Manovre portoghesi: ma vi aspettavate qualcosa di diverso?

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di Riccardo ACHILLI

Un approccio neanche particolarmente pessimistico in politica dovrebbe condurre ad un sano realismo.

I fatti portoghesi hanno avuto l’evoluzione più ovvia. Cavaco Silva, il Presidente della Repubblica, ha incaricato di formare il governo il suo compagno di partito Coelho, e non il suo avversario Costa, basandosi su una prassi per noi italiani insolita, ma per la politica portoghese consueta, ovvero quella dei governi di minoranza.

In più sta apertamente invitando i deputati socialisti ad andare contro la disciplina di partito e a sostenere il governo di Pedro Passos Coelho.

Affidandosi, così, ad un’altra facile conclusione, ovvero che la fame di potere e la voglia di tenersi il seggio parlamentare senza tornare a nuove elezioni finirà per portare i socialisti a fornire una qualche forma di appoggio al governo di Coelho, nei prossimi mesi.

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Per ricordare Pietro Ingrao

Pietro-Ingrao

Intervento al XI Congresso – 27 gennaio 1966

Pietro Ingrao

delegato di Firenze

Compagne e compagni, il rapporto del compagno Longo ha richiamato con forza l’attenzione nostra e del partito sulla crisi di governo che è in atto.

Siamo tutti consapevoli che tale crisi non è un qualsiasi incidente e trae origini da questioni non marginali.

Certo: essa è legata alla lotta di potere nella DC, e ha visto scendere in campo, nella vicenda della scuola materna, soprattutto la destra clericale, ma non solo essa: e la stessa destra clericale è scesa in campo perché sapeva che esistevano altri problemi ed altre dissidenze, collegate a fatti  di  vasta portata.

Quali sono questi fatti?  1) L’unificazione fra PSI e PSDI, che apre alla DC, su terreni non ancora  definiti, problemi  di  concorrenza con la nuova forza socialdemocratica nei riguardi  di  determinati strati e gruppi sociali. 2) Le modificazioni avvenute negli orientamenti  della  Chiesa che indeboliscono,  oggi,  la  componente  sanfedista  e  più  direttamente  confessionale,  di  cui  la DC  si  è  servita  in  questi  anni  come  uno  degli  strumenti di collegamento e di imbrigliamento delle masse;   modificazioni che spingono la DC  a  difendere  la  sua presa sullo  Stato,  ricercando in una sua propria « efficienza » un titolo nuovo ed altrettanto solido al monopolio  di  potere: alludo insomma  a  tutta  la  tematica  del  convegno  d Sorrento. 3)  Infine l’insofferenza  sempre più forte della  sinistra  democristiana che minaccia, ormai,  sovente, di  scavalcare a  sinistra i  socialisti e che, quindi, a giudizio degli alfieri del centrosinistra, deve essere o assorbita o emarginata.

Tali questioni sono la sostanza su cui poi si innesta lo scontro delle fazioni, reso più complicato per il fatto che oggi esso si svolge in un situazione sociale difficile, che offre margini ristretti di giuoco e in cui agisce una grande forza di opposizione al sistema quale è la nostra.

La crisi, dunque, ravvicina determinate scadenze e acutizza, molti problemi: il processo di unificazione socialdemocratica, la  questione dei rapporti interni e  della collocazione  stessa  della  DC, la  non  semplice  definizione  di  priorità programmatiche  di  governo.

È, dunque, una crisi che sconsiglia ogni attesa; e proprio la consapevolezza della instabilità del momento politico ci sollecita ad intervenire oggi, quando una serie di processi sono tuttora in corso e sul loro esito si può seriamente influire. Ma come intervenire? Con quali lotte, con quali scelte e con quale discorso? Ecco il problema politico immediato, che  coinvolge  questioni  di  fondo.

Nel progetto di tesi noi abbiamo affermato che non è possibile una riedizione del centrosinistra su basi più avanzate e abbiamo detto che noi combattiamo questa politica e questa formula in radice. Le ragioni di questo giudizio e di questa linea politica sono chiaramente espresse nelle tesi ed io non ho bisogno di ricordarle.

Dobbiamo, dunque, rendere chiaro alle masse e alle forze socialiste e cattoliche che una riedizione del centrosinistra comporta una ulteriore accelerazione dei fenomeni negativi oggi in atto: riorganizzazione monopolistica con le gravi conseguenze già in corso sui livelli di occupazione e sul tenore di vita delle masse; integrazione accresciuta nel sistema dei monopoli internazionali; svuotamento delle istituzioni democratiche; logoramento del tessuto unitario.

Dobbiamo spingere le masse e le forze politiche democratiche, ad una lotta contro questa prospettiva, che parta dalla crisi e si prolunghi nel futuro. In altre parole la nostra azione deve far avanzare nel corso di questa crisi la lotta per contenuti programmatici nuovi ed insieme la maturazione di un’alternativa generale alla situazione  attuale,  le condizioni  per  una  nuova maggioranza.

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Lor signori

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Alfredo MORGANTI

Oggi Chicco Testa sull’Unità rivendica la giustezza dell’appello dei 200 comparso sul Corriere della Sera a sostegno di Renzi, che egli stesso dice di aver sottoscritto con orgoglio. Ci spiega anche chi siano i firmatari: rappresentanti del “mondo delle professioni e delle imprese italiani”, coloro che hanno “la responsabilità” dice Chicco “di far camminare questo paese”. Lor signori, insomma, direbbe il vecchio Fortebraccio. Quelli che vogliono, continua, un’Italia libera da burocrazia, parassitismi, lacci e lacciuoli e, soprattutto, “più ordinata”. Non hanno pagato 140 euro a testa (tale è il costo dell’inserzione) per “lamentarsi”, ma per incoraggiare il primo ministro a proseguire fiero sulla sua strada di un coraggioso rinnovamento.

I 200 firmatari si sarebbero trovati col passaparola. Non avrebbero agito per conto di qualcuno ma solo per se stessi. Io ci credo. Il mondo delle professioni e delle grandi imprese agisce sempre per se stesso, è una metafora classica dell’egoismo sociale. Ci credo che abbiamo fatto passaparola, e magari si siano incontrati a Cortina, oppure in un aperitivo a casa di qualche ‘conte duca’ direbbe Fantozzi. Ce li vedo, mentre tra un’olivetta e l’altra, bagnate in un Martini, vestiti di tutto punto, si dicono e si confermano reciprocamente che non si può continuare così, che serve più ordine, meno burocrazia, meno tasse, meno lamentele, meno comunisti (che roba contessa!). Che Renzi è l’uomo giusto per farla finita.

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Il Paradiso può attendere

sangue

di Manuela PASQUARELLI

1971. “La classe operaia va in paradiso”. Occhio implacabile di Elio Petri. Il secondo film della cosidetta Trilogia della nevrosi. Orda di polemiche. Critiche feroci, da tutti, nessuno escluso.

Una spietata satira durissima da vedere. E da ricordare. Era la mattina degli anni di piombo, preannunciati dall’ alba livida della strage di Piazza Fontana, che tronfia e orribile marciava per la sua strada immonda. Quel che ne è seguito, a chiusura del secolo breve e nell’affaccio al nuovo millennio, altrettanto disumano e violento, apparentemente lontano ed estraneo agli yuppies emergenti elevati a modelli di vita “nova”. E ai loro seguaci et allievi.

In tutto il nostro mondo “civile” scorre sempre sangue. Dalla primavera slovena alla primavera araba … nella torturata mezzaluna fertile … nell’Africa perenne terra di conquista al soldo di qualche corona o di qualche mostrina per squallidi e criminali affari di soldi … nel lontano oriente. SANGUE.

L’elenco è agghiacciante a volerlo ripercorrere. Sangue così bello e rosso da doverlo tenere ben protetto nei nostri vasi sanguigni e ben celato a sguardi obliqui, che più d’ogni altra cosa a vedersi ti racconta che lì c’era vita.

Strappata via, insieme col sangue, dal corpo. E allora c’è chi fugge, con la SPERANZA di SALVARSI, cercando scampo e umanità lì dove sembra offrirsi vita nova, come un miraggio nel deserto. E per folle di sopravvissuti la speranza di salvarsi, dopo fughe affannose e disperate, tempeste di mare, momenti di terrore che solo immaginarli agghiaccia chiunque abbia pochi grammi di sensibilità, si spegne nei “centri d’accoglienza”, nei campi che spezzano la schiena, nello sfruttamento più screanzato, negli stupri e nelle violenze quotidiane materiali e non-materiali.

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Auguri Enrico

berlinguer

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela.

La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.

Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Enrico Berlinguer

di Vincenzo G. PALIOTTI

Poche righe per ricordare che il 25 Maggio 1922 nasceva Enrico Berlinguer. Poche righe perché Enrico non amava la scena. La sapeva affrontare, questo sì, ma era in fondo uno schivo e sono certo che sarebbe stato capace di arrossire se avesse potuto leggere quanto si è scritto su di lui in questi anni, che abbiamo vissuto senza di lui.

Di una cosa sono certo, però: che, se potesse, prenderebbe le distanze da chi lo celebra “pro domo sua”, e ce ne sono tanti compresi quelli che hanno “assaltato” e depredato quello che è stato il suo partito e che oggi governano con principi che sono sempre stati in antitesi con quelli di Berlinguer.

Con lui in vita non sarebbe di certo accaduto, senza di lui si è perso il collante della sinistra, il faro che guida le navi di notte lontano dagli scogli.
Il nostro ricordo, quello mio e di tanti compagni di sinistra, che sono veramente tanti, è sincero senza nessun utile da raggiungere. E’ carico di risentimento, questo sì, di rancore verso chi ogni giorno lo offende, verso chi non l’ha capito e si riempie la bocca col suo nome per ingannare chi lo sta ad ascoltare.

Di te, Enrico, ci manca tutto, e particolarmente qualcosa che, mancando, ha visto trasformare in peggio la società, la politica, il modo di vivere di tanti e di questo stesso paese: il tuo esempio sulla questione morale, che pare sia andata persa e dimenticata proprio quando te ne sei andato.

Una cosa mi andrebbe di fare per onorare meglio il tuo ricordo e come regalo di compleanno: andrei a tirare via le tue foto dalle sedi di quel partito che ogni giorno che passa è sempre meno degno di te. Che ti ha tradito. Che ci ha tradito.

Auguri Enrico, oggi avresti 93 anni e tante cose ancora da insegnarci.

Dire, fare, gufare

redhowl

di Massimo RIBAUDO

Siamo noi, siamo quelli che hanno memoria, che leggono qualche libro, che si ricordano le parole dei nonni, delle madri e dei padri.
Siamo noi, che boicottiamo ogni tentativo di sopraffazione sull’uomo e sulla Natura, che segnaliamo e denunciamo gli abusi, le scommesse senza regole dove vince sempre “il banco”. I disfattisti, quelli contro ogni guerra, che non sia solo ed esclusivamente difensiva e dalla quale dipenda la protezione di un territorio e di una civiltà dall’attacco di un’altra. E, chiaramente, che non sia MAI protezione preventiva.

Perché ci sono degli altri uomini, delle donne, dei bambini dall’altra parte. Come i nostri.

Siamo noi che abbiamo bandiere universali di coesistenza e rispetto per le diversità che non vogliono annullare la nostra diversità.

Una vita in comune, di pace, convivenza, aiuto, mutualità, cooperazione, individualità aperte agli altri: io e noi.
Quindi, diciamolo, siamo COMUNISTI.
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Quando eravamo diversi

Elezioni1975

di Celeste INGRAO

Oggi è giorno di elezioni ed è meglio evitare polemiche. Ci può stare, invece, un piccolo ricordo dei giorni elettorali di tempi lontani. Non per cedere a una vena nostalgica, che non è di nostalgia che abbiamo bisogno, ma di idee per il futuro. Diciamo allora che è solo un pezzettino di storia, quella storia “minore” che noi vecchi possiamo e dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni.

Prima Repubblica. Quando eravamo “diversi”, eravamo orgogliosi di essere “diversi” e non aspiravamo affatto a diventare un paese normale. Eravamo diversi perché avevamo (o credevamo di avere) i comunisti migliori del mondo e anche perché da noi tutti andavano a votare – mica come in America! E per noi – i diversi tra i diversi, i “compagni”, i militanti – il giorno delle elezioni era un giorno specialissimo, un giorno di festa. Si votava quasi sempre a primavera e io qui a Roma ricordo sempre giorni di sole. Qualche volta, per certo, avrà anche piovuto, ma io ricordo solo il sole. E le bandiere, i soldatini giovani davanti alle scuole.

I seggi venivano composti con criteri apertamente spartitori: ogni partito mandava i suoi. Fare lo scrutatore era comunque un ruolo “nobile”: avevi un compito istituzionale importante e dovevi essere assolutamente preparato e conoscere a menadito le norme elettorali. Mia mamma – che finché le forze glielo hanno consentito non ha mai mancato un’elezione – era orgogliosissima di fare la scrutatrice e mai avrebbe accettato di essere “degradata” a rappresentante di lista.
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