La tua banca è indifferente

bancacappio

di Roberto RIZZARDI

In questi giorni si parla molto del “salvataggio” delle quattro banche, di quanto la manovra possa essere un assist al padre di una “ministra” del governo e sul fatto che questo salvataggio sia avvenuto a spese di azionisti e obbligazionisti.

Il fatto da analizzare, però, è che quando una banca “va a remengo” non ci sono molte cose da fare e tutte quante, comunque, sono per qualche verso opinabili.

Per il salvataggio si sarebbe potuto ricorrere alla fiscalità generale, come con le banche francesi e tedesche, caricando sul groppone di tutti i relativi costi.
Si sarebbe potuto utilizzare il bail-in, come si è fatto, e far pagare azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila Euro.
Si sarebbe potuto fare un bel niente, lasciando fallire le banche facendo pagare ancora azionisti, obbligazionisti, correntisti (tutti, anche quelli con pochi Euro sul conto) e le vecchine con il libretto di risparmio, per non parlare di alcune migliaia di dipendenti messi in mezzo alla strada.
Qualsiasi cosa si fosse fatta sarebbe stata discutibile sotto qualche aspetto.
Il vero problema è come impedire che il management di una banca combini disastri come questo senza che nessuno vigili preventivamente.

Continua a leggere

Visione politica, programma e metodo. Come lavora il MovES

franzaltomare

di Franz ALTOMARE

[Relazione presentata all’incontro “Possiamo cambiare le cose, un metodo per costruire un nuovo soggetto politico in Italia. Workshop su Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa” organizzato da Amici di Podemos – Roma. Roma 21 novembre 2015

Documento politico 004/2015/A]

In questo periodo assistiamo alla rinascita di un fermento politico che si diffonde a diversi livelli nella società civile e vede la nascita di numerosi movimenti politici nuovi e di gruppi auto-organizzati.
Questo fermento risponde a un bisogno di partecipazione politica particolarmente sentito, per due ragioni specifiche:

1) La prima è una ragione congiunturale, ovvero la grave crisi economica che attanaglia l’Italia e altri paesi dell’Europa meridionale, come la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La Grecia che finora ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto di quelle politiche criminali, perché tali devono essere definite, e che sono alla base della governance europea.
In realtà la crisi nasce come crisi finanziaria che progressivamente diventa crisi economica, ovvero crisi della domanda e dei redditi e infine degenera in una crisi sociale sofferta in primo luogo dalle classi lavoratrici sfruttate, disoccupate e precarie e a seguire dal mondo del lavoro autonomo e dalla piccola e media impresa.

2) La seconda ragione che spiega il bisogno diffuso di partecipazione politica è LO SVUOTAMENTO DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE E LA CESSIONE DI SOVRANITA’ degli stati ad una governance sovranazionale costituita dalla Commissione Europea, dalle banche private con in testa la BCE e dal FMI.
In sostanza succede che il voto dei cittadini è diventato una farsa utile solo per una legittimazione formale di un potere che non rappresenta gli interessi della società nel suo insieme.

Chiunque vinca le elezioni non governa ma amministra secondo le direttive imposte dall’autorità europea: questo lo abbiamo visto con drammatica evidenza in Grecia e lo vediamo, naturalmente, in Italia.
Ma non siamo qui per parlare in maniera diretta della crisi e delle sue cause. Rispettiamo il tema di questo incontro: Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa.
Si pone qui il problema del soggetto politico, o della soggettività politica.

Si parlerà del metodo organizzativo e della democrazia interna o partecipativa di un movimento che ha come obiettivo di rappresentare un’alternativa reale alle politiche dell’austerity e al difetto di democrazia connaturato ormai al quadro di potere nazionale ed europeo e che crea un forte divario tra obiettivi politici ed economici e la ragionevole possibilità di metterli in pratica e realizzarli per qualsiasi soggetto politico.

È necessario fare però un discorso coerente e comprensibile su alcune contraddizioni che risaltano in maniera eclatante: come mai a fronte di un dissenso popolare molto ampio contro le politiche dell’austerity non corrisponde a livello democratico una forza politica organizzata per contrastare le politiche neoliberiste e porsi come alternativa valida a una diversa concezione della politica e dell’economia che vada in direzione dei bisogni delle grandi masse?

E soprattutto, perché anche quando non c’è questa frammentazione caotica di partiti e si riesce a compattare una piattaforma politica apparentemente unitaria e alternativa, come avvenuto in Grecia, anche in quel caso il risultato politico si traduce in un fallimento e in una resa sostanziale della democrazia a un altro ordine politico e finanziario, che di democratico non ha davvero niente?

È evidente allora che il problema della SOGGETTIVITA’ POLITICA non può e non deve essere ridotto al solo metodo organizzativo del movimento .
Non possiamo illuderci che uno stile apparentemente nuovo nella comunicazione, ma vecchio per quanto riguarda l’accettazione di fondo del sistema di potere, possa alla lunga mantenere un consenso facilmente ottenuto con arringhe di sapore populistico, ma senza nessuna sostanza di proposte serie che affrontino i problemi nella consapevolezza di poterli risolvere.

Continua a leggere

“La Spagna va bene”

crisispagna

[Articolo pubblicato da Agenor sul sito A/simmetrie.org. Traduzione a cura di Serena Corti]

Nessuno in Spagna osa utilizzare in modo esplicito lo slogan con cui Aznar cercava di silenziare qualsiasi voce critica nel suo governo, proclamando che “la Spagna va bene”.

Tuttavia, questo è il messaggio che implicitamente si sta cercando di vendere in questi mesi di avvicinamento alla campagna per le elezioni generali di dicembre. Il dibattito sull’economia diventa più vivace, ma non più informato.

La Spagna è il paese in cui si parla meno del problema fondamentale dell’economia europea: l’unione monetaria, la sua instabilità, la sua inefficienza e la sua difficile sostenibilità.
Sette anni dopo la caduta in recessione il paese non ha ancora recuperato il livello del PIL nel 2008.

Mai nella sua storia ha vissuto una recessione più lunga. Il paese che ha sofferto di più gli eccessi e le carenze di questo sistema monetario, è anche quello che sembra meno disposto a metterlo in discussione. E sarebbe sufficiente chiedersi il motivo per cui la Spagna ha subito e continua a subire, una perdita di ricchezza, di occupazione e di diritti maggiore rispetto ad altri paesi.

Continua a leggere

A cosa deve pensare una sinistra di trasformazione. A tagliare la testa al sovrano: la BCE

Draghi_0

di Massimo RIBAUDO

Dovrei scrivere un commento sulla riunione del nuovo gruppo alla Camera che si è presentato oggi al Teatro Quirino di Roma. Ero lì, ma è stato detto tutto da Franz Altomare in questo articolo pubblicato sul nostro blog la sera prima. E’ stato profetico: ed oggi, nessuna sorpresa. Siamo nella gabbia delle risorse scarse e bisogna arredarla. Il programma politico di destra crea due gabbie separate. Una per coloro che ancora pensano di essere vincenti e di potercela fare – sono di destra, animal spirit, uno su mille ce la fa, e ognuno di loro pensa di essere quell’uno e chi non ce la fa è un soggetto di meno con cui spartire la torta – e l’altra per chi dovrà chiedere aiuto. Agli amici, ai parenti, alla Chiesa, alle mafie. Cameron, Renzi, tutti i socialdemocratici alleatisi con i popolari stanno arredando “la gabbia” in questo modo qui.

Poi, ci sono Syriza, Podemos e anche coloro che oggi si sono riuniti per formare una sinistra italiana che ritengono di arredare la prigione con quadri con cieli azzurri e stelle per non far vedere che è una prigione. Per spingere, nella loro buona fede, alcuni partecipanti della città del business a redistribuire – difficile sapere come – parte della loro ricchezza agli sconfitti nella gara, agli “have not”. Certo, mediante i valori spirituali dell’onestà, della partecipazione, della condivisione, della solidarietà. Un po’ quello che fanno da millenni, come core business, anche le diverse chiese sparse per il pianeta. Unico modello economico concreto, i riferimenti a Keynes. Praticamente impossibili da gestire per uno Stato senza il controllo di una banca centrale. Senza una moneta politica.

Io vorrei uscire da questo scenario, abbastanza noioso per me, per riconoscere chi è il sovrano che ci tiene in gabbia.

Nessuno ha parlato delle affermazioni di Mario Draghi contenute nel suo discorso del 5 novembre 2015 agli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Futura classe dirigente, in cuor loro.

Affermazioni molto più gravi e dense di conseguenze di quelle che ascoltiamo dal Presidente del Consiglio. Di cui, credo, una sinistra in fase nascente dovrebbe parlare.

Il mandato della BCE, non è quello dello Stato italiano: “Mantenere la stabilità dei prezzi” non è “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Continua a leggere

Perchè l’Euro divide l’Europa – prima parte

[Abbiamo tradotto il saggio di Wolfgang Streeck, ex direttore dell’Istituto di Studi Sociali del Max Planck Institute e autorevole sociologo dell’economia, apparso su The New Left Review. Vista la sua complessità lo dividiamo in due parti. E’ un importante contributo alla comprensione che l’euro non è solo una moneta, ma un sistema monetario, le cui regole privatizzano totalmente i rapporti economici all’interno del conflitto tra Lavoro e Capitale. Mettendo gli stati e le popolazioni europee le une contro le altre. In una guerra (per ora solo economica) civile europea. Proprio il contrario di quello che tutti credevano]

di Wolfgang STREECK

Per comprendere i conflitti che sono scoppiati dentro e intorno alla zona euro negli ultimi cinque anni, può essere utile iniziare rivisitare il concetto di moneta.  

E’ questa una delle figure prevalenti nel secondo capitolo della monumentale opera di Max Weber Economia e società, – “Categorie Sociologiche dell’Azione Economica”.

La moneta diventa moneta in virtù di un’ “organizzazione regolata”, un ‘sistema monetario’, ha ritenuto Weber. 

Ed è stato seguito da G.F. Knapp con la teoria della Moneta statale [1905], che ha insistito sul fatto che, nelle attuali condizioni, questo sistema sarebbe dovuto essere necessariamente monopolizzato dallo Stato.  La moneta è un istituto politico-economico inserito, e reso efficace, in una ‘organizzazione normativa’ – un altro concetto weberiano cruciale; come tutte le istituzioni, essa privilegia certi interessi e svantaggia degli altri. Questo lo rende un oggetto del ‘conflitto sociale’ o, meglio, una risorsa in quella a cui Weber si riferisce come una  ‘lotta di mercato’:

La moneta non è  ‘meramente un titolo di acquisto per utilities indefinite”, che potrebbero essere modificate a piacimento senza alcun effetto fondamentale sul carattere del sistema dei prezzi quale lotta dell’uomo contro l’uomo. ‘La moneta’ è, piuttosto, in primo luogo un’ arma in questa lotta, ed i prezzi sono espressioni della lotta; sono strumenti di calcolo solo come quantificazioni stimate delle relative possibilità in questa lotta di interessi.

Il concetto socio-politico di Weber di moneta è sostanzialmente diverso da quella dell’economia liberale.

I documenti fondanti di quella tradizione sono i capitoli IV e V  della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, in cui la moneta viene spiegata come un mezzo sempre più universale di scambio, che serve una (in definitiva, illimitata) espansione delle relazioni commerciali nelle ‘società avanzate’, cioè le società fondate sulla base di una divisione del lavoro. La moneta sostituisce scambio diretto mediante scambio indiretto, attraverso l’interpolazione di un prodotto intermedio universalmente disponibile, facilmente trasportabile, infinitamente divisibile e durevole (un processo descritto da Marx come ‘circolazione semplice’, Merce-Denaro-Merce).

Secondo Smith, i sistemi monetari si sviluppano dal basso, dalla volontà dei partecipanti al mercato di estendere e semplificare le loro relazioni commerciali, che aumentano la loro efficienza riducendo continuamente i loro costi di transazione. Per Smith, il denaro è un simbolo neutrale per il valore degli oggetti da scambiare; dovrebbe essere creato nella forma più funzionale possibile al suo scopo, anche se ha un suo valore oggettivo proprio, derivante in teoria dai suoi costi di produzione. Lo Stato fa la sua apparizione solo nella misura in cui può essere invitato dai partecipanti al mercato per aumentare l’efficienza del denaro  dal ‘mettere la sua impronta’ su di esso, facendo in modo che appaia più affidabile. A differenza di Weber, che differenzia i sistemi monetari in base alla loro capacità di compensare interessi distributivi, per Smith l’unico scopo a cui la moneta può servire è l’interesse universale del garantire il corretto funzionamento di un’economia di mercato la più ampia possibile.

C’è da sottolineare che la tradizione sociologica del dopoguerra ha scelto di seguire Smith piuttosto che Weber.

La fine della scuola storica tedesca, e il fatto che lo struttural-funzionalismo, soprattutto con Talcott Parsons ad Harvard, ha lasciato l’economia come oggetto di studio solo alle facoltà di economia, sempre più purificate nello spirito neoclassico, in quanto affermatosi nei decenni post-histoire dopo il 1945, portò a rinunciare a una teoria propria della moneta. Si è quindi optato per una vita tranquilla e si è scelto di concepire la moneta, quasi del tutto, nel modo teorizzato da Smith, come mezzo neutrale di comunicazione, piuttosto che come istituzione sociale carica di un potere, come valore numerico, un numéraire, piuttosto che come un rapporto sociale. 

Continua a leggere

Sel, la finzione dei due diversi PD e la contraddizione dell’avversario che è anche alleato

schizofrenia1

di Giuseppe D’ELIA

Nei giorni scorsi Sel ha prodotto un documento politico che è stato approvato dall’Assemblea nazionale a larga maggioranza (nessun contrario; 2 astenuti).

Questo documento si fonda su una contraddizione di fondo che può essere evidenziata al meglio attraverso un raffronto diretto tra quattro passaggi chiave, che risultano fondamentali per una sua corretta interpretazione:

[1] «come già deciso nella assemblea di luglio, impegniamo Sel ad ogni livello nella costruzione di un soggetto politico che abbia l’ambizione di presentare al Paese una proposta di governo autonoma, e per questo alternativa e competitiva a quella di Matteo Renzi».

[2] «Oggi, sul piano politico, un’alleanza col Pd di Matteo Renzi non è neppure immaginabile, perché sarebbe la sconfessione delle nostre battaglie e proposte».

[3] «Vogliamo evitare gli errori del passato, il minoritarismo, il meccanicismo e la riproposizione di una equazione che accompagna, da una decina di anni, i fallimentari tentativi di riaggregazione a sinistra, quella fondata sulla idea di costruire un progetto politico per contrarietà, a partire da vicinanze o lontananze dal PD, come se, per battere la vocazione maggioritaria bastasse enunciare una sorta di predisposizione minoritaria. E vogliamo altresì batterci contro le derive opportunistiche e trasformistiche di quel governismo che non è cultura di governo ma solo ansia, spesso scomposta, di potere».

[4] «Il voto in molte città tra le quali alcune delle più grandi e importanti del Paese rappresenta un passaggio di particolare importanza. In quelle elezioni si deciderà della vita delle città e di chi le abita ma contemporaneamente un voto di queste dimensioni assumerà il senso di un voto sulle politiche di governo della crisi e sulle loro conseguenze locali e nazionali. Per noi non si tratta di stabilire regole astratte che da Roma calino sui territori in modo automatico e meccanicistico. Consideriamo necessario difendere e lavorare per dare continuità a quelle esperienze che nel governo concreto delle città hanno saputo guadagnare le caratteristiche di laboratori politici e amministrativi. Proprio per questo però è necessario che, ovunque non si verifichino queste condizioni, l’impegno di Sel sia rivolto alla costruzione di percorsi innovativi e autonomi che, a partire da qualificate proposte di governo locale e dalla definizione partecipata di percorsi plurali, mettano in campo un punto di vista alternativo e competitivo».

Come è evidente, Sel ha scelto di creare una finzione narrativa: da un lato, ci sono Renzi, le politiche del governo Renzi e il PD di Renzi a cui fare ferma opposizione; dall’altro, contemporaneamente, c’è la necessità di dare continuità alle esperienze di governo locali col PD.

Continua a leggere

L’unità a sinistra secondo SEL

ombra

Coordinamento politico MovES

[Documento politico 002-a/2015/A]

In questo documento spieghiamo le ragioni per le quali il Movimento Essere Sinistra, coerentemente con la linea politica tracciata nel Manifesto del MovES, respinge l’invito di Nichi Vendola a condividere un percorso unitario delle varie formazioni di sinistra sulla base del documento approvato a larga maggioranza dall’Assemblea nazionale di Sel.

La prima parte del documento appare come una vera e propria invettiva contro le politiche europee considerate disumane a tal punto da indurre il caro compagno a scrivere di “Europa matrigna che ha tradito il proprio compito storico…”, incline alla guerra, indifferente al destino di altri popoli e persino “violenta anche verso i popoli che la compongono”.

La capacità narrativa di Vendola riesce ancora a suggestionare qualche sprovveduta anima bella laddove indugia sugli effetti fin troppo eclatanti del disastro europeo mentre si guarda bene dall’insistere sulle cause reali di questa situazione.

Secondo questa narrazione le cause non sono da rintracciare in elementi strutturali che avrebbero garantito attraverso i Trattati europei, e la moneta unica legata al sistema del debito, l’inevitabile destrutturazione delle economie periferiche prima e lo svuotamento delle istituzioni democratiche dopo. Tutto si riduce in questa sintesi riportata nel documento di Sel ad un concetto elementare:

il sistema di regole e la struttura di potere della UE non è in discussione in quanto tale, non ha contraddizioni proprie che generano conflitti di vario tipo, anzi, l’Unione Europea in generale, e in particolare l’Eurozona, è perfettamente funzionale al progetto di Europa dei popoli e può essere ricondotta al suo compito storico originale di pace e benessere diffuso operando semplicemente scelte politiche diverse ma lasciando immutato il quadro di potere e di regole su cui si fonda.

Infatti in un passo la retorica lascia spazio ad un’indicazione politica netta ed inequivocabile, quando si legge che “la piega distruttrice che ha preso l’Europa non c’entra con la moneta e la sovranità monetaria (..) ma con scelte esclusivamente politiche”.

La sinistra che immagina Sel per l’Europa, e che in fin dei conti in Italia riesce pure a praticare a livello locale insieme al Partito Democratico, è una sinistra di gestione del sistema e non di trasformazione.

La lettura mistificatoria della questione greca porta all’affermazione paradossale per cui il voto greco secondo Vendola sancisce che la sovranità popolare non è soggetta a nessun vincolo tecnocratico.

Infatti, sul piano strettamente giuridico nessuno ha obbligato Tsipras a firmare il terzo Memorandum se non la tragica circostanza che vincere le elezioni e non disporre di nessuno strumento effettivo per attuare una qualsiasi politica economica non significa affatto governare, ma solo ratificare scelte che risiedono in organi che di democratico non hanno nulla.

La posizione euroforica di Sel fa rimpiangere addirittura quella più romantica spesso vagheggiata dai sostenitori italiani di L’Altra Europa per Tsipras, che almeno stimolano la fantasia (e l’ilarità) dei critici quando costringono ad ascoltare il racconto di un paradiso in terra chiamato Stati Uniti d’Europa, in cui gli stati più ricchi socializzano le perdite degli stati meno ricchi, o poveri, e nello stesso tempo distribuiscono i profitti.

Nessuno di loro ha mai spiegato però che per realizzare questa utopia i diciannove governi degli stati membri dell’Eurozona dovrebbero essere contemporaneamente concordi tra loro e con le maggioranze parlamentari dei propri paesi.

Veniamo ora alla seconda parte del documento di Sel, e qui il discorso si fa più serio, perché tutto torna ad una dimensione più tangibile e maledettamente concreta per una persona di stile come Nichi Vendola, trattandosi di arredi per interni, e quindi di poltrone, sedie e sgabelli da conquistare. L’enfasi retorica è più sobria, il criterio che informa l’invito all’unità sinistra delle sinistre non è affatto vago e anche le nostre conclusioni si adeguano nel definire in maniera succinta quell’unità che a noi appare non più come un’ammucchiata quanto un’orgia perfettamente organizzata dalla sinistra per l’opportunismo.

Mentre il Paese muore c’è qualcuno che si preoccupa di confermare e ampliare i propri spazi di potere.
Alleanze politiche a tutti i costi: con il PD dove non se ne può fare a meno e senza il Pd dove non ce n’è bisogno. Questa finta sinistra è morta e continuare a darle credito equivale ad essere necrofili.
Nuova sinistra a parole, vecchie logiche nei fatti.

Gli unici bisogni che si vogliono soddisfare sono sempre quelli relativi a governare in ogni caso. L’opportunismo non è una cosa nuova ed è la premessa per il fallimento politico di una parte che si dice ancora di sinistra ma che mantiene lo sguardo fisso al centro, radicandosi nella realtà dei propri interessi e restando lontana da ogni ipotesi di reale cambiamento degli assetti di potere, unico presupposto per un’inversione di rotta che avvicini la politica ai bisogni reali delle persone.

 

(immagine dal web)

Manovre portoghesi: ma vi aspettavate qualcosa di diverso?

cavaco-silva-fisga

di Riccardo ACHILLI

Un approccio neanche particolarmente pessimistico in politica dovrebbe condurre ad un sano realismo.

I fatti portoghesi hanno avuto l’evoluzione più ovvia. Cavaco Silva, il Presidente della Repubblica, ha incaricato di formare il governo il suo compagno di partito Coelho, e non il suo avversario Costa, basandosi su una prassi per noi italiani insolita, ma per la politica portoghese consueta, ovvero quella dei governi di minoranza.

In più sta apertamente invitando i deputati socialisti ad andare contro la disciplina di partito e a sostenere il governo di Pedro Passos Coelho.

Affidandosi, così, ad un’altra facile conclusione, ovvero che la fame di potere e la voglia di tenersi il seggio parlamentare senza tornare a nuove elezioni finirà per portare i socialisti a fornire una qualche forma di appoggio al governo di Coelho, nei prossimi mesi.

Continua a leggere

La fine dell’egemonia tedesca

merkelpensierosa

[Traduzione dell’articolo di Daniel Gros The End of German Hegemony. Daniel Gros è direttore del Center for European Policy Studies a Bruxelles. Ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, e come consulente economico per la Commissione europea, il Parlamento europeo, e il primo ministro e ministro delle finanze francese. Gros è editor di Economie Internationale e International Finance]

Senza che nessuno se ne stia accorgendo, l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è sembrata totale a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo – con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.

Naturalmente il solo fatto che le persone credono che la Germania sia forte rafforza la posizione strategica e lo status del paese. Ma non ci vorrà molto prima che le persone comincino a rendersi conto che il principale fattore di quella percezione – che l’economia tedesca sta continuando a crescere, mentre la maggior parte delle economie dell’Eurozona hanno vissuto una lunga recessione – rappresenta una circostanza eccezionale, che presto scomparirà.

Continua a leggere

Il senso della sinistra per la fregatura

joeren

 

di Franco CILLI

 

Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintanto che è la realtà che detta le regole e non l’immaginario, sia esso collettivo – lascito di una storia densa di passione e sangue -, o individuale, frutto malato del solipsismo dell’intellettuale avvolto dalla muffa di vecchi scaffali. L’immaginario è tendere a qualcosa che trascende il quotidiano, ma oltre certi limiti diventa mera illusione.
Il materialista non si nutre d’immaginario, ma di fatti tangibili.

L’Europa è il nostro campo privilegiato, i conflitti sono globali, i diritti vanno globalizzati. Strano, perché mai un diritto non può essere globalizzato se hai una moneta sovrana?

Marx era internazionalista. Si, ma Marx non ha fondato una religione: era internazionalista e non protezionista certo, seguiva una prassi conseguente alla sua scienza economica, ma era principalmente un materialista, un positivista, niente di immaginario. Avrebbe potuto essere tutto e il contrario di tutto se avesse inteso come contingente un certo agire piuttosto che un altro.

D’accordo, Tsipras ha dovuto cedere per la forza del nemico, ma se avesse valutato meglio la situazione forse non avrebbe ceduto o forse lo avrebbe fatto da posizioni più nette. Non puoi volere la fine dell’austerità e allo stesso tempo continuare a volere ciò che la alimenta. È come non volersi scottare, ma rifiutarsi di spegnere l’incendio.

Continua a leggere