Bolognina e dintorni. Chi ha ucciso la sinistra in Italia?

di Massimo RIBAUDO

Non è soltanto l’assassino che torna sul luogo del delitto. Dovrebbero farlo anche i detective e i giornalisti seri: per individuare l’assassino, a volte.

Il giornalista d’inchiesta Stefano Santachiara, con molto rigore e serietà, è andato a ricercare le tracce di quel delitto politico che si compì nel distruggere la storia e le idealità del partito comunista italiano, “il maggior partito comunista in Occidente”, tra il 1989 e il 1991.

Il suo articolo pubblicato su Left Avvenimenti di questa settimana ci rivela alcuni elementi – i fatti, di cui spesso gli articoli che leggiamo sono privi – che permettono di capire perché non abbiamo più una sinistra in Italia, se non nelle nostre necessità politiche.

Per i più giovani si può sintetizzare così quel periodo: quasi tutta la dirigenza del PCI decise che si doveva far pagare agli italiani l’errore di aver studiato (e in parte seguito) solo il comunismo sovietico, spesso senza aver letto né Marx, né Gramsci, e quindi autoeliminarsi con il crollo dello stesso.

Nel fare questo, però, bisognava fondersi “a freddo” con la parte progressista cattolica e liberaldemocratica che oggi, come sappiamo, governa in Germania sotto il nome di Angela Merkel. Il modello ordoliberista che parla di mercato sociale, di eticità del mercato, di banche etiche. Pubblicità ingannevole. Non c’è nessuna etica nel volere i siriani (bianchi e laureati) e rifiutare i ghanesi. E’ razzismo purissimo. Quindi, fate ancora più schifo a chi vi guarda.

Poteva andare a finire bene? No.

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Per ricordare Pietro Ingrao

Pietro-Ingrao

Intervento al XI Congresso – 27 gennaio 1966

Pietro Ingrao

delegato di Firenze

Compagne e compagni, il rapporto del compagno Longo ha richiamato con forza l’attenzione nostra e del partito sulla crisi di governo che è in atto.

Siamo tutti consapevoli che tale crisi non è un qualsiasi incidente e trae origini da questioni non marginali.

Certo: essa è legata alla lotta di potere nella DC, e ha visto scendere in campo, nella vicenda della scuola materna, soprattutto la destra clericale, ma non solo essa: e la stessa destra clericale è scesa in campo perché sapeva che esistevano altri problemi ed altre dissidenze, collegate a fatti  di  vasta portata.

Quali sono questi fatti?  1) L’unificazione fra PSI e PSDI, che apre alla DC, su terreni non ancora  definiti, problemi  di  concorrenza con la nuova forza socialdemocratica nei riguardi  di  determinati strati e gruppi sociali. 2) Le modificazioni avvenute negli orientamenti  della  Chiesa che indeboliscono,  oggi,  la  componente  sanfedista  e  più  direttamente  confessionale,  di  cui  la DC  si  è  servita  in  questi  anni  come  uno  degli  strumenti di collegamento e di imbrigliamento delle masse;   modificazioni che spingono la DC  a  difendere  la  sua presa sullo  Stato,  ricercando in una sua propria « efficienza » un titolo nuovo ed altrettanto solido al monopolio  di  potere: alludo insomma  a  tutta  la  tematica  del  convegno  d Sorrento. 3)  Infine l’insofferenza  sempre più forte della  sinistra  democristiana che minaccia, ormai,  sovente, di  scavalcare a  sinistra i  socialisti e che, quindi, a giudizio degli alfieri del centrosinistra, deve essere o assorbita o emarginata.

Tali questioni sono la sostanza su cui poi si innesta lo scontro delle fazioni, reso più complicato per il fatto che oggi esso si svolge in un situazione sociale difficile, che offre margini ristretti di giuoco e in cui agisce una grande forza di opposizione al sistema quale è la nostra.

La crisi, dunque, ravvicina determinate scadenze e acutizza, molti problemi: il processo di unificazione socialdemocratica, la  questione dei rapporti interni e  della collocazione  stessa  della  DC, la  non  semplice  definizione  di  priorità programmatiche  di  governo.

È, dunque, una crisi che sconsiglia ogni attesa; e proprio la consapevolezza della instabilità del momento politico ci sollecita ad intervenire oggi, quando una serie di processi sono tuttora in corso e sul loro esito si può seriamente influire. Ma come intervenire? Con quali lotte, con quali scelte e con quale discorso? Ecco il problema politico immediato, che  coinvolge  questioni  di  fondo.

Nel progetto di tesi noi abbiamo affermato che non è possibile una riedizione del centrosinistra su basi più avanzate e abbiamo detto che noi combattiamo questa politica e questa formula in radice. Le ragioni di questo giudizio e di questa linea politica sono chiaramente espresse nelle tesi ed io non ho bisogno di ricordarle.

Dobbiamo, dunque, rendere chiaro alle masse e alle forze socialiste e cattoliche che una riedizione del centrosinistra comporta una ulteriore accelerazione dei fenomeni negativi oggi in atto: riorganizzazione monopolistica con le gravi conseguenze già in corso sui livelli di occupazione e sul tenore di vita delle masse; integrazione accresciuta nel sistema dei monopoli internazionali; svuotamento delle istituzioni democratiche; logoramento del tessuto unitario.

Dobbiamo spingere le masse e le forze politiche democratiche, ad una lotta contro questa prospettiva, che parta dalla crisi e si prolunghi nel futuro. In altre parole la nostra azione deve far avanzare nel corso di questa crisi la lotta per contenuti programmatici nuovi ed insieme la maturazione di un’alternativa generale alla situazione  attuale,  le condizioni  per  una  nuova maggioranza.

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La verità, il coraggio e la nostra Resistenza

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di Ivana FABRIS

Quando parliamo di Resistenza, di partigiani, di lotta, noi, gente di sinistra, non riusciamo a non provare un moto di commozione.
I nostri detrattori ci sberleffano tacciandoci di essere nostalgici, di voler rimanere ancorati ad un passato che non è più e che non tornerà mai più.

Vabbè, tocca rassegnarsi a queste pochezze perchè altri argomenti non ne hanno e si attaccano all’unica meschineria che hanno a portata di mano, considerato che chi fa queste affermazioni di politica evidentemente sa davvero poco per non dire niente.

Il punto però, che a me interessa valutare per farci una riflessione, è un altro.
In questi giorni, per il 70° Anniversario della Liberazione, nella nostra pagina Facebook, abbiamo raccontato molto della Resistenza e di come si sia articolata nel corso di almeno 50 anni di storia repubblicana, proprio perchè volevamo far capire a quante più persone possibili, che la Resistenza non si è fermata col 25 Aprile del 1945, ma è proseguita anno dopo anno, attentato dopo attentato, strage dopo strage, ingiustizia sociale dopo ingiustizia sociale, conquista dopo conquista. Ed è proprio su questo dato storico che si smentiscono tutte le amenità sul nostro essere nostalgici. Continua a leggere

Il giorno degli sciacalli

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Quando sentite parlare di “riformismo”, insospettitevi. Nella dialettica tra le forze sociali democratiche ed i capitalisti i “riformisti” dovrebbero indurre il Capitale, appunto, ad una sua “riforma” per l’emancipazione dell’essere umano. Un tentativo, come quello socialista, labourista, keynesiano, dell’economia sociale di mercato,  di addomesticare la voracità intrinseca al modello capitalistico teso al massimo profitto. Il capitalista non conosce il termine “giustizia sociale”. La sua legge è la massimizzazione del profitto. Il riformismo cerca di fornire norme etiche e giuridiche a questa pulsione irrazionale di dominio sugli uomini e sulle cose.
Quindi, quando vi parlano di “riforme” che accrescono la forza del capitale, che non pongono limiti, ma anzi ampliano la sua naturale bulimia di potere e risorse, stanno invece legittimando un vero e proprio controriformismo. Di destra.
I riformatori veri, i controllori, coloro che volevano e vogliono un capitalismo che sottostia alle regole democratiche ed al benessere dell’intera comunità sono stati, e sono: Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Romano Prodi, Pierluigi Bersani.
Avete visto quale sorte hanno avuto, in Italia? Sono stati uccisi politicamente, dalla loro stessa dirigenza.  Aldo Moro, poi, fu assassinato. Ma la sua sconfitta inizia nel Dicembre del 1971. Contro gli ideali del 25 Aprile. E sempre per frenare ogni riforma – concreta, reale – di attuazione della Costituzione per il popolo italiano. Per i suoi diritti e per il suo progresso civile.

 
La Redazione di ESSERE SINISTRA


[Estratto da “Chi ha sbagliato più forte”, di Marco Damilano, Editori Laterza, 2013]

Capitolo 1
Il giorno degli sciacalli

Come si progetta, si realizza e si porta a termine un omicidio (politico)?
Quello della vigilia di Natale del 1971 resta uno dei più riusciti,
e anche dei più dimenticati.
Martedi 21 dicembre, San Tommaso Apostolo, annotò scrupolosarnente il notista della “Stampa” Vittorio Gorresio, quattro ambasciatori della Dc (in ordine alfabetico, li elencò Gorresio: Andreotti, Forlani, Spagnolli e Zaccagnini) bussarono a casa del senatore Giovanni Leone, malato di bronchite, la voce roca, qualche linea di febbre, a comunicargli che l’assemblea dei grandi elettori democristiani lo aveva designato come candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica, a voto segreto.
Il senatore era già stato informato da una telefonata del deputato comunista, napoletano come lui, Giorgio Amendola: «Noi e i compagni degli altri partiti di sinistra non ti possiamo votare. Sei sicuro di volerti esporre?››. Leone, 63 anni, senatore a vita, accetto e diventò sesto presidente tre giorni dopo al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti, appena quattordici in più del quorum necessario, con la destra post-fascista determinante, il Movimento sociale di Giorgio Almirante.
«Sono stato eletto il giorno dopo Santa Vittoria, mi porterà fortuna», si fece coraggio con la moglie.

Tempo dopo, quasi per distrazione perché i protagonisti avevano sempre evitato di parlarne, si apprese qualche dettaglio in più sulla riunione dei grandi elettori democristiani. Il candidato non era Leone. Dopo l’uscita di scena del presidente del Senato Amintore Fanfani, infatti, doveva entrare in gara l’altro cavallo di razza: Aldo Moro.

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L’Italia del 12 dicembre. L’Italia che resiste.

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1969. Un vento di libertà, fantasia e progresso proveniva, durante tutti gli anni ’60 dagli Stati Uniti, dall’Europa, soprattutto dalla Francia, dall’Italia. Il fermento dei “tempi nuovi” prodotti dalla progressiva emancipazione delle masse dagli orrori della guerra e dell’ignoranza era una forza propulsiva che sembrava inarrestabile. Diritti civili e sociali richiesti, pretesi come sacri ed inviolabili in tutto l’Occidente. Si voleva finalmente attraversare la nuova frontiera per tutta l’umanità. Attraverso la democrazia e non sotto il potere tirannico dei partiti unici.
Ma a Dallas (dove fu ucciso John F. Kennedy) e Los Angeles (dove morì suo fratello Robert), si iniziò a reprimere, nel sangue, tutto. Il ’68 era stato spontaneo, fantasioso e disordinato. La volontà di repressione, calcolata, fredda e metodica.
Arrivò il 1969, in Italia. E la “fabbrica dell’obbedienza”, la forza del moderatismo reazionario si colluse, ancora, con il fascismo.
Uno dei più chiari e analitici documenti di quell’epoca, fu il libro “La Strage di Stato” dal quale riprendiamo alcuni passi per dimostrare quale clima si voleva costruire per condurre ad un modello presidenziale forte ed autoritario.
Vi viene in mente qualche attinenza coi giorni d’oggi?

Non state sbagliando.
Ma non ci fu isteria. L’Italia seppe resistere. W l’Italia, del 12 dicembre e del 25 Aprile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.

E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto. Continua a leggere

Scelba, la repressione e la reazione. Ancora Resistenza

Strage di Portella della Ginestra - 1° maggio

Strage di Portella della Ginestra – 1° maggio

 


Una delle figure più oscure della storia del secondo dopoguerra, è di certo Mario Scelba.
Il suo ruolo da ministro degli Interni e da Presidente del Consiglio, raccontano la storia di un pervicace reazionario anticomunista. E’ proprio durante la sua carica al Viminale, che avviene la strage di Portella della Ginestra per mano di Salvatore Giuliano contro comunisti che festeggiavano il 1° maggio.
Racconta, quindi, la storia di un altro periodo di repressione a cui l’Italia antifascista e democratica, rispose ancora nel solo modo possibile: Resistenza!

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

Scelba nasce in Sicilia, a Catagirone nel 1901 da una famiglia piccolo borghese: suo padre è il fattore di un possidente del Catanese, il barone Silvestri. Da ragazzo conosce e frequenta don Luigi Sturzo di cui diventa ben presto segretario.

Caduto il fascismo, Scelba è in prima linea nella Dc accanto a De Gasperi che lo chiama a ricoprire l’incarico di ministro delle Poste. Quando il leader democristiano decide di cacciare dal governo socialisti e comunisti, Scelba lo appoggia in pieno da convinto antifascista ma anche da anticomunista . Nei governi successivi Scelba sarà per sei anni il ministro degli Interni di cui De Gasperi si fida. Il primo provvedimento che adotta è quello di estromettere dalla polizia gli ex partigiani che vi erano confluiti.

Per volere di Scelba si formò un vero e proprio esercito, senza paragoni nella storia d’Italia: gli effettivi della Polizia, dal Luglio ’47 al Gennaio ’48, aumentarono più di 30 mila unità, fino a raggiungere una forza complessiva di 70 mila uomini, Il titolare dell’interno impegnò la macchina organizzativa del ministero e delle questure nel lavoro per la costituzione e la dislocazione nelle aree nevralgiche del territorio nazionale di reparti mobili e di pronto intervento dotati di speciali mezzi e armamenti.

I reparti della Celere erano unità assai organiche e coese la cui complessità e consistenza quantitativa variavano in funzione dei problemi d’ordine pubblico previsti. Non fu però lui l’inventore di questi reparti, già introdotti dal socialista Romita.

Il ministro democristiano fu solo il primo, più accorto e abile stratega. Per il loro impiego occorreva l’autorizzazione diretta, trasmessa all’occorrenza per via telefonica, del ministro stesso. In questo lavoro di riorganizzazione, diede spesso incarichi di rilievo a personaggi dal discusso passato fascista, come il generale dei carabinieri Giuseppe Pieche (assunto alla direzione affari riservati), che ricostituì il casellario politico centrale, strumento crispino di controllo e schedatura degli oppositori.

Nel Paese si susseguirono scioperi, manifestazioni di protesta, scontri con la polizia. Scelba temeva che da un momento all’altro i comunisti potevano imboccare la strada della rivoluzione ed è per questo che la polizia, per sua disposizione, non andava per il sottile nel reprimere le agitazioni.

Secondo i dati della segreteria nazionale del Partito Comunista, mai smentiti, negli anni della gestione Scelba del Ministero degli Interni, gli scontri lasciano sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Per questa sua durezza socialisti e comunisti lo bollano come “fascista”. Ma in realtà si deve proprio a Mario Scelba la legge che vieta la ricostituzione del partito fascista e che porta proprio il suo nome.

 

(fonte: http://www.occupazioneterre.altervista.org/ministro-scelba.html)

 

(immagine dal web)

Il Paese del meno peggio

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di Vincenzo G. Paliotti

È finita così, con il “meno peggio”. Almeno credo sia così leggendo i tanti post, su un social come Facebook.
Nessuno esulta ma neppure recita il “de profundis” e ho notato che il coro generale era: “poteva andare peggio”.

Ma è una vita che andiamo avanti così, e con questa elezione siamo tornati in piena epoca DC dove se chiedevi alla gente perché voti DC, in maggioranza ti rispondeva: “perché è il meno peggio”.

Eppure il meglio c’è, c’è sempre stato ma purtroppo gli interessi del popolo quasi sempre non coincidono con quelli della politica, a maggior ragione in questo periodo che stiamo pagando una sorta di oligarchia ventennale di Berlusconi che di interessi conosce solo quelli di Mediaset e oggi vedere al Quirinale qualcuno che è meno peggio ci si “consola” chi con il “meno peggio” chi con il “bicchiere mezzo vuoto”, ergo andiamo sempre per la “mezza porzione” mai per la porzione intera che ti soddisfa.

È vero che una delle parti comunque sarebbe scontenta ma almeno avremmo qualcosa di definito, da combattere pure, ma di definito. Parlando quindi del nuovo Presidente non discuto che sia una brava persona, ci mancherebbe, anche se questo non ha nessuna attinenza con le capacità, così come la sua parentela con quel Piersanti Mattarella vittima della mafia, che tutti noi rispettiamo e ricordiamo.

Inoltre di persone per bene ce ne sono a bizzeffe ma sono capaci? I miei timori sono solo legati alla sua appartenenza a quel partito che era il campione del “meno peggio” e non vorrei inoltre fosse semplicmente la continuazione della Presidenza di Napolitano, anche lui è una brava persona e che però…

Un vantaggio rispetto a Napolitano però ce l’ha: essendo lui un Giudice Costituzionale non dovrà attendere anni per capire se una legge è costituzionale o meno, come ha fatto Napolitano con la legge elettorale per esempio, ma ne terrà conto? Lo farà? Io lo spero.

In quanto alla scelta che ha la paternità di Renzi, con la disapprovazione di Berlusconi che io non ritengo veritiera, non vorrei che questa sia il frutto di un disegno dei due, molto scaltro, per dare un “contentino” alla sinistra minoritaria del PD e metterla a tacere eleggendo Mattarella al Quirinale, per poi richiedere di essere “ricambiato” nella discussione e l’approvazione in Parlamento dell’Italicum e delle altre riforme a venire.
Questo accadrebbe comunque anche nel caso fosse vero il dissenso di Berlusconi, perchè Renzi, che ha avuto un grande maestro in quest’arte, non fa nulla per nulla.

 

 

 

(foto dal web)

La speranza è una cosa seria

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di Ivana FABRIS

Un vecchio jingle pubblicitario di quando ero poco più che una bambina, diceva che la fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie.
Ecco il senso del titolo di questo scritto, scelto un po’ parafrasando quel vecchio spot dei primi decenni della televisione italiana che, nel suo essere un po’ banale, dice qualcosa che spesso diamo troppo per scontato.

Ma immagino che vi starete chiedendo cosa c’entri parlare di speranza in un blog che si occupa di politica. Beh, c’entra e parecchio.
C’entra nella misura in cui sia stato proposto il nome di quella che appare (e sicuramente lo è) come una persona perbene, rassicurante nel ruolo di Presidente della Repubblica, ma, a mio modo di vedere, che è stato proposto come operazione di facciata, come restyling, come cortina fumogena per dichiarare al “mondo” che non c’è nessun patto nazarenico, che Lui (Renzi) è un Segretario che ascolta le minoranze, che anche lui si sta rendendo conto dei suoi errori nel fare inguacchi con Silvio Berlusconi, che quelli che parlano di Partito Unico della Nazione, sono solo rosiconi e gufi, invidiosi della sua capacità di vincente, che sta in qualche modo solo cambiando verso un’altra volta. Continua a leggere

La democrazia della (s)fiducia

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di Francesco CIANCIMINO

 
[Francesco Ciancimino, studente di Scienze Politiche, laureato in Economia politica. Ex tesserato del PD, sinceramente Civatiano, oggi sostiene la lista L’Altra Emilia-Romagna. Opinionista politico in erba]

 

Quando parliamo di partiti e di rappresentanza politica, la nostra mente fa un collegamento automatico a simboli, facce, vicende significative e specifiche. I partiti sono quelli che vediamo in tv, che frequentiamo quando ci riuniamo a discutere, quelli che siedono in Parlamento e nelle assemblee legislative.
Ma cosa sono effettivamente i partiti? O meglio, cosa dovrebbero essere?

Il partito per definizione è un’organizzazione che tende a rappresentare una parte della società, poiché si suppone che la vita di una comunità democratica e plurale sia scandita dal confronto fra più parti, fra più soggetti, fra più portatori d’interessi.
La democrazia presuppone diversità, dunque partiti (e/o movimenti) che le rappresentino.
La diversità genera confronto, scontro politico, che sono ricchezza in democrazia, poiché la creazione di politiche efficaci dipende fortemente dal dibattito pubblico, in quanto si ritiene che le soluzioni non siano tutte nelle mani e nella mente di uno o di pochi. Continua a leggere

Donne, la prima volta al voto

Emozionate, un po’ insicure, ovviamente “guidate” dal mondo maschile, dato il momento e il periodo storico, in quei particolari passaggi, ma finalmente partecipi alla vita democratica del Paese.

 

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LE MADRI COSTITUENTI

 

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IL VOTO DI ANNA MAGNANI

 

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NO COMMENT

 

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