Sindacati e diritto del lavoro: ultimo atto

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di Riccardo ACHILLI

Senza clamore, senza più sussulti in un Paese drogato, viene annunciata l’intenzione di Renzi di intervenire con la riforma finale della sua sciagurata esistenza politica: l’ultima fase dell’americanizzazione del Paese, ovvero l’abrogazione dei contratti collettivi, a fronte di un salario minimo scelto a livello politico, mentre tutta la contrattazione salariale viene spostata a livello territoriale e aziendale, e legata unicamente alla produttività.

Senza la contropartita della compartecipazione alla gestione (il modello tedesco tanto citato e poco studiato).

La mossa è concordata con Squinzi che, ricordiamolo, alcuni individui, che ancora oggi girano nei circuiti del socialismo, avevano definito “compagno”: infatti oggi il bravo Squinzi decreterà il fallimento ex ante dei negoziati sui CCNL che si stanno per aprire, in modo da spianare la strada alla loro abrogazione.

Rintocca la campana finale del sindacato confederale, che perde la sua ragion d’essere e si trasformerà, al più, in una sorta di associazione dei sindacati aziendali e di categoria che eroga servizi e fa un pò di studi, esattamente come avviene negli USA.

Sulla base del criterio della produttività, i lavoratori saranno messi l’uno contro l’altro, per cui alla fine avremo, da stalimento a stabilimento della stessa azienda, differenze salariali e di condizioni lavorative anche rilevanti.

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Ma non era colpa dell’art.18?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Voglio fare qualche considerazione sul Jobs Act e sull’abolizione dell’art. 18 e sugli effetti che (non) ha determinato dal momento del suo varo ad oggi rispetto a quello che tutto che i fan del Presidente del Consiglio si aspettavano da questa riforma.

Perché le aspettative erano tante, bastava che solo una parte dei “benefici” elencati dal premier segretario si avverasse perché anche io, sempre critico e contrario, avrei dovuto convenire che, poi, tutto sommato “ci voleva”. E invece mi trovo ancora una volta a dire: “lo sapevo”.

Nell’approvare questa riforma non si è tenuto conto del fattore predominante, della materia che si trattava che è estremamente complessa, delicata e difficile. Non si crea lavoro potendo licenziare più facilmente.

Dal punto di vista della mia esperienza lavorativa di quasi quarant’anni posso dire che gli esperti in materia, quelli che di solito curano gli interessi della controparte, l’azienda, questo “dettaglio” lo hanno sempre ignorato dall’alto della loro arroganza e dalle loro posizioni agiate, intoccabili, che, della precarietà altrui, ripeto altrui, si sono sempre curati poco.

Basti ricordare l’ammissione del prof. Ichino per il quale l’abolizione dell’articolo 18 serviva in pratica solo per poter licenziare più facilmente, eppure aveva anche lui teorizzato che questa cosa avrebbe aiutato il mercato del lavoro: a favore di chi vedeva i diritti dei lavoratori come il fumo negli occhi, aggiungo io.

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Il debito dei colonizzati

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di Giuseppe SCHERPIANI

Il debito. Parola che oggi evoca scenari tetri, di rovina e di squallore. La dissipazione delle risorse nazionali da parte di una borghesia folleggiante e spendacciona. L’incosciente “vivere al di sopra delle proprie risorse” di una certa gente comune greca, italiota, spagnola, portoghese e magari un tantinello anche francaise. Latina, in definitiva.Così, giusto per dare alle argomentazioni dei convinti saccenti un tocco di cipria.

Da contrapporre ai rigidi e seriosi calvinisti anglo-americo-germanici, gente che, osservante dell’evangelio, si comporta sempre in modo che il sì sia sempre sì e il no, no.

Invece il debito, oggi, è la prosecuzione della politica delle cannoniere con altri mezzi.

Non c’è bisogno di creare il casus belli, infatti, come fu nel 1964 fra Nord VietNam e USA nel Golfo del Tonkino. Ci si può servire di altri strumenti, quali il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale e della loro dependance europea BCE. Che del resto non a caso furono il frutto (BCE esclusa) degli accordi di Bretton Woods del 1944. Guerra mondiale seconda ancora in corso. Accadde dunque che, per rendere molti paesi emergenti assoggettati alla maggior potenza mondiale, fu messo a punto un meccanismo che si muoveva sulle seguenti direttrici:
1. concessione di un prestito da parte di Banca Mondiale o FMI ad una nazione qualsiasi a condizioni apparentemente vantaggiose;
2. stipula di contratti bilaterali fra i paesi poveri e (più spesso di altri paesi ricchi) gli USA;
3. obbligazione per il paese povero contraente, di fornitura di una materia prima, di cui esso era produttore, al paese ricco sua controparte, il quale, dal canto suo, si impegnava a fornire al suo partner prodotti finiti;
4. a questo punto le Borse manovravano in modo di far correre al ribasso i prezzi delle materie prime e al rialzo quelli dei prodotti lavorati:
5. dopo un periodo medio-breve la situazione diventava insostenibile per i poveri che venivano poi costretti ad “onorare “(si dice cosi?) i contratti firmati. Era, ed è, semplicemente COLONIALISMO DI RITORNO.

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Sempre e solo propaganda

ipnosi

di Vincenzo G. PALIOTTI

E quindi la riforma elettorale è andata in porto: a meno di strascichi costituzionali, che sono certo ci saranno, Renzi ha portato a casa la seconda riforma del suo “impero” (basso). Anche questa ottenuta con lo strumento ricattatorio della fiducia.
A nulla sono serviti gli “appelli”, le argomentazioni delle opposizioni, anche di quelle interne al PD futuro Partito della Nazione: lui è andato avanti come un treno che ferma solo nelle stazioni principali, o quelle che lui ritiene tali. Questa volta ha saltato anche Arcore, almeno secondo quanto dichiarava Brunetta alle dichiarazioni di voto, dimenticandosi che al Senato la legge è passata solo per voti di Forza Italia.
Dopo il Jobs Act e l’Italicum, in questo suo gioco al massacro delle tutele del lavoro e delle istituzioni pubbliche, seguirà la riforma della scuola ed è quasi certo, viste le reazioni delle opposizioni ma anche delle bellissime piazze dello Sciopero Generale di oggi, finirà come al solito con un nuovo ricatto di fiducia. Verrà così eliminato ancora una volta il dibattito in Parlamento che ogni giorno che passa perde le sue funzioni. Si, certo. Dopo la folla oceanica di oggi, pare che finalmente il Presidente del Consiglio voglia ascoltare gli insegnanti. Ma io, visti i precedenti, non mi fido.

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