Cry for you, Argentina

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di Riccardo ACHILLI

Finisce il kirchnerismo.

Vi sono dei fattori di fondo da considerare per comprendere la fine di questo ciclo politico.

A prescindere dagli errori, dalla corruzione del cerchio magico della presidenta, dell’inflazione strisciante che, insieme al carico fiscale, ha fatto pagare ai ceti medi i progrmmi sociali per i meno abbienti, al di là delle nubi di crisi economica iniziati dagli annunci di fine del tapering, ed aggravatisi con il rallentamento della domanda di materie prime agricole causata dal rallentamento cinese, al di là delle sanzioni dei mercati finanziari, affamati di debito nazionale, che hanno costretto Cristina Kirchner ad un default tecnico, e poi pagato la campagna elettorale scintillante di uno squallido Macri.

Al di là di tutto questo, due importanti elementi vanno evidenziati.

Il primo, interno al Paese. Torna ciclicamente, nella tragica storia argentina, quando ci sono motivi per temere il futuro, come reazione, lo spirito del piccolo borghese italian-galiziano, fatto di amore per il caudillo che mette a posto tutto, deresponsabilizzando una vita fatta di piccolo cabotaggio fra parrilla domenicale, la partita allo stadio, l’automobile comprata a debito e la vacanze a Bahia Blanca. Questa è la visione tranquillizzante, deresponsabilizzante ed ipnotica che ha già costituito la base psicologica di massa del peronismo.

Il secondo fattore riguarda la sinistra latinoamericana, che vive una crisi di crescita fra i successi nello strappare i Paesi amministrati alla miseria più nera ed al neocolonialismo, e la difficoltà di dare rappresentanza a quei ceti medi emergenti che essa stessa ha favorito.

Un nodo potenzialmente esiziale per tutto il progressismo latinoamericano.

L’obnubilamento

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di Immacolata LEONE

Mentre le nebbie del sistema informativo, con la sua schiavitù spontanea, ci fanno fare ricreazione sugli ultimi accadimenti del marito della Mussolini – e sono quindi atte alla distrazione di massa – , ricordiamoci che è in atto una catastrofe sociale: le famiglie italiane , quelle che vivono la crisi si intende, non si riprenderanno mai più.

Quando un povero diventa più povero, nessuno se ne accorge, ma quando dottori, ingegneri, professionisti improvvisamente perdono il lavoro, e dopo 6/7 anni si accorgono che le loro speranze di riaverlo sono destinate a spegnersi, che non riavranno più la loro vita indietro, allora di solito arrivano i signori con giacca e cravatta, senza arte nè parte, senza più coscienza nè reputazione, ma solo tanti soldi e potere, e promettono il vuoto pneumatico per prendere voti.

Le politiche sociali e il Welfare sono promesse della consistenza e del sapore del brodo riscaldato più volte.

Ormai anche l’attuale governance – un’ammistrazione fredda delle cose (dove le cose siamo noi esseri umani) –  platealmente sopita a cominciare dal Presidente della Repubblica (che si sta candidando a essere tra i peggiori che la storia ricordi), non si gira indietro a guardare la scia di cadaveri che avrà sulla coscienza all’indomani di scelte politiche economiche atte a salvare solo i ricchi e le banche.

Perchè si sa, i poveri danno un po’ fastidio.

 

La sinistra che non c’è

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di Ivana FABRIS

Dice: “La sinistra oggi per vincere deve unirsi”.
Perfetto. Ma qualcuno, di grazia, vuole dirci SU COSA?

In queste ore molti si stupiscono che questa nuova sinistra di cui parlano Fassina, Civati e Fratoianni, si divida proprio mentre nasce.
Io, invece, no.
Non mi stupisco perchè non sanno cosa vogliono diventare da grandi, perchè sono più preoccupati delle posizioni da assumere per le elezioni comunali che del Paese.

La loro preoccupazione più pressante, oggi, è quale comitato elettorale diventare, se stare col PD a fasi alterne o non starci o, questa è la vera chicca, che futuro nome dare a quella che dovrebbe essere una sinistra di governo (!), che quasi mi viene da ridere.

Nel dire no al PD, Pippo Civati dimostra se non altro di avere le idee chiare ma il fatto di averle, giustamente lo porta a smarcarsi.

E intanto che loro se la cantano e se la suonano su varie leadership o sulle convenienze elettorali, rimane, persiste e cresce la gravità dei fatti.

Il paese sprofonda ogni giorno di più in una crisi nera, il sistema democratico è sotto un attacco pesantissimo (mai visto prima dal dopoguerra ad oggi), il 30% delle famiglie italiane (secondo gli ultimi dati) sono alla soglia della povertà, il che significa NON AVERE da mangiare, la disoccupazione è a livelli spaventosi e, dulcis in fundo, stiamo entrando in un nuova guerra per onorare il nostro ruolo di servi degli americani, invece di usare quel denaro per finanziare la sanità e il welfare per evitare la macelleria sociale che presto vedremo e vivremo.

Ecco, davanti a questo scenario, non sarebbe il caso di darsi una svegliata, di mettere al bando le questioni di lana caprina, di DIMENTICARSI di QUALUNQUE TORNATA ELETTORALE e scrivere invece un PROGRAMMA sui temi che accomunano la sinistra in nome di tutti quegli italiani che la crisi la stanno pagando e soffrendo amaramente?

Ma quando scrivete di sinistra, cari leader, quando parlate coi cittadini che non ce la fanno più, un po’ di vergogna proprio non la provate, eh?

 


 

Una sinistra non c’è ma un’altra, invece, si sta organizzando e ci sarà.

È una sinistra propositiva e costruttiva, che guarda al domani, forte delle sue idee e delle sue proposte, ed è quella che leggete nelle parole del suo Manifesto.

 

La mano invisibile ora la vediamo. E’ un artiglio

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di Cosimo D. MATTEUCCI

C’è crisi, vero?
Una crisi amarissima, devastante, globalizzata, che sta erodendo non solo i patrimoni e i salari, ma anche credenze, dogmi, privilegi, idee radicate, tante speranze, e tanti diritti, specialmente quelli delle persone che stanno là, in fondo alla scala sociale.

E’ una crisi che ha investito gli Stati, che ha investito l’Italia e tutti i suoi comparti economici: dall’industria al commercio, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, sia manuale che intellettuale, colpendo innanzitutto i più deboli di ciascuna di esse; tuti gli altri infatti hanno sicuramente un reddito sufficiente per resistere ed attendere congiunture economiche più favorevoli, salvo non stiamo traendo profitto proprio da quelle attuali..

Ma perchè? Quali sono le sue cause di questa crisi? Ci avete mai pensato?
La risposta viene da sé: basti pensare che di fatto stiamo vivendo in una società modellata in base alle esigenze del mercato.

Quella “MANO INVISIBILE” E’ DIVENTATA VISIBILE e governa la politica, la morale, ed anche il diritto.

Quella mano opera in quello Stato, e poi in quell’altro, si inframmette in quel rapporto e in quell’altra relazione perchè deve prendere, deve prendere sempre, deve prendere il tuo lavoro, deve prendere i tuoi soldi, deve prendere la tua energia, deve prendere la tua vita, e deve prenderla per alimentare la sua.

Quelle che noi stiamo vivendo sono le conseguenze del liberismo, del libero mercato, delle libertà economica, che è solo arbitrio del più forte, in cui tutto è subordinato al profitto, a cominciare dai diritti delle persone.
E’ un sistema che non dovrebbe far stare tranquillli nemmeno i capitalisti, perche c’è sempre un capitale più grande di un altro.

E adesso prova ad alzare la testa: la vedi quella mano?

I volti di Atene. Diario di viaggio tra la bellezza e la crisi dell’Europa

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di Marcello COLASANTI

Ho da poco concluso il mio viaggio in solitaria ad Atene, un viaggio dettato non dalle bellezze turistiche, archeologiche e storiche che la città può offrire, di cui comunque ho piacevolmente goduto, ma dalla voglia di scoprire, vedere, vivere e capire la reale situazione che sta vivendo la Grecia in questo momento storicamente unico.

La mia visita ateniese ha toccato il centro della città, con i suoi quartieri più turistici e storici come Syntagma, Plaka, Makrygianni, l’Acropoli, Monastiraki; semicentrali come Thisio, Psyrri, Gazi e periferici partendo da quartieri come Gazi, Metaxourghio, la famigerata Exarchia, spostandomi da esse in direzione sempre più periferica, cercando di parlare il più possibile con i commessi, gli operai, i camerieri, le persone che sulla pelle hanno vissuto, loro malgrado, questa crisi.

Nelle zone centrali, quelle più turistiche, la situazione è piuttosto buona; naturalmente essendo il turismo uno dei settori principali dell’economia greca e fonte di occupazione, si cerca di mantenere un’ottima offerta turistica.

Il turista “classico” che visita Atene per motivi storici e ludici, la troverà assolutamente godibile, con una funzionale rete di metropolitana, negozi, ristoranti, musei efficienti, strade pulite e supermercati; i turisti impauriti (in gran parte italiani) dall’apocalittico bombardamento mediatico sulla situazione greca, cancellando le proprie vacanze in Grecia hanno sicuramente fatto un errore.

Agli occhi meno attenti la situazione del centro potrà apparire alquanto normale, ma con più attenzione, già da qui si avvertono delle problematiche.

Alzando gli occhi, anche nella centralissimi Via Ermou (paragonabile alla romana Via del Corso) ci si rende conto che la maggior parte degli appartamenti è vuota, gli uffici dismessi, tantissimi, in ogni palazzo, i cartelli di case in vendita. E anche nella stessa Ermou, ma in tutto il centro e principalmente nelle vie laterali, palazzine completamente abbandonate.

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Sette lezioni critiche e la teoria del “meno peggio”

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di Turi COMITO

A otto anni dall’inizio della Grande Crisi del nuovo millennio credo si possa fare un breve sommario dei principali effetti, diretti e collaterali, che questa ha comportato per un pezzo di mondo (quello dell’Europa Occidentale in primis) dal punto di vista economico, sociale e politico.
Ho chiamato questo sommario “lezioni” ma è solo un promemoria senza pretese di completezza, giusto per riepilogare alcune cose (tra le tante) riepilogabili.

1) la Crisi nasce negli Stati Uniti come collasso del sistema finanziario privato dovuto all’ennesima bolla immobiliare. Banche dedite al prestito facile, alle stregonerie mobiliari (CDS, subprime, ecc.), agli investimenti d’azzardo e via dicendo crollano sotto il peso di crediti inesigibili e falliscono – creando disoccupazione, distruzione di ricchezza privata, impoverimento di milioni di persone – oppure (nella maggior parte dei casi) vengono salvate dalle finanze pubbliche, cioè dallo Stato, attraverso tassazioni supplementari per i propri cittadini o (come nel caso statunitense) attraverso una super produzione di moneta. Questo tipo di crisi, per effetto dei legami sempre più forti e intricati a livello mondiale tra gli istituti di credito privati, si trasferisce in Europa rapidamente. Nel frattempo manager e dirigenti a vario titolo di banche che avevano provocato direttamente e indirettamente con le loro dissennatezze e le loro frodi di massa il tracollo del sistema, piuttosto che essere fucilati in luogo pubblico ed accessibile a tutti vengono premiati con “superbonus” e/o addirittura diventano ministri (esemplare, e non unico, il caso di Henry Paulson, ex amministratore delegato di Goldman Sachs Group e Ministro del Tesoro del secondo governo Bush durante i primi anni della crisi);

2) In Europa la crisi finanziaria privata, attraverso una serie di giochetti politici e attraverso una propaganda liberista particolarmente bene organizzata, massiccia e, aggiungerei, violenta, viene trasformata in Crisi del sistema. Cioè nella pesantissima messa in discussione dei principi fondanti del sistema sociale che va sotto il nome di Welfare State e che ha caratterizzato l’impianto sociale, economico e politico di tutta l’Europa occidentale dal secondo dopoguerra in poi. In Europa si assiste ad un micidiale attacco ideologico contro alcuni dei cardini di questo sistema. L’attacco è principalmente rivolto:
a) al principio del debito pubblico quale elemento di redistribuzione della ricchezzaassociandolo all’idea di spreco e corruzione (sempre e in qualunque momento, senza eccezione alcuna);
b) al principio della protezione della parte più debole nella contrattazione di lavoro (in Italia lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori) spacciando tale attacco come elemento di innovazione, di progresso, di allineamento agli standard mondiali;
c) al principio dell’intervento dello stato nell’economia – considerato dannoso, elefantiaco e inefficiente – messo in atto con una massiccia – ennesima – ondata di privatizzazioni in ogni settore economico di profitto e di non profitto sostenendo che solo un sistema economico totalmente privatistico garantisce efficienza, ricchezza generalizzata e molto altro ancora.

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I migranti siamo noi

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di Ivana FABRIS

Quando penso ai migranti, mi vengono sempre in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, là dove dice “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…“.
Le case…il tepore…la sicurezza.
Già, la sicurezza, eccolo qui il problema: i migranti ci tolgono la nostra sicurezza, la famosa sicurezza tutta italiana.
Quella del posto di lavoro garantito (certo, perchè la crisi economica l’hanno provocata i migranti), delle strade da percorrere la notte senza paura (certo, perchè la delinquenza comune in Italia non esisteva prima di loro, così come quella organizzata, difatti Vallanzasca era maghrebino o nigeriano), quella del non avere malattie (certo, perchè le epidemie o le parassitosi non sapevamo cosa fossero prima del loro arrivo qui).

Grottesco questo paese praticamente popolato da credenti che ‘ama il prossimo tuo come te stesso‘ salvo che non bussi alla tua porta, ma questo non c’era nelle avvertenze per l’uso, quindi possiamo autoassolverci senza nemmeno rivolgerci al confessore.
Non ho niente contro chi crede, sia chiaro, ma mi risulta davvero problematico accettare quello ‘scambiatevi un segno di pace‘ con la ferocia con cui si difende il proprio orticello.

Altro punto fondamentale: l’orticello.
Eh sì, siamo un paese di orticelli e non un grande e unico campo perchè qualcuno ci ha convinto che rinchiuderci nelle nostre tiepide case fosse la risposta giusta per la difesa di quel poco di illusoria sicurezza economica che ci eravamo conquistati.

Poco conta che una larghissima parte del popolo italiano se la sia guadagnata andando con la valigia di cartone in ognidove, a fare l’extracomunitario di altri e per altri nel mondo, navigando nelle carrette del mare, nelle stive e nelle III e IV classi di quelle bagnarole e andando ad ingrossare la conta dei morti inghiottiti da un mare che non era il loro.
Poco conta che fossimo additati come gente sporca, rozza, ignorante, brutale e di malaffare.
Conta, invece, dimenticarsi del proprio passato, delle proprie origini e delle proprie radici, quando invece SIAMO quel passato e quel passato è in ognuno di noi.
Conta, quindi, SEMBRARE ciò che non si è mai stati, ossia un popolo NATO ricco.

Nata negli anni ’60 e vissuta da tutta la vita a Milano, io me li ricordo quei volti dei migranti del sud, con lo sguardo perso nel freddo e nella nostra nebbia, che tanto erano invisi a molti milanesi ma che tanta ricchezza hanno portato in tutto il nord, attraverso lo sfruttamento della forza delle loro braccia.
E oggi vedo come il popolo africano e quello dell’est europeo, stanno, ancora una volta, portando ricchezza e non solo in termini economici, sempre permettendo, per necessità e bisogno, di essere sfruttati.
Per giunta, la nostra memoria, labile a fasi alterne e secondo convenienza, non ci fa ricordare che se il popolo africano è alla fame, la responsabilità è di tutti noi.

Quindi questa è la verità, che ci piaccia o no: i migranti fanno comodo solo che vorremmo ce ne facessero esclusivamente a nostro piacimento, decidendo sulla loro pelle di volta in volta, di caso in caso.

La cosa paradossale, è che uno come Salvini è consapevole di tutto ciò, ma in pasto al popolo leghista butta quei corpi senza vita da sbranare insieme a quelli di chi è sopravissuto al mare, pur di evocare una paura ancestrale, insita nell’uomo, come quella dell’essere invasi.

Questa, per me, è la vergogna più grande perchè l’abuso e la violenza contro i migranti, si moltiplicano esponenzialmente partendo da una menzogna che fa comodo e da una verità negata, amplificandole all’infinito.
Menzogna e verità negata, tra l’altro, buone per un popolo come quello italiano, che non ha mai smesso di essere usato e sfruttato, da chi lo governava e governa. Se non è essere sullo stesso barcone, tutto questo…

Eppure quello italiano è un popolo che nelle emergenze sa trovare le risposte giuste da dare all’altro che è in difficoltà.
La riprova sta nei siciliani che si adoperano in ogni modo possibile per offrire aiuti a queste genti disperate che approdano sulle nostre coste dopo viaggi a dir poco sconvolgenti.
Sta nel mobilitarsi all’Isola del Giglio per trarre in salvo quanta più gente possibile in occasione del naufragio della Costa Concordia senza badare se ogni vita umana salvata avesse i tratti di un africano o di un asiatico anzichè quelli di un caucasico.
Sta nel profondo senso di solidarietà e calore che dimostrano i nostri militari durante le missioni umanitarie, sta nel prodigarsi volontariamente quando accade una calamità naturale o nel mettersi quotidianamente e senza clamori al servizio di chi è in difficoltà.

Ma di questi non si parla mai abbastanza, sembra sempre che umanamente abbia più valore tutto il peggio che ci riguarda, che il popolo italiano sia complessivamente costituito da nichilisti, individualisti, approfittatori, cinici e anaffettivi.

Mi viene sempre da domandarmi perchè preferiamo ricordare ciò che una parte di noi è diventato senza invece dare mai risalto a tutti quelli che ogni giorno scelgono di rimanere umani.
Un’idea me la sono fatta nel rendermi conto che è la propaganda stessa a spingerci ad utilizzare questa dinamica, perchè alla fine questa lavora in favore di chi vuole metterci gli uni contro gli altri: perchè se non credo più nell’uomo, come valore imprescindibile, non farò nessuna fatica a combatterlo.

E’ vero, una parte di italiani si è chiusa nella strenua difesa di ciò che ha ottenuto, ma noi, invece, che sosteniamo gli ultimi della terra e lo facciamo con convinzione, pur affermando che il problema esista e che vada gestito alla radice e non con iniziative lasciate a quella generosità che ancora rimane in un’altra fetta di italiani, dovremmo avere più coraggio nel continuare a veicolare soprattutto un messaggio: i migranti siamo noi, perchè quella è anche la nostra storia e sta tornando ad esserlo.

Perchè con la crisi economica che, a differenza di quanto vuol farci credere la propaganda, non solo non è passata ma morderà ancora e ancora più in profondità, presto saremo noi il popolo greco e, per molti aspetti, anche il popolo nordafricano.
Anzi, in alcune parti del paese lo siamo già.

Il senso di quello che cerco di dire, è che sta a noi capire che dobbiamo con forza ritrovare la nostra storia e non solo dobbiamo smettere di rinnegarla ma, anzi, dobbiamo proprio farne una bandiera.
Dobbiamo smettere di vergognarci di provare sentimenti di solidarietà con chi è già totalmente alla disperazione, dobbiamo schierarci, essere partigiani anche in questo e dire ovunque che questa presunta e illusoria sicurezza per la quale si vuole scatenare una guerra fra poveri, serve solo a chi ci vuole affamare TUTTI.

Se solo capissimo l’importanza di diffondere capillarmente questo messaggio, incuranti delle risposte ingiuriose, già avremmo messo un granello di sabbia nell’ingranaggio.
Una cultura distruttiva non si cambia in un giorno e nemmeno in un mese tantomeno si cambia con gesti plateali bensì si modifica con i piccoli gesti e i piccoli passi quotidiani che ciascuno di noi può ed ha il dovere di compiere.

Perchè non sono le rivoluzioni armate a realizzare cambiamenti stabili e definitivi ma sono le rivoluzioni culturali a determinarli e la cultura è anche la cognizione di ciò che siamo stati un tempo, quando la povertà non era una vergogna ma uno stato che riguardava tutti. Quando sapevamo trasmettere la dignità della nostra condizione ai nostri figli insieme alla consapevolezza di ciò che questa rappresentasse.

Perchè la nostra cultura è un bene che, come il pane, va spezzato giorno per giorno, dividendolo giorno per giorno sia col nostro vicino di casa sia col migrante dai tratti somatici diversi dai nostri per comprendere che è dello stesso pane che abbiamo tutti bisogno e altrettanto della stessa condivisione.

Perchè nessuno è primo ma tutti possiamo essere ultimi, su questa terra.
Ricordiamocelo sempre.

 

 

 

(immagine dal web)

La povertà ha gli occhi di vetro

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di Immacolata LEONE

Giulia è una bella donna, ha forse due o tre anni più di me: la conosco dai tempi del liceo, all’epoca io ero una “squiccia” timidona e lei era la più bella dell’istituto.
Ci accomodiamo nel salottino, Martina è a scuola.
Mi guarda e sorride, di un sorriso triste, ormai rassegnato, all’improvviso mi sembra una vecchia, senza più speranze, senza più nessuna voglia di andare avanti.
Sono tre anni che continua questo stillicidio. Dapprima lei, che lavorava in uno studio privato è stata licenziata e poi è successo al marito, promettente ingegnere, senza più rinnovo di lavoro.

All’inizio, mi racconta, sei smarrito ti senti mancare la terra sotto i piedi, alla prima cosa che pensi è il mutuo, poi alle bollette alla spesa e, cosa ne sarà di tua figlia.
Poi arriva il senso di vergogna, il segreto da mantenere e fare finta di niente in attesa di tempi migliori che dovranno pur arrivare.

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La prateria degli astenuti e la nascita di una sinistra

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di Nello BALZANO

In un Paese intriso di rabbia, preda di una crisi economica e sociale che non vede soluzioni immediate, né a lungo termine, spicca l’assenza di una realtà politica di Sinistra. In un clima così teso e pieno di incognite, trovano facile terreno le politiche che mirano ad individuare negli “ultimi” i responsabili di tutto: non stiamo parlando di poche persone o piccole categorie sociali, ma di chi vede continuamente attaccare i suoi diritti da una politica orchestrata per mettere gli uni contro gli altri e distrarli dai veri problemi, più complicati nella soluzione e dedicarsi a rimedi più semplici ma senza prospettive.

I dipendenti diventano dei privilegiati, i pensionati un costo sociale, i disoccupati persone che devono abituarsi alla rassegnazione o al dover “adeguarsi” a regole del mercato del lavoro al limite della schiavitù nel nome della tanto osannata FLESSIBILITA’, i Sindacati additati come unici responsabili dello squasso del Paese. La motivazione è sempre la stessa: “E’ l’Europa che ce lo chiede!”, monito che ci arriva da tutti gli organi di informazione di massa.

In questo contesto come poteva mancare un attacco violento al mondo della scuola? Nel luogo dove si plasmano le intelligenze è “necessario” limitare la crescita di “pericolose” future voci critiche, allora coloro che sono designati a trasferire agli studenti la cultura, devono essere scelti e governati, da un’unica figura in ogni plesso scolastico: il preside.

In queste ultime settimane, però, sembra che qualcosa possa ancora succedere. Nel contesto elettorale di alcune regioni si inizia ad intravedere la semina di una sana rivoluzione politica nel mondo della sinistra. In due regioni in particolare: Toscana e Liguria.

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Tante cose che non sapevamo

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di Renato GHITTONI
[nota scritta nel giugno 2012]

NON SAPEVAMO che era colpa nostra il “nostro” immenso debito
NON SAPEVAMO che avevamo vissuto al disopra delle “nostre” possibilità
NON SAPEVAMO che avevamo fatto il passo più lungo delle “nostre” gambe

MA CREDEVAMO, che le cose suddette fossero, INVECE, di pertinenza ed usufrutto di altri, ossia che quelli che avevano causato il dissesto socio-economico e morale fossero :

…gli imprenditori-prenditori; le cricche; i molti ladri; i mafiosi; i politicanti; i clientes dei politicanti; i faccendieri; i tangentisti; gli imbroglioni; gli evasori del fisco; gli “scudati”; gli evasori fiscali; i furbetti del quartierino; gli spreconi; i boiardi di Stato; i 500 mila italiani che campano di sola politica; gli imprenditori creati tali dalle regalìe dei politicanti con relativi tornaconti; i politicanti che si sono letteralmente arricchiti con la “politica”; le infinite schiere di consiglieri di amministrazione; le infinite schiere di consulenti (ovunque e comunque; le protezioni civili che maneggiavano miliardi in modo improprio e non solo “per proteggere”; gli esosi finanziamenti ai partiti (nonostante un referendum che li avesse bocciati); i superstipendioni dei politici; i loro eccessivi vitalizi (ossia, A VITA…), per pochi anni di presenza (?) parlamentare; le opere pubbliche incompiute; le opere pubbliche “grassate” e “gonfiate”; le varie Salerno-Reggio Calabria del nostro paese; il pizzo che la politica paga alle mafie sottoforma di finanziamenti e rifinanziamenti delle opere pubbliche; ecc. ecc. ecc.

E, invece… era tutta colpa di quelli che si alzavano ogni mattina per andare a timbrare qualche cartellino, per rompersi la schiena da qualche parte, per portare a casa uno stipendio per vivere e pagare le tasse…come da busta paga!


 

E da allora, son passati tre anni.
Ma non solo non è cambiato nulla dal governo Monti di quel dì, è persino peggiorata e questa nota è di un’attualità addirittura impressionante.

La Redazione