1) L’unificazione fra PSI e PSDI, che apre alla DC, su terreni non ancora  definiti, problemi  di  concorrenza con la nuova forza socialdemocratica nei riguardi  di  determinati strati e gruppi sociali. 2) Le modificazioni avvenute negli orientamenti  della  Chiesa che indeboliscono,  oggi,  la  componente  sanfedista  e  più  direttamente  confessionale,  di  cui  la DC  si  è  servita  in  questi  anni  come  uno  degli  strumenti di collegamento e di imbrigliamento delle masse;   modificazioni che spingono la DC  a  difendere  la  sua presa sullo  Stato,  ricercando in una sua propria « efficienza » un titolo nuovo ed altrettanto solido al monopolio  di  potere: alludo insomma  a  tutta  la  tematica  del  convegno  d Sorrento. 3)  Infine l’insofferenza  sempre più forte della  sinistra  democristiana che minaccia, ormai,  sovente, di  scavalcare a  sinistra i  socialisti e che, quindi, a giudizio degli alfieri del centrosinistra, deve essere o assorbita o emarginata.

Tali questioni sono la sostanza su cui poi si innesta lo scontro delle fazioni, reso più complicato per il fatto che oggi esso si svolge in un situazione sociale difficile, che offre margini ristretti di giuoco e in cui agisce una grande forza di opposizione al sistema quale è la nostra.

La crisi, dunque, ravvicina determinate scadenze e acutizza, molti problemi: il processo di unificazione socialdemocratica, la  questione dei rapporti interni e  della collocazione  stessa  della  DC, la  non  semplice  definizione  di  priorità programmatiche  di  governo.

È, dunque, una crisi che sconsiglia ogni attesa; e proprio la consapevolezza della instabilità del momento politico ci sollecita ad intervenire oggi, quando una serie di processi sono tuttora in corso e sul loro esito si può seriamente influire. Ma come intervenire? Con quali lotte, con quali scelte e con quale discorso? Ecco il problema politico immediato, che  coinvolge  questioni  di  fondo.

Nel progetto di tesi noi abbiamo affermato che non è possibile una riedizione del centrosinistra su basi più avanzate e abbiamo detto che noi combattiamo questa politica e questa formula in radice. Le ragioni di questo giudizio e di questa linea politica sono chiaramente espresse nelle tesi ed io non ho bisogno di ricordarle.

Dobbiamo, dunque, rendere chiaro alle masse e alle forze socialiste e cattoliche che una riedizione del centrosinistra comporta una ulteriore accelerazione dei fenomeni negativi oggi in atto: riorganizzazione monopolistica con le gravi conseguenze già in corso sui livelli di occupazione e sul tenore di vita delle masse; integrazione accresciuta nel sistema dei monopoli internazionali; svuotamento delle istituzioni democratiche; logoramento del tessuto unitario.

Dobbiamo spingere le masse e le forze politiche democratiche, ad una lotta contro questa prospettiva, che parta dalla crisi e si prolunghi nel futuro. In altre parole la nostra azione deve far avanzare nel corso di questa crisi la lotta per contenuti programmatici nuovi ed insieme la maturazione di un’alternativa generale alla situazione  attuale,  le condizioni  per  una  nuova maggioranza.

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Unità per cosa, unità di chi?

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di Riccardo ACHILLI

L’unità è un valore molto sbandierato, e da sempre, a sinistra. In particolare, la tradizione comunista ha esaltato, sempre, la priorità unitaria, per cui in un centralismo democratico ben applicato si discute, ma poi si sostiene lealmente la tesi maggioritaria, anche quando non si è d’accordo. Ma, per l’appunto, questa priorità dell’unità, anche a costo di sacrificare un pò la diversità delle opinioni (un elemento che per esempio è difficile da digerire per chi viene da una cultura libertaria e socialista), avveniva dentro un contesto in cui, con lealtà e franchezza, ci si misurava dentro congressi pluralistici, dove tutte le mozioni avevano pari dignità, e dove a tutti, sottolineo a tutti, da Amendola fino a Secchia, era ben chiara l’idea di rappresentare gli interessi di una classe sociale ben precisa, i lavoratori e chi doveva entrare dentro il mercato del lavoro, e chi ne doveva uscire con la dignità di una pensione e di un welfare. In questa chiarezza di politica di classe e di rispetto reciproco, l’idea dell’unità al di sopra delle diversità poteva avere un senso, una nobiltà e una ragione anche tattica.

Oggi il Pd non rappresenta il mondo del lavoro. Il Jobs Act è solo uno, forse il più clamoroso, tra gli esempi. Non è nemmeno equiparabile al blairismo, perché Blair accettò di guidare un partito che, nel suo statuto, si autodichiarava ancora “socialista”. E che con la vittoria di Corbyn dimostra quanti anticorpi di sinistra abbia ancora.

Oggi il Pd è una associazione politica di tipo anfibio, interclassista, che si adatta camaleonticamente ai cambiamenti della società italiana, indotti da forze esterne, essenzialmente di tipo finanziario e geopolitico, proponendosi come forza di “gestione” di tali cambiamenti, e non di governo, perché, per parafrasare Juan Bautista Alberdi, “governare è indirizzare”, e non adeguarsi e gestire.

Una metamorfosi che passa per un ruolo necessariamente rafforzato del leaderismo personalistico, alle spese del dibattito interno (inutile, se ci si acconcia ad input di cambiamento esogeni) e quindi della struttura di un partito (che serve essenzialmente per sintetizzare un dibattito e tradurlo in una strategia d’azione) che si liquefà.

Facendo del male anche all’opposizione: se la maggioranza da forza di governo divente forza di gestione di input esterni, l’opposizione diventa, per contrappasso, forza di distruzione cieca e di contrapposizione, senza idee, alla “casta”. Donde i grilismi.

Per cui lo scenario politico non si divide più in interessi di classe, ma in due fronti: i “responsabili” che gestiscono e gli “irresponsabili” che distruggono. Un ritorno indietro ad assetti pre-1789: un Primo Stato che governa con il suo partito-tecnocratico che si occupa della gestione, come fosse una sorta di Colbert collettivo, ed un Tiers Etat indistinto, privo di guida illuministica, che coltiva il rancore dell’antipolitica come riflesso della sua esclusione.

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Basta col centro. Basta col moderatismo

pendolo

di Massimo RIBAUDO

C’è qualcosa di molto pericoloso, in politica, nel termine “centro”. In ogni caso, sia questo centrodestra, che centrosinistra, si tratta di una porzione della società che, rappresentato nei suoi interessi, vince e governa. E’ un 10% che non sceglie, in fondo, la gradazione dei propri valori, o la preferisce pastello. C’è un centro naturalmente attratto dalla destra, ma non vuole definirsi destra. Ed uno naturalmente attratto dalla sinistra, ma gli dà fastidio definirsi tale.

Quando si è in un fase storica di prosperità, di chiarezza, di gestione di un esistente positivo e rigoglioso, si può avere attenzione per questi individualismi che cercano la sfumatura più chiara per affermare i propri desideri.

Ma non è questo il momento. E non lo dico per affermare che valgano solo gli estremismi. Tutt’altro.

Non c’è proprio spazio per il centro. Per gli accordi mediani fatti attraverso quella percentuale bassissima di persone che però ti permette di raggiungere “almeno” qualche obiettivo. L’ideale di Bersani del un “po’ di lavoro”, un “po’ di giustizia sociale”.

Ci abbiamo sperato, ma non è più quel tempo lì. E il trattamento destinato a Syriza, da parte della Troika, ce lo ha dimostrato completamente.

E’ il tempo della definizione netta, concreta, definitiva. Perché siamo all’inizio di un nuovo rapporto tra capitale e fattori produttivi. E stavolta  tra le cose in affitto (questo  il senso del jobs act) c’è l’essere umano.

O rifiuti un modello, quello del PD renziano, e lo collochi dove esattamente si trova, a destra, proponendone uno diverso e specularmente opposto, dichiarandoti sinistra – e non riunisci un bel niente -, crei, oppure nessuno ti crederà. Non puoi eliminare “qualcosina” da quel modello, migliorarlo, renderlo più gentile, più “carino”. La controriforma renziana – spregiudicata e precisa nei suoi elementi – pone l’interesse finanziario (la nuova industria è quella della speculazione finanziaria) al vertice degli interessi tutelati. E lo fa attraverso l’aziendalizzazione, la contrattazione privata,  di ogni attività umana. Dalla scuola alla pensione. Se servi al mercato, hai diritto di vivere. Altrimenti, fatti da parte.

Può dire NO, oppure SI. Il terzo non è  compreso. Oppure, puoi contestare il sistema in modo furbo, come fanno Grillo e Salvini, ed aiutare Renzi proponendo sciocchezze in alternativa.

Il centro non esiste, quindi. Vuole esistere, in Parlamento, per avere delle chance nel modello renziano come addomesticatore dello stesso. Come elemento che attutisca il colpo.

Ma sulle ossa, sempre più italiani lo stanno sentendo. Il colpo.

Zerocalcare e quella stella troppo grande

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di Luca SOLDI

Quella stella rossa era troppo grande. Quel murale aveva spaccato il paesino di Montanaro, nel torinese.

L’idea iniziale era di rendere onore alla memoria di un giovane partigiano ucciso, fucilato, nella guerra di liberazione. E così, grazie alla disponibilità di Zerocalcare, il noto autore di graphic novel, si è voluta realizzare un’opera che racchiudesse la memoria nel richiamo al nostro tempo. La stella rossa era stata dipinta da Zerocalcare per simboleggiare l’appartenenza di Giuseppe Prono alla Brigata Garibaldi. Fin dal mese di giugno, dopo averlo visto realizzato, l’amministrazione aveva puntualizzato delle critiche circa la presenza della stella rossa che sul bozzetto originale non era presente. Il Sindaco, Giovanni Ponchia, eletto con una lista di centro-sinistra, facendosi interprete della protesta, aveva richiesto la rimozione della stella.

Adesso qualcuno ha pensato bene di anticipare le decisioni del comune e tentare di cancellarla. Ha gettato il contenuto di un bidone di vernice bianca sul murales disegnato da Zerocalcare per onorare la figura del giovane partigiano.

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Puntare strategicamente ad un centrosinistra senza il PD

guardare

Di Antonello BADESSI

Ormai è assunto, al di là di ogni ragionevole dubbio, che spazi di alleanza tra la sinistra (principalmente SEL) e il PD non esistono più. C’è una eredità di giunte comunali e regionali. Quelle regionali sono sempre di meno e se va bene ne verranno fuori tre, tra quelle dove si vota, più le sei dove attualmente ancora governa il centrosinistra. Nelle giunte comunali la collaborazione diviene sempre più difficile.

Detto questo, resta irrisolto il problema che in Italia, per struttura sociale, ad oggi, la sinistra da sola, anche nella migliore delle ipotesi, non può avere la maggioranza politica. Quindi questo problema va affrontato.

Come? Allora affrontiamolo in termini di contenuti.

È chiaro che ciò significa che il programma non può essere solo radicale ma deve tenere conto di interessi – se non contrastanti perché una scelta di campo va comunque fatta -, quanto meno da amalgamare.

Penso a lavoratori, disoccupati, precari, donne escluse o discriminate nel mondo del lavoro, piccola e media impresa, professionisti.

La scelta di campo deve essere opposta a quella della grande finanza turbo-capitalista, ma non dell’impresa in sé.

Ci vuole un programma di sostegno all’economia reale, pubblica e privata, e di contrasto alla rendita finanziaria in tutte le sue deformazioni, derivati e BOT compresi.

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Se potessi avere ottanta euro al mese

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di Andrea NOBILE

 
Campagna elettorale in pieno stile berlusconiano. E’ proprio vero che il cavaliere disarcionato ha vinto comunque. La politica è drammaticamente diventata quella che ha inventato lui.
Di volta in volta un milione diposti di lavoro, abolizione dell’ICI, una volta aveva addirittura proposto l’abolizione del bollo dell’auto, ricordate? Sosteneva, tra l’altro che fosse una tassa fastidiosa perchè doveva essere pagata all’ufficio del registro.
La racconta lunga sulla sua cognizione sulla vita dei comuni mortali, quelli che non pagano 60 € al kilo i fagiolini.

Ora è il turno di Ritopavone Renzi che dai conti in rosso dello stato italiano fa apparire con un miracolo degno del ‘mago Do Nascimento’, ottanta succulenti euri da infilare nella tasca destra degli italiani. Magari sottraendone più di ottanta da quella sinistra.

Poco importa, allora, se sta avviando un programma di ulteriore precarizzazione del lavoro, se sta tentando di inventare, col socio di Dell’Utri, uno Stato senza rappresentatività, con una controriforma elettorale stomachevole.
Alla modica cifra di ottanta euro si può comprare un 37% di voti (di un presumibile 50% dei votanti aventi diritto) che garantirà la maggioranza assoluta alla Camera (sembra che il Senato non serva più, lo dice anche quel galantuomo di Verdini).

Saremo uno stato moderno, finalmente, dove ci sarà una sicura governabilità, dove le opposizioni smetteranno di opporsi e le minoranze la smetteranno di sottrarre quote di potere al prepotente di turno.
Un tale di nome Carbone ha affermato in un talk show che bisogna smetterla di pensare alla rappresentatività, ciò che conta è la governabilità (!).
E’ il nuovo corso del centrosinistra renziano.
Ma noi, o parte di noi, avranno ottanta euro in più al mese, da spendere in qualche nuova gabella o passeggiando la domenica per qualche centro commerciale inventato per stabulare i lavoratori precari anche i giorni festivi.

Uno stato moderno, dove si sarà rottamato il vecchio ciarpame politicizzato e ideologizzato.
Con questa mossa a sorpresa, ottanta gustosissimi euri, magari ci si libererà definitivamente del cavaliere con i capelli di teflon e ci si regalerà un abbonamento a vita al berlusconismo ed una versione trial al renzismo.
Intanto l’industria smobilita definitivamente dall’Italia, l’artigianato e la piccola impresa muoiono e i giovani più fortunati emigrano in cerca di fortuna all’estero. Ma che importa, siamo un paese moderno…

 

(foto dal web)