Una libertà da quattro soldi. A volte, neppure quelli

community

di Riccardo ACHILLI

Politica, come sanno anche i miei cani, significa “governo della città”. Sempre come sanno i cani, “città” è per gli antichi greci luogo reale e metafora di una comunità.

Governare una comunità non può limitarsi a governarne l’economia. Significa costruire un modello di relazioni sociali che migliori il benessere non inteso in senso paretiano, cioè in senso utilitaristico, ma nel senso del miglioramento della soddisfazione collettiva per una vita in cui ognuno abbia la possibilità di realizzarsi.

Uno degli effetti fondamentali del neoliberismo, come sanno anche i miei gatti, è quello di aver imposto l’individuo sopra la collettività sociale cui appartiene. L’individualismo metodologico non può quindi costruire un modello sociale, ottimale o sub ottimale, perché si ferma ad un limite negativo: “la libertà del singolo si ferma dove inizia quella dell’altro”, senza affermare una possibilità positiva di crescita dello spazio collettivo della libertà.

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E’ possibile la democrazia nell’eurozona?

tempoguadagnato

di Wolfgang Streeck

[estratto dal volume Tempo guadagnato, Feltrinelli, pag.205-209]

Ci si può domandare se si possa giungere a una pacificazione dei conflitti che stanno distruggendo l’eurozona attraverso un processo di democratizzazione. La democrazia potrebbe davvero arrestare le forze centrifughe generate dal fatto che società diverse fra loro sono state costrette dentro la struttura rigida del mercato comune e della moneta unica e, in tal modo, sono state private della loro autonomia di azione all’interno dell’area euro? È possibile, quindi, che la democratizzazione neutralizzi le nuove linee di conflitto che separano gli stati dentro l’area euro, sostituendole con altre di tipo sociale ed economico che le intersechino? Molti di quanti sperano che la soluzione degli attuali problemi del sistema economico e politico europeo stia nella sua democratizzazione sembrano immaginare questo processo come il tentativo di mettere da parte, una volta per tutte, le barriere costituite dai particolarismi che finora hanno impedito una politica salariale sovranazionale, una politica sociale a livello europeo, un diritto del lavoro unico, un regime di codeterminazione o una politica comune di sviluppo regionale.

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Manifesto per niente utopico di una rete della sinistra italiana

pueblo

di Francesco GENTILINI GIANNELLI

UNA PROPOSTA COLLETTIVA DI STATUTO

Premessa: il contenuto di questo Manifesto non è proprietà intellettuale di nessuno, quindi è di tutti. Le idee qui presentate sono quelle che corrono tra le bocche e le orecchie di molte donne e uomini di sinistra in tutto il mondo.

Ho deciso di buttare giù un canovaccio, uno scheletro di quello che potrebbe essere un giorno, giusto per dare qualche spunto e riassumere i punti più importanti secondo me, in modo da lasciare spazio ad aggiunte, integrazioni e, perché no, per togliere qualcosa. Tutto ciò verrà fatto col contributo di chiunque abbia voglia di esprimere la sua opinione su questo Manifesto. So che là fuori ci sono molte persone che hanno tante belle cose da suggerire.

Ho scelto il nome “Rete” perché mi piace, ma è un nome come un altro.

Il nome, il logo e tutto il resto lo decideranno gli iscritti. Per me si può chiamare come volete, basta che sia credibile e che vinca, per il popolo.

Penso che ogni partito o coalizione si debba configurare secondo il modello di comunità (quindi anche statale, ma non solo e non per forza) che desidera creare. Per questo qui è riassunto un partito “snello”, dove nessuno può arrogarsi il diritto di essere un “leader” (che più che altro è spesso oggi un “boss”) e dove la saggezza ed il potere stanno nel popolo.

Vorrei che fosse finita l’era di chi, come mestiere, fa il “dirigente”. Per due motivi: il primo è che ormai mi pare chiaro che l’Italia ha i gruppi dirigenti politici meno preparati della sua storia, gente che magari potrebbe tenere corsi accademici (mica sempre) ma che non è allenato a fare il politico, a fiutare la strategia da intraprendere. Il secondo è che, per quanto io ritenga che per fare il rappresentante di una comunità serva molta preparazione e “gavetta”, questo non vuol dire che questa attività non possa essere perpetrata gratuitamente per quella comunità, come servizio e non come mestiere. Se oggi ancora l’Europa (e soprattutto la Grecia) si tengono in piedi è soprattutto grazie a chi ha fatto della sua gratuità e del suo impegno una risorsa per gli altri.
Per finire, so che molti storceranno il naso dicendo che “non è il momento di parlare di contenitori”. So bene che molto più importante e urgente è la discussione sui contenuti e sulle campagne di lotta comune, ma io sono convinto che un contenitore influenzi il suo contenuto e viceversa. Provateci voi a bere dell’acqua con una forchetta.
Mi scuso per la lunghezza. Buona lettura.

ALCUNI IMPRESCINDIBILI VALORI
Antifascismo. Il germe del fascismo, inteso come dominazione del prossimo attraverso violenza fisica e non al fine della supremazia di un gruppo su un altro, è vivo e vegeto nella società in cui viviamo, sia su scala locale (razzismo verso minoranze etniche o migranti, ad esempio) che globale (il controllo della finanza sulla politica a favore delle élites e a sfavore dei popoli). La Rete usa tutte le sue forze per combattere il fascismo, predatore della democrazia, sia riducendone gli spazi di efficacia che promuovendo l’aggregazione e la cultura antifascista, nel segno della comprensione, del rispetto e della convivenza nonviolenta.

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La corruzione, male infinito

mattarellatorino

di Luca SOLDI

Sergio Mattarella, a Torino, durante l’incontro all’Arsenale Della Pace, luogo così simbolico per la città, ha portato un forte affondo per quello che è il male assoluto del Paese: la corruzione. Per quello che è ormai da tempo, non più un virus ma il vero cancro che consuma la società italiana. Un tumore che colpisce tanti concittadini. Che se da un lato si indignano per il malaffare, dall’altro cedono a comportamenti personali decisamente discutibili. In un male senza fine che avvolge tutto.

Ha denunciato poi, il Presidente della Repubblica: “Avvertiamo i rischi di un individualismo che disgrega. Manca la mediazione dei corpi intermedi e il cittadino si ritrova solo davanti alle istituzioni. A questi pericoli di solitudine bisogna reagire”. Allo stesso tempo ha voluto ricordare che i cittadini non possono pensare di avere solo diritti ma hanno anche “doveri”. Si deve comunque “impedire che si rompano le maglie della comunità”. Volendo intendere che la fragilità ed il limite dell’intero sistema e’ un fatto ormai conclamato. Indiscusso ed indiscutibile. E che la soluzione sta ormai nel costruire tutto quanto possa riuscire a recuperare i nostri giovani.

Molti, infatti, decisamente troppi, oggi appaiono persi nella disillusione e nell’abbandono per tutto quello che riguarda l’impegno civile, l’etica, i valori comuni.

Mattarella ha voluto, proprio per questo effetto “collaterale” così devastante per il futuro della nostra società, fare sue le parole di Papa Bergoglio : “i corruttori sono i peggiori peccatori”.

In una condanna senza appello, ma subito seguita dalla speranza che le nuove generazioni vengano chiamate ad agire, ad intervenire. Si adoperino per “far sentire la loro voce senza paura”. Un doppio binario di condanna e speranza che il capo dello Stato ha rivolto alle nuove generazioni. Mentre, il Presidente, non ha voluto fare sconti a nessuno quando si è rivolto ai partiti ed a coloro che per mezzo dei partiti hanno provocato l’impoverimento della vita sociale, della società, della stessa politica. Ragione per la quale, Mattarella, concludendo, ha puntato il dito: ” i giovani si allontanano e perdono fiducia”.

Ricordando a tutti gli altri, a noi stessi, il compito di impegnarci perché la ritrovino. Con l’esempio concreto. Quell’esempio mancato proprio da parte di tanti vertici politici ed economici.

Reagendo alla rassegnazione di fronte al conformismo. Prima che sia davvero troppo tardi.

28 marzo 2015 – Unions

unionslandini

di Nello BALZANO

Questa manifestazione partecipata al di là di ogni aspettativa è stata, a mio giudizio, la rappresentazione di ciò che noi immaginiamo, quando pensiamo alla nostra Costituzione, il fondamento, la grammatica della libertà e della cittadinanza politica e sociale.

IL LAVORO

Inteso come completamento della persona, nella sua dignità, nel rispetto dei diritti, con una giusta remunerazione, protagonista della società nella crescita del Paese, nel lasciare a chi viene dopo il solco tracciato per migliorare giorno per giorno le condizioni.
Oggi invece viviamo un continuo degrado e cancellazioni di conquiste importanti, di esaltazione dell’individualismo a discapito di una giusta forza da contrapporre a chi intende servirsi della tua opera per i suoi scopi personali o di un sistema malato di “finanza”, ma un individualismo monco e sterile, perché pur se ti sbatti contro il tuo collega per conservare ciò che è un tuo diritto, rimani povero.

LA LIBERTÀ

La libertà di poter manifestare la tua idea, il tuo pensiero, il tuo sogno, la tua speranza, per un giorno sei protagonista di te stesso. Anche chi viene deriso ironicamente dai commenti di “piccolo”- opinionisti, che vedono la presenza di quei simboli come la “falce e martello“, come qualcosa di vetusto ed inutile, non comprendendo che anche lì c’è una parte importante della nostra storia, che si condividano o no i loro ideali, pacificamente e civilmente, queste persone hanno la possibilità senza vergogna e con tanto orgoglio, di camminare al fianco di chi magari la pensa diversamente da loro. E questo non è altro che il senso condiviso di comunità e di unione dei lavoratori.

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Ma è tutta colpa di Renzi?

disperazione

di Nino CARELLA

Sono un noto “gufo&rosicone” ma trovo comunque intellettualmente disonesto attribuire tutte le responsabilità dei problemi italiani (o della loro mancata soluzione) a Renzi, come pure si tende a fare.
Il senso è che o ci rendiamo conto dei reali problemi del Paese, e uniti ci sforziamo di superarli, oppure continuiamo una lotta intestina che non porterà da nessuna parte. L’ultimo gufo pare sia Ferruccio de Bortoli, direttore – ora uscente – di quel giornale che certo non ha alzato barricate quando l’ascesa dell’ex sindaco poteva essere arrestata, o resa meno impetuosa.

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La nuova casa

nuova_casa

di Elsa LUSSO

Caro Giuseppe,
stavolta mi hai anticipato tu, col tuo bellissimo articolo su Enrico Berlinguer.

Io appartengo a quella generazione che per ragioni anagrafiche non ha vissuto pienamente la stagione del grande Segretario del PCI, né il mio percorso può dirsi quello di una militante del Partito. Eppure la sua testimonianza è arrivata sino a me, la sento sempre forte e chiara e forse, questo mio sentire, può contribuire a far capire perché “…a trent’anni dalla sua scomparsa, ancora oggi Berlinguer è così amato”.

Non posso che concordare con quanti hanno puntato sulla sua sincerità quasi ingenua, come chiave di lettura per inquadrare il suo modo di interpretare la vita, ma quando ho rivisto il filmato sul famoso discorso di Padova, fortissima mi è giunta una certezza: che Enrico Berlinguer fosse una di quelle rare persone così altruiste da riuscire a superare la propria sofferenza a favore degli altri, fino a morirne.

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Siamo Stato NOI

siamostato

 

di Ivana FABRIS

Caro Andrea, leggo ciò che hai scritto ieri e mi ritrovo a riflettere, come ogni qualvolta mi accade quando tu affronti una tematica, perchè lo fai senza aver paura delle parole, senza timore di affondare la lama in ciò che fa più male, quasi volessi ripulire e ricruentare i lembi di una ferita che non riesce a cicatrizzare perchè infetta.
Effettivamente sei un buon medico poichè tutto il tuo agire mira al bene del paziente, solo ed esclusivamente a quello, e colgo nel tuo sentire che, in un certo senso, da un lato ti arrabbi perchè quella lesione sia stata lasciata suppurare mettendo a repentaglio la vita del paziente stesso e dall’altro ti dispiaccia perchè sai che per arrivare alla guarigione dovrai far soffrire ancora il malato, facendo sanguinare nuovamente la ferita. Continua a leggere