Mineo, la responsabilità e lo Sblocca Italia

ROMA - PRESENTAZIONE DELL ARRIVO DEL DIGITALE TERRESTRE NEL LAZIO

 

di Celeste INGRAO

Scrive oggi Mineo:

“Ieri ho votato la fiducia, perché i numeri al Senato sono risicati e non si può rischiare far cadere un governo senza avere almeno un’idea di come sostituirlo. Ma, con la fiducia, ho detto sì a un decreto, lo “sblocca Italia”, che non condivido nel merito e che è stato imposto al Senato, nella sua versione finale, senza alcuna possibilità di emendare né di discutere.”

Non si tratta più, quindi, di disciplina di partito ma di una sorta di responsabilità nazionale: il governo fa cose orrende ma non c’è alternativa e quindi mi tocca votarlo.
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Grazie, Senatori

Ecco i nostri Senatori. Siamo con loro. Al loro fianco.

E li ringraziamo.

sosteniamoloro

Lettera aperta ai Senatori dissidenti del Pd

facciata

di Sil Bi

(A Lucrezia Ricchiuti, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Vannino Chiti, Walter Tocci, Felice Casson, Corradino Mineo, Sergio Lo Giudice, Paolo Corsini, Massimo Mucchetti e agli altri con la schiena dritta)

Gentile Senatrice, caro Senatore,
all’inizio di questa settimana così impegnativa avverto il bisogno di scrivere a voi che con il vostro coraggio difendete l’autonomia dell’istituzione alla quale appartenete.

Siamo ad un punto cruciale. Una legislatura nata con le difficoltà che ricordiamo può segnare una svolta nella storia repubblicana. La modifica costituzionale di cui state discutendo rischia di indebolire eccessivamente il ruolo del Parlamento, di complicare il processo legislativo, di creare uno Stato controllato da un solo partito. Una rivoluzione che ci allontana dal principio di equilibrio dei poteri presente in tutte le principali esperienze costituzionali europee: definirla svolta autoritaria significa essere vicini alla realtà.
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Una fretta incomprensibile

renzi_boschi

di Sil Bi

Lo stato maggiore del Pd è in agitazione: “Le riforme non possono essere fermate da Mineo e Minzolini”; “se qualcuno vorrà fermare il processo riformatore se ne assumerà le responsabilità”, e così via.

Pare che l’Europa non aspetti altro che l’approvazione della riforma costituzionale per “allentare i cordoni” della flessibilità: superando il bicameralismo perfetto, infatti, il governo italiano potrebbe realizzare molto più rapidamente le riforme che i nostri partner europei si aspettano; la nostra credibilità e la nostra competitività ne sarebbero accresciute. E con più flessibilità potremmo finalmente rimettere in moto la nostra economia.

Un simile obiettivo parrebbe pienamente giustificare la velocità con la quale il governo intende procedere nell’iter del ddl Boschi: in effetti, la crisi è ancora profonda e non c’è tempo da perdere, come il Presidente del Consiglio ripete spesso. Se non che…

L’articolo conclusivo della bozza del ddl Boschi (n. 35, “entrata in vigore”) prevede che “le disposizioni della presente legge si applicano a decorrere dalla legislazione successiva a quella in corso alla data della sua entrata in vigore” (cioè l’attuale), con l’eccezione di alcuni articoli che riguardano il CNEL e lo stipendio dei consiglieri regionali. In pratica: perché il bicameralismo paritario venga superato, le province vengano definitivamente abolite e il pasticcio dell’attuale Titolo V venga risolto, occorre che la legislatura si concluda.

Il Premier continua però a ripetere che essa durerà fino al 2018: “l’orizzonte di cui necessitiamo è di mille giorni”, ha affermato pochi giorni fa.

A che scopo, allora, tanta fretta?

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Lettera aperta al Presidente del Pd Matteo Orfini

question

 

di Andrea NOBILE, Ivana FABRIS, Massimo RIBAUDO

 

Onorevole Orfini,

leggiamo in questi giorni la sua opinione rispetto all’ impossibilità di riaprire una discussione con il Movimento 5 Stelle a proposito della riforma elettorale e, di conseguenza, la riforma della struttura del parlamento.

Lei dice, prima ancora di entrare nel merito della loro proposta, che non si può “ricominciare da capo”.

E’ un’affermazione che abbiamo sentito anche da altri esponenti del PD e sinceramente questo ci lascia allibiti. Che cosa vuol dire “non si può ricominciare da capo”? Stiamo parlando di una riforma epocale che vuole ridisegnare le regole della rappresentanza in Italia, non stiamo parlando dell’organizzazione di una sagra di paese. Non ci conforta, peraltro, il segretario che incontra i cinque stelle in streaming dopo che Boschi, Verdini e Romani hanno chiuso altrove le trattative per assicurarsi i voti necessari all’approvazione dell’Italicum. Ci pare lecito pensare che si sia voluta sbrigare una formalità più che affrontare una discussione con una parte politica rilevante.

Fu lei stesso che criticò queste modalità il 23 ottobre scorso ad una trasmissione televisiva (Omnibus) : “Se noi questa discussione la facessimo con meno fuffa di quella che ha messo in campo Renzi ieri, cercando di discutere nel merito sarebbe meglio“… “Intanto in questo paese il bipolarismo non c’è più, poi mi può anche piacere l’idea di ripristinarlo, ma dato che abbiamo preso gli stessi voti di Pdl e M5S e non possiamo mettere fuori legge uno dei tre poli, stiamo facendo una discussione surreale. E poi non si può parlare così della Germania, il paese che ha retto meglio la crisi…Se ragionassimo di queste cose con meno slogan e con più serietà sarebbe meglio“.

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L’inquietante natura del Renzismo

invidia

di Nino CARELLA

Di Renzi segretario e ora premier potevamo già tracciare alcuni tratti salienti: arrivismo sfrenato, comunicazione più che sostanza, utilizzo sia dell’apparato (altro che rottamazione) che del dialogo diretto con gli elettori, saltando i livelli intermedi, per massimizzare il consenso.

Cose che fanno indubbiamente irritare l’elettore e militante più tradizionale di un partito di centro sinistra, ma ancora ancora accettabili, se il fine è vincere le elezioni e vincere le elezioni è il mezzo per cambiare le cose in Italia facendola uscire dal pantano nella quale vent’anni di Berlusconismo l’hanno relegata.

Il caso Mineo ha fatto invece emergere in tutto il suo inquietante spessore l’altra faccia del Renzismo: unanimismo, decisionismo, soffocamento in culla delle obiezioni anche se motivate, insofferenza e disprezzo per il confronto democratico.

Insomma: Renzi sarà forse pure di sinistra, ma certamente si comporta e agisce come uno di destra.

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#democraziastaiserena

renzi

La Redazione

Giornata nera per la democrazia, ieri, in Italia.

Segnatevi la data. L’11 giugno 2014, a trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer (!), il PD, partito che ancora viene definito da qualcuno come il più grande partito della sinistra italiana, compie una serie atti in profondo spregio della Costituzione, del ruolo e della dignità dei propri parlamentari e del loro compito istituzionale.

Atto primo. Alla Camera dei Deputati – e ricordiamo che il Partito Democratico alla camera detiene la maggioranza – viene votato, con l’apporto determinante di un nutrito drappello di “franchi tiratori” del PD l’emendamento leghista che inasprisce le pene per la responsabilità civile dei magistrati. Un atto oggettivamente intimidatorio nei confronti delle toghe che indagano su l’Expo e sul Mose.

Atto secondo. Il senatore Corradino Mineo viene escluso d’imperio dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato. La mattina Mineo aveva scritto sul “Manifesto”:
A questo punto il governo ha solo due strade. La prima è di muovere un passo verso le posizioni sostenute da Chiti, da me, da altri senatori del Pd e poi sottoscritte da SEL e dai senatori che hanno lasciato il Movimento 5 Stelle. Magari senza neppure darci ragione apertamente, ma facendo propria la proposta Quagliariello, non troppo diversa dalla Chiti. La seconda strada è di chiedere aiuto a Berlusconi, ma non oso immaginare cosa B. pretenderebbe in cambio“.

Il PD ha evidentemente scelto la seconda strada: non accettare mediazioni e procedere con l’ipotesi Boschi, che trasformerebbe il Senato in una dependance istituzionale per gli Enti Locali e null’altro. Un monocameralismo “de facto”, dove alla Camera potranno passare museruole per i magistrati e per chissà cos’altro ancora. Mineo era un ostacolo? Nessun problema, basta rimuoverlo, e serva da monito per tutti coloro che vorrebbero mantenere vivo anche dentro al PD uno spirito critico.

“Rottamare” il vecchio partito è forse risultato più difficile del previsto per la dirigenza renziana e neo-renziana, ma si può sempre passare alla rottamazione del dissenso.