Bombe ad Ankara: stanno uccidendo la pace

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di Luca SOLDI

Ad Ankara stanno per uccidere, ancora una volta, la pace. E per farlo hanno ucciso quasi cento persone – 250 sono rimaste ferite – della grande folla umana che chiedeva: “pace, lavoro, democrazia“. Sono questi i valori sotto il fuoco nemico in tutto l’Occidente.

Le due esplosioni che si sono succedute sono il segno di quanto sia potente e devastante il muoversi insieme nel nome della Pace. Ancora una volta corpi di giovani, di uomini e donne che volevano gridare forte “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”.

Le due esplosioni si sono verificate quando diverse persone si erano radunate sul posto per una marcia per la pace che aveva anche l’obiettivo di protestare contro l’escalation di violenza nelle regioni curde della Turchia. Al corteo stavano già arrivando migliaia di partecipanti.

Suat Çorlu, vicepresidente del partito filocurdo Hdp e Selahattin Demirtas, leader dello stesso partito che ha conquistato il 13% alle precedente elezioni politiche non hanno dubbi: “La manifestazione per la pace è stata organizzata da civili. Tante persone, provenienti da città diverse, hanno preso parte all’iniziativa. Ecco, questo tipo di manifestazioni sono oggi pericolose perché è difficile controllarle”.

 

“E’ evidente che dietro l’attentato di Ankara sia dietro quello di Suruc (dello scorso 20 luglio) ci sia l’Akp – ha affermato a Il FattoQuotidiano Suat Çorlu– vogliono aumentare la paura nelle persone, paura che loro stessi hanno creato, e dare come unico antidoto la vittoria del loro partito alle prossime elezioni. Questa è la loro propaganda.” Si ferma, alza il tono di voce e poi attacca l’Akp senza mezzi termini: “La loro campagna elettorale è sporca di sangue. Erdogan sta utilizzando le bombe per fini elettorali, per riprendere il potere assoluto in Parlamento. Ma non ce la farà neanche questa volta”.

Intanto, il PKK ha deciso il “cessate il fuoco” unilaterale in relazione alle aggressioni del governo turco.

Una domanda.

Cosa succederà quando in tutta Europa i popoli grideranno in piazza: “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”?

La variante turca

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di Vincenzo SODDU

Il post sulla necessità di trattare con l’IS? Ma io pensavo ad Hamas…
Queste le parole di Di Battista, dopo il polverone causato dal suo articolo sulla questione del Jihadismo radicale e dunque, se un parlamentare stimato come Di Battista può fare dietrofront dopo un simile inciampo, beh, allora posso tornare anch’io a parlare di Medio Oriente, che i giornali, almeno, li leggo con regolarità.

Così registriamo che, in questi due mesi, gli Stati Uniti hanno avviato l’organizzazione di una forza di intervento che possa limitare l’avanzata delle forze del Califfato in Siria, mentre le milizie curde hanno incassato l’indifferenza del presidente islamico-conservatore turco Erdogan nei confronti dell’altro fronte di avanzata dell’Isis, quello che porta alla Turchia, appunto, cittadina di Kobane, siriana a maggioranza curda, a ridosso della frontiera anatolica… qui, mentre l’Isis controlla ormai metà della città, i guerriglieri curdi non hanno più la possibilità di rifornirsi, dato che la Turchia ha chiuso loro il passaggio alla frontiera.

Quali siano i timori di Erdogan è facile da capire (impedire che le forze curdo-siriane si uniscano al fuorilegge PKK), ma di fronte a un possibile genocidio è difficile condividerne le scelte e rimanere fermi.

Così, mentre l’Isis si appresta a controllare la vasta provincia irachena di al-Anbar ai confini di Siria, Giordania e Arabia e il Jihadismo radicale raccolgono l’adesione di gruppi ormai isolati come i talebani pakistani, da parte loro, gli Stati Uniti chiedono un chiaro intervento a favore dei guerriglieri contro le truppe del Califfato, pur essendo allo stesso tempo coscienti che il gioco della politica internazionale, a maggior ragione in quello scacchiere, non può essere così lineare.

Ankara infatti non farà alcun passo concreto se non otterrà ciò che chiede, e cioè una zona cuscinetto e una no-fly zone in territorio siriano, mossa che le permetterebbe di raggiungere senza grossi sforzi le sue mire nazionalistiche.
Erdogan ancora una volta si è giocato bene le sue carte e d’altronde la posizione strategica della Turchia mai come in questo momento è favorevole a questo scopo.

Così lo fa costringendo gli Stati Uniti ancora una volta a cambiare obiettivo nel complicato conflitto siriano.
Pur consentendo agli aerei statunitensi l’utilizzazione delle basi turche, Erdogan vuole infatti ottenere due obiettivi: la ripresa dell’azione armata contro Assad e la normalizzazione del problema curdo.

Giovedì prossimo le richieste di Ankara saranno al centro del vertice tra l’inviato statunitense e i Turchi. E probabilmente gli Stati Uniti, ancora una volta d’accordo con l’Europa, cambieranno strategia nel difficile scacchiere Medio-Orientale.
Naturalmente il piano sarà descritto in termini umanitari (la protezione dei rifugiati e il respingimento dell’ISIS oltre i confini) ma tutti sanno che la creazione della zona cuscinetto sarà il preambolo dell’organizzazione di un’area dove saranno addestrati I ribelli pronti a rovesciare il governo di Damasco.

E l’Isis?
Beh, a loro ci si penserà dopo, il che significherebbe mai, perché tutto sommato il loro ruolo, quello voluto dagli Arabi e in fondo anche dalla Turchia, se lo sono giocati alla perfezione.
E se ci aggiungiamo che, secondo il quotidiano turco Milliyet, Ankara ha proposto al partito curdo-siriano, alleato del PKK, un aiuto militare concreto contro lo Stato Islamico se il partito rinuncerà all’autonomia del Kurdistan e interromperà i rapporti con Damasco, allora il quadro è completo.
E’ la conferma, triste purtroppo, che il Medio Oriente sia ormai nelle mani, ugualmente pericolose, quanto quelle dell’Isis, dei paesi islamici conservatori o apparentemente tali.