Omertà

puntina

Rubrica “IN BREVE”


 

omerta

di Davide ENIA

[da una sua nota pubblicata su Facebook]

Una delle parole chiave per comprendere il contemporaneo è «omertà». È una variante napoletana di «umiltà», e del termine prende l’aspetto più fisico, quello della sottomissione per paura, fino a diventare uno stato mentale vero e proprio. L’omertà si alimenta con la doppia morale e trova il proprio regno quando trionfa la Legge del silenzio. Non dire, non parlare, ignorare come se non fosse mai esistito. In fondo, l’unico vero terreno di battaglia è quello della dignità, ed è vero che perderla è un attimo, ma chi se ne fotte se questo garantisce il Potere. L’omertà è l’ennesimo instrumentum regni, nulla di più, nulla di meno. «Non conosco la parola gay, io li chiamo culattoni. Gay è in inglese, io non conosco l’inglese. Qui in Veneto li chiamiamo culattoni. A me i gay non piacciono, se me li trovo vicino mi stacco di qualche metro. Sono diversi. Purtroppo esistono, sono malati, sbullonati». Questa frase l’ha detta un candidato alle elezioni in Veneto. Che lista? Quella del PD.

«Si può ancora dire in un paese libero e democratico che questi mi fanno schifo?». “Questi” è il modo elegante per indicare gli omosessuali. La frase l’ha scritta un candidato alle elezioni in Campania. Che lista? Quella del PD.
A legare il tutto, l’omertà.
È in questo atteggiamento omertoso da parte di dirigenza, iscritti, sostenitori il segno che la battaglia è stata perduta, già da tempo. Il tema dei diritti è enorme ed è uno dei punti su cui calibrare il livello di civiltà. L’Italia è anni luce indietro rispetto al cosiddetto primo (ma anche secondo) mondo. Governare, evidentemente, val bene il calpestare la dignità. Oggi è toccato agli omosessuali, domani chissà. Però non parliamone più, amunì, ‘un succirìu nìante. Niente ci fu. Abbiamo vinto, no? Pigghiàmone un café.

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Figli della stessa madre

europaancient

di Davide ENIA

Da dove c’è la guerra, non si scappa in aereo. Si fugge a piedi e senza visto per il semplice motivo che non vengono rilasciati. Quando la terra finisce, si sale su una barca.

In mezzo, ci sono i trafficanti di uomini, i soldi che pretendono, il deserto, gli stupri, il carcere in Libia, le botte, gli abusi, le mutilazioni.
Ci sono donne trasformate in giocattoli, fino a che non si rompono.
Ci sono bambine di nove anni incinte. Per una donna, è sempre peggio. Se si corrompono i carcerieri, si può salire sul barcone, spinti dai mitra, ammassati fino allo stremo, altrimenti si muore lì, di fame, di botte, di percosse.

Gli italiani, considerati bestie fino a pochi anni fa, migrarono per disperazione, la stessa che porta persone che mai hanno visto il mare ad affrontarlo in queste condizioni allucinanti. È necessario ribadire codeste ovvietà per fare chiarezza, in un momento in cui i cadaveri vengono accumulati uno sull’altro per fare campagna elettorale.

Parto quindi dalle origini, ché è la fonte da cui sgorga l’acqua che ci abbevera.

Una ragazza fenicia scappa dalla città di Tiro, attraversando il deserto fino al suo termine, fino a quando i piedi non riescono più andare avanti perché c’è il mare Mediterraneo di fronte.
Allora incontra un toro bianco, che si piega e la accoglie sul dorso, facendosi barca e solcando il mare, fino a farla approdare a Creta.
La ragazza si chiamava Europa. Questa è la nostra origine.
Siamo figli di una traversata in barca.