Il buon seminatore

vangogh

di Antonio DITARANTO

Una delle parabole del Vangelo più belle che si possono leggere è quella del buon seminatore: Gesù, parlando ai suoi discepoli si rivolge raccontando loro la storia della semina del grano che poi alla fine altro non è che quella della nostra vita.

Dice Gesù che parte dei chicchi di grano durante la semina finiscono tra le pietre e un terreno arido e vengono beccati dagli uccelli, parte tra le spine e pur germogliando vengono alla fine soffocati, mentre parte finisce in un terreno fertile e ben lavorato e alla fine darà buoni frutti, non prima però di essere passato da chicco a germoglio e a pianta e solo con l’aiuto del sole e della fertilità del terreno potrà alla fine portare un buon raccolto.

Cosa c’entra tutto questo con ciò che mi appresto a scrivere? Non so, forse nulla: sta di fatto che pur non essendo io un credente non disdegno di prendere le cose buone che arrivano dall’insegnamento di valori che arrivano da un mondo che non la pensa come me.

Non so se altri abbiano le mie stesse sensazioni, sta di fatto che più passa il tempo e più mi convinco che per quanto ci si possa sforzare di fare delle buone semine, quasi tutti i chicchi di grano che il mondo della sinistra cerca di seminare finiscano quasi esclusivamente sul terreno arido e tra le spine.

Le recenti elezioni francesi ci porterebbero a pensare che il mondo venga spinto sempre più verso destra: se cosi fosse forse vorrebbe dire che vi è una nuova consapevolezza nelle persone che li porta a pensare in un modo diverso dal nostro.

La cosa che a me invece lascia perplesso è il fatto che invece le persone continuano comunque ad avere pensieri positivi, solo che per una serie di circostanze, diciamo pure per la mancanza di una progettualità reale della semina che si intende fare – o perché no anche dalla paura per la drammaticità del momento – le gente si affida a coloro che spingono sui mal di pancia e sulle insicurezze per cercare quella tranquillità che la politica non riesce più a dare.

Mal di pancia e insicurezza, ossia terreno arido e spine che soffocano i germogli.

Oggi mi sento un tantino religioso, e così, mentre scrivo, mi torna in mente il libro dell’Esodo e delle tante volte che Mosé deve intervenire per impedire che il popolo liberato dalla schiavitù egiziana possa tornarsene con la coda tra le gambe proprio verso quella schiavitù dalla quale aveva impiegato secoli per potersi affrancare.

Questa, se ci pensiamo, è la storia recente del nostro mondo: le grandi lotte dell’800 e 900 avevano affrancato i popoli, quelli europei in particolare, dalle oppressioni del capitalismo e del feudalesimo.

Le più grandi conquiste in materia di diritti per i lavoratori, in termini di salari, orari e condizioni di lavoro, istruzione, sanità, emancipazione, sono avvenute durante i due secoli scorsi. Se qualcuno pensa che il tutto sia stato possibile grazie ad una passeggiata si sbaglia di grosso: il terreno delle battaglie è rimasto intriso di sangue, non solo quello dei tanti lavoratori ma anche quello di tanti dirigenti che non hanno esitato a mettere la loro vita a disposizione del bene comune: i buoni seminatori.

In questa ultima frase a mio avviso sta il segreto della buona semina che ancora oggi non riusciamo più a fare. Come pensiamo di fare un buon raccolto se non siamo disposti anche a sacrifici più estremi per il bene della causa comune?

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Il Paradiso può attendere

sangue

di Manuela PASQUARELLI

1971. “La classe operaia va in paradiso”. Occhio implacabile di Elio Petri. Il secondo film della cosidetta Trilogia della nevrosi. Orda di polemiche. Critiche feroci, da tutti, nessuno escluso.

Una spietata satira durissima da vedere. E da ricordare. Era la mattina degli anni di piombo, preannunciati dall’ alba livida della strage di Piazza Fontana, che tronfia e orribile marciava per la sua strada immonda. Quel che ne è seguito, a chiusura del secolo breve e nell’affaccio al nuovo millennio, altrettanto disumano e violento, apparentemente lontano ed estraneo agli yuppies emergenti elevati a modelli di vita “nova”. E ai loro seguaci et allievi.

In tutto il nostro mondo “civile” scorre sempre sangue. Dalla primavera slovena alla primavera araba … nella torturata mezzaluna fertile … nell’Africa perenne terra di conquista al soldo di qualche corona o di qualche mostrina per squallidi e criminali affari di soldi … nel lontano oriente. SANGUE.

L’elenco è agghiacciante a volerlo ripercorrere. Sangue così bello e rosso da doverlo tenere ben protetto nei nostri vasi sanguigni e ben celato a sguardi obliqui, che più d’ogni altra cosa a vedersi ti racconta che lì c’era vita.

Strappata via, insieme col sangue, dal corpo. E allora c’è chi fugge, con la SPERANZA di SALVARSI, cercando scampo e umanità lì dove sembra offrirsi vita nova, come un miraggio nel deserto. E per folle di sopravvissuti la speranza di salvarsi, dopo fughe affannose e disperate, tempeste di mare, momenti di terrore che solo immaginarli agghiaccia chiunque abbia pochi grammi di sensibilità, si spegne nei “centri d’accoglienza”, nei campi che spezzano la schiena, nello sfruttamento più screanzato, negli stupri e nelle violenze quotidiane materiali e non-materiali.

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Cum-panis

cum panis

 

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di Ivana FABRIS

Non sono qui, oggi, per fare delle mie parole una sorta di autocelebrazione ma solo per parlare di un’esperienza a cui in molti hanno spesso rinunciato ancora prima di provarci.
E quell’esperienza, invece, è accaduta, accade anche oggi.
Sono qui per raccontare una storia vera.

Sono qui per dire a tanti che ci seguono e ci leggono, che credere in un’idea non è una cosa da vecchi, quindi inutile; che le speranze non sono utopie, che sognare un mondo migliore è ancora possibile e che nel momento in cui ti impegni per farlo, lo stai già migliorando.
Per abbracciare idealmente tutte le persone che da diverso tempo stanno lavorando insieme a me, affinchè siano le idee – e non i singoli leader o le singole bandiere – a diventare il motore del cambiamento.

Poco più di sei mesi fa, è nato questo blog.
Qui si sono incontrate persone di diversa provenienza collocate nell’ambito della Sinistra italiana.
Sotto a questo nome si sono unite differenti bandiere, differenti progetti passati, differenti sensibilità. Doveva essere un’impresa impossibile e non lo è stata.
Anzi, finora non fa che crescere e darci continue soddisfazioni. Continua a leggere

Alla sinistra che verrà

fgci

 

di Ivana FABRIS

 

Ad Arrigo, mio compagno di tanti momenti di lotta e amico di sempre.
Ad ogni compagno che ho incontrato.
A tutti quelli che non ho conosciuto allora.
A quelli che ho scoperto essere ancora compagni oggi.

 
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Ci sono stati giorni in cui molti italiani erano di sinistra e lo erano come nemmeno oggi si potrebbe immaginare.
Ci sono stati giorni, i nostri giorni, quelli della mia generazione, una generazione che ha raccolto il testimone delle lotte del ’68 ed ha vissuto quelle del ’77, una generazione a cavallo tra la strategia della tensione e gli scontri con la sinistra extraparlamentare, fino al terrorismo.
Ci sono stati centinaia di giorni mai uguali, giorni di crescita e di fatica, giorni per costruire futuro e rafforzare speranze.

C’erano giorni che oggi devono essere di testimonianza di una sinistra ma non per essere una sinistra di testimonianza.
C’erano giorni che non potranno tornare perchè non è più quel tempo ma può essere, invece, che quel tempo torni a rinnovarsi anche grazie a ciò che è stato.
C’erano giorni, i nostri giorni, quelli dell’impegno dei giovani che aderivano alla FGCI milanese.

C’erano giorni in cui lavoravamo in allegria per mettere in piedi la Festa de l’Unità, collaborando con i compagni più grandi o più anziani di noi e dai quali, oltre a scontrarci per cercare di far entrare un nuovo modo di far politica all’interno del partito, si imparava e con i quali si rideva e si scherzava perchè comunque ci volevano bene e ci vedevano come il loro futuro, come la loro continuità, come la trasmissione della loro memoria.
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Dovete chiamarmi Compagno

prc_antifasciste

 

 

 

 

 

 

MIRA (Venezia), 20 gennaio 2007

Cari Compagni, sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.
All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza.
Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite.
Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.
Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre.
Vostro
Mario Rigoni Stern

 

(proposto da Andrea Nobile)