Il nuovo soggetto politico: il vecchio che avanza

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di Franz ALTOMARE

Se questo non è il ceto politico della sinistra, che si riferisce solo a se stesso, come altro si potrebbe chiamare?
Non è possibile davvero prendere sul serio una classe politica fallimentare e attenta solo a rigenerarsi con nuove chiacchiere e vecchi metodi.
Ma andiamo agli aspetti politici più salienti del nuovo soggetto che puntualmente appare in varie forme più o meno ad ogni tornata elettorale.

E’ talmente democratico e orientato a fare politiche dal basso che chi ha preso parte al tavolo riferisce l’intervento telefonico diretto dei “grandi capi”, il diritto di parola solo per i capidelegazione che hanno partorito un testo solo per gli addetti ai lavori, ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea.

Proprio così: ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea. Nessuna proposta concreta per la tragedia innominabile che si chiama LAVORO NEGATO, LAVORO PRECARIO, LAVORO SFRUTTATO, LAVORO SOTTOPAGATO, LAVORO SENZA DIRITTI, PENSIONI MINIME DA FAME.

Ci metteranno un anno a costruire il nuovo soggetto di carrieristi e riciclati complici da sempre col sistema e funzionali alla sua legittimazione.
Un anno per definirsi e raccontare alle persone che subiscono la crisi e a cui è negato il diritto ad una vita dignitosa che hanno dei problemi, come se non lo sapessero.

Un anno per dire che hanno grandi interrogativi e per lanciare furiose invettive verso il neoliberismo.
Un anno per non dare risposte e per NON proporre soluzioni.
Un anno per studiare come ingannare ancora per mantenersi a galla.

Ma la chicca dei ciarlatani è proprio sulla questione europea, dove all’interno ci sono le tre posizioni incompatibili tra loro e che dovrebbero rappresentare il discrimine.

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La sinistra deve mettere l’uscita della Gran Bretagna dalla UE all’ordine del giorno

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di Owen JONES

[traduzione dell’articolo apparso sul The Guardian “The left must put Britain’s EU withdrawal on the agenda]

I progressisti dovrebbero essere sconvolti dalla rovina della Grecia nell’Unione Europea. E’ tempo di reclamare per noi la causa euroscettica.

All’inizio, solo pochi hanno immerso le dita dei piedi nell’acqua; poi gli altri, esitanti, hanno seguito l’esempio, tutto il tempo a guardare gli altri in cerca di rassicurazione. Per come è stata imposta l’austerità che ha devastato la Grecia, nei termini che Yanis Varoufakis ha definito come una “occupazione postmoderna”, per come è stata rovesciata la sua sovranità, costringendola ad attuare ancora delle politiche che non hanno ottenuto nulla, se non la rovina economica, a sinistra in Gran Bretagna si stanno rivoltando contro l’Unione europea, e in fretta.

“Tutto bene se l’Unione europea si ritira; tutto il male se diventa egemonica con violenza”, scrive George Monbiot, spiegando il suo voltafaccia. “Tutta la mia vita sono stata pro-Europa”, dice Caitlin Moran, “ma vedendo come la Germania sta trattando la Grecia, la sto trovando sempre più sgradevole.” Nick Cohen ritiene che l’Unione europea viene rappresentata “con una parte di verità, come una crudele, fanatica e stupida istituzione”. “Come può supportare la sinistra ciò che è stato fatto?” Chiede Suzanne Moore. “L’Unione europea. Non nel mio nome “. Ci sono anche autorevoli esponenti del Labour a Westminster e Holyrood privatamente in movimento per una “posizione di uscita”.
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Manovre portoghesi: ma vi aspettavate qualcosa di diverso?

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di Riccardo ACHILLI

Un approccio neanche particolarmente pessimistico in politica dovrebbe condurre ad un sano realismo.

I fatti portoghesi hanno avuto l’evoluzione più ovvia. Cavaco Silva, il Presidente della Repubblica, ha incaricato di formare il governo il suo compagno di partito Coelho, e non il suo avversario Costa, basandosi su una prassi per noi italiani insolita, ma per la politica portoghese consueta, ovvero quella dei governi di minoranza.

In più sta apertamente invitando i deputati socialisti ad andare contro la disciplina di partito e a sostenere il governo di Pedro Passos Coelho.

Affidandosi, così, ad un’altra facile conclusione, ovvero che la fame di potere e la voglia di tenersi il seggio parlamentare senza tornare a nuove elezioni finirà per portare i socialisti a fornire una qualche forma di appoggio al governo di Coelho, nei prossimi mesi.

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Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

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di Stefano SANTACHIARA

[dal suo blog https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/09/28/il-saggio-di-bagnai-lintervista-di-fassina-significati-di-evoluzione/]

Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale.

Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica.

Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea.
L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo “Il Tramonto dell’euro“, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave.

In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica.

Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti.

Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi.

Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

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Un messaggio per il signor Renzi

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di Yanis VAROUFAKIS

[Traduzione dal suo blog della risposta di Yanis Varoufakis alle affermazioni di Matteo Renzi nel corso della direzione del Partito Democratico]

Il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è molto contento di essersi sbarazzato di me – prendendo a esempio la mia “rimozione” dalla “scena” come un segnale che coloro che dividono un partito – gli apostati – sono buttati fuori. La sua è una pia illusione. Lo scorso Luglio “loro” si sono sbarazzati di qualcosa di molto più importante di me. E questo è il mio messaggio per il presidente del Consiglio italiano.

Il signor Renzi mi presenta come un apostata che ha lasciato SYRIZA ed è ora in un deserto politico. La verità è molto più sobria. A differenza di alcuni miei compagni, io sono rimasto fedele alla piattaforma SYRIZA che ci ha visti eletti il 25 gennaio, in quanto partito unito che ha portato speranza ai greci e all’Europa dei popoli. Speranza per cosa?

Speranza per la fine del sistema dei salvataggi basati sui prestiti “extend and pretend“, che costano cari agli europei, e che hanno condannato la Grecia a una depressione permanente e che hanno permesso di minacciare politiche fallimentari per il resto dell’Europa.

Che cosa è successo? Sotto l’estrema minaccia dei capi di Stato e di governo europei, tra cui il signor Renzi (che ha rifiutato di discutere ragionevolmente le proposte greche) il mio primo ministro, Alexis Tsipras, è stato soggetto il 12 e 13 Luglio all’insopportabile prepotenza, al nudo ricatto, a pressioni disumane. Il signor Renzi ha svolto un ruolo centrale nell’aiutare a spezzare la resistenza di Alexis, con la sua tattica di “poliziotto buono”, sulla base del racconto “Se non ti arrendi, vi  distruggeranno – accetta, per favore”. Io e Alexis divergevamo in quanto non eravamo d’accordo sul fatto se “loro” stessero bluffando oppure no, e se noi, in ogni caso, avevamo il diritto morale di firmare un altro accordo impossibile , consegnando le chiavi di ciò che resta dello stato greco alla spietatezza della troika.

Che era, è e rimane una contrarietà tra me e Alexis.

Dopo quel disaccordo, Alexis è stato costretto ad una svolta nella politica di SYRIZA sul salvataggio mediante l’estensione del prestito (che per la prima volta nella storia del SYRIZA, accoglie come necessario il male) e, di conseguenza, una gran parte di membri del partito ha deciso di non seguire lo stesso percorso. E non è stato solo il segmento di Unità popolare che ha lasciato. Sono state persone come Tasos Koronakis, segretario del partito, io e molti altri, che non hanno mai condiviso Unità popolare.

Non siamo “apostati”, siamo compagni che non sono d’accordo sul fatto che SYRIZA dovrebbe diventare il nuovo PASOK, che si sono rifiutati di unirsi alla schiera dei piccoli partiti, come Unità Popolare, e che hanno scelto di non candidarsi in questa triste elezione parlamentare, che non potrà produrre un parlamento in grado di attuare un valido programma di riforma per la Grecia.

E torniamo al signor Renzi. Signor Renzi, ho un messaggio per lei: può gioire per tutto il tempo che vuole per il fatto che io non sono più ministro delle finanze, anche in Parlamento. Ma non si è “sbarazzato” di me.

Io sono vivo e vegeto politicamente, come le persone che si trovano in Italia mi ricordano quando cammino per le strade del vostro splendido paese. No, quello di cui  si è sbarazzato, partecipando a questo vile colpo di Stato contro Alexis Tsipras e la democrazia greca nel luglio scorso, è stata la sua propria integrità come democratico europeo. Forse anche della sua anima. Per fortuna, questo non è irreversibile.

Ma è necessario fare una profonda ammenda.

Non vedo l’ora di vederla tornare nei ranghi dei democratici europei.

 

 

Tsipras: è davvero una vittoria?

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di Riccardo ACHILLI

In una tornata elettorale altamente prevedibile, il vero vincitore in Grecia è l’astensionismo, che, rispetto al precedente voto politico aumenta di circa 700.000 unità, ben sette punti percentuali di crescita. Quasi tutti i partiti contribuiscono a tale aumento di astensionismo, ad eccezione di Alba Dorata, che guadagna 4.000 voti, Pasok e Dimar, che messi insieme prendono 35.000 voti in più, mascherando solo in termini formali la crisi di ciò che fu il Pasok, ed i centristi di EK, che prendono quasi 80.000 voti.

Syriza, al netto dei voti presi dagli scissionisti di Unità Popolare, perde 82.000 voti rispetto alle precedenti elezioni, a fronte di soli 50.000 voti persi dal diretto concorrente Nea Dimokratia, anche ipotizzando che l’aumento di voti del raggruppamento Pasok-Dimar sia interamente costituito da ex elettori di Syriza (ipotesi di scuola, altamente improbabile vista la deriva moderata di Tsipras), di fatto è proprio il partito di Tsipras che contribuisce maggiormente all’aumento del bacino di astensionisti. Inoltre, considerando anche i voti presi da Unità Popolare, il bacino totale di ex elettori usciti da Syriza in polemica con la linea di Tsipras ammonta a 247.000 unità, una emorragia pari a ben l’11% del bacino elettorale raccolto da Tsipras appena 8 mesi fa.

Di fatto, un significativo calo di popolarità elettorale per il premier greco.

Evidentemente, ciò che è successo è che, al netto di una quota di elettori stanchi di essere chiamati troppo spesso al voto, un aumento così significativo dell’astensionismo, alimentato dai partiti tradizionali e pro europei, di cui Syriza fa parte, e principalmente proprio da ex elettori di Syriza, deriva dalla delusione per una promessa tradita, e dalla constatazione che, al netto delle proposte politiche più estreme, nessun partito è oggi in grado di proporre una alternativa alla accettazione delle politiche di austerità.

Chi è riuscito a superare la delusione ed è andato a votare ha primariamente fatto un ragionamento del tutto banale, prevedibilissimo da mesi: a fronte dei principali partiti che, tutti, proponevano la stessa minestra velenosa del memorandum, l’elettorato greco ha votato per quello che, ovviamente a parole, prometteva di fare qualche sforzo in piu per provare, ovviamente invano, a strappare qualche inutile decimale di flessibilità alla Ue.

Come dire, fra chi promette di uccidere in modo doloroso e senza anestesia, e chi promette di uccidere in modo dolce e lento e con qualche cura palliativa per accompagnare l’agonia fino al decesso, umanamente si tende a scegliere il secondo.

Tsipras viene evidentemente giudicato, fra i vari esecutori del programma neoliberista, quello più umano.

Va poi rilevato, secondariamente, che una parte minore di elettorato ha premiato proposte radicali, come quella dei nazisti di Alba Dorata, o, in linea con un comportamento tipico, riscontrato anche in Italia, ed indotto dalla comunicazione politica, ha votato per  proposte percepite come delle novità, come ad esempio la nuova coalizione Pasok-Dimar, che potrebbe aver illuso qualche elettore nostalgico circa una possibile nuova svolta a sinistra, sia pur moderata, del Pasok.

In questo quadro, Tsipras non puo’ gioire.

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La medio-crazia

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di Immacolata LEONE

Se “i sogni son desideri di felicità” staremmo tutti sognando, e invece no, non c’è tempo, perché la mattina quando ti alzi devi vedere cosa devi fare per far quadrare i conti, per mettere insieme il pranzo con la cena.

E mentre ti barcameni nella difficile scelta di quale visita medica devi scartare a favore di un’altra, capisci che tanto lo Stato ha già deciso per te, se sei povero devi pagare perché così è, caro il mio piccolo indifeso contribuente morto di fame.

Sono problemi tuoi se nella vita non sei nato nella famiglia giusta e non sei stato capace di trovarti da solo un lavoro a lungo termine, e se ora sei in difficoltà non esiste Welfare e neanche il famoso reddito di cittadinanza. Attaccati.

Perché noi italiani siamo sempre indietro anni luce, siamo alla servitù della gleba , nel nostro paese il metodo di reclutamento del personale è sempre “per conoscenza”, per partecipazione al clubbino dei mediocri.
È ancestrale.

Non sarà lo Stato ad aiutarti è troppo occupato a sistemare i parenti i figli e i figli dei parenti . E fatto ciò, voi ultimi morite pure, perché dovete capire che l’attuale piano della nostra classe dirigente è quello di asservire la cultura del diritto alla funzionalità dell’efficienza.

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Varoufakis voterà per Unità Popolare. Ecco perchè

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di Yanis VAROUFAKIS

[In una dichiarazione rilasciata a ThePressProject, l’ex ministro delle Finanze, Yianis Varoufakis spiega che ci sono due ragioni per cui il governo ha deciso di andare alle elezioni e annuncia il suo voto per i candidati della lista Unità Popolare]

“Le elezioni di domenica servono a un duplice scopo:

  • Il primo è annullare il coraggioso NO, che il 62% della popolazione greca (sotto il fuoco dell’allarmismo e e il controllo sui movimenti di capitali bancari) ha detto contro un vicolo cieco, contro programmi di salvataggio e memorandum umilianti e irrazionali.
  • Il secondo, per “legalizzare” la capitolazione seguita alla firma di quel vicolo cieco, il terzo memorandum irrazionale e umiliante.

Il terzo programma di salvataggio è assolutamente impraticabile e, peggio ancora, priva il governo greco (non importa quanto  questo potrebbe ancora significare) di tutti gli strumenti utilizzabili al fine di rompere i legami con gli oligarchi e di limitare la nostra crisi interna (vale a dire l’obiettivo di surplus per il 3,5% del PIL dal 2018 in poi, la chiusura dell’Agenzia per i Crimini Finanziari greca  e la creazione di una nuova agenzia, che sarà sotto il controllo della Troika, la creazione di un registro per i beni pubblici che sarà sotto il controllo del gruppo di lavoro di Euro, e una nota speciale di accordo che ricorda al Parlamento greco che il governo deve concordare con le istituzioni europeo qualsiasi misura prima di poterla adottare, mentre le istituzioni non devoo fare lo stesso, etc).

Per questi motivi è importante per noi sostenere partiti che (con l’eccezione dei razzisti e pseudo anti-sistema di Alba Dorata) respingano la logica che sostiene che l’unica via per la Grecia in Europa sia rappresentata dalla “perfetta” realizzazione del programma del Terzo piano di salvataggio.

Dato che la leadership di Syriza ha accettato il principio TINA (There Is No Alternative), dogma che è stato utilizzato dal 2010 come la motivazione per l’accettazione di tutti i programmi di salvataggio e memorandum, a quelli che tra noi ritengono che il dogma sia del tutto sbagliato (e la sua prosecuzione per il sesto anno distruttivo per il paese e la società) sono rimaste le seguenti opzioni: Il Partito Comunista di Grecia (KKE), Unità Popolare (LAE), o soggetti che non hanno speranza ad entrare nel parlamento “.

Varoufakis ha concluso la sua dichiarazione dicendo che voterà LAE – Unità popolare (Leiki Anotita, Lae) e, in particolare egli sosterrà due candidati di cui ha potuto ammirare il duro e moralmente impeccabile lavoro: N. Valavani e K. Isihos.

 

(immagine dal web)

La primavera di Atene – 5. Una crisi europea che va risolta dai popoli europei

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di Yanis VAROUFAKIS

[La quinta ed ultima parte della traduzione del discorso di Yanis Varoufakis alla Festa della Rosa di Frangy-en-Bresse. Per le parti precedenti 12 – 34]

Anti-nazionalista, anti-nazista

Secondo me è molto importante evitare di mettere all’inizio delle frasi “I tedeschi questo” o “I francesi quello” o “I greci quell’altro”. Ecco perché è imperativo che noi tutti si arrivi a comprendere che non esiste una cosa come “i” tedeschi “, “i” greci o “il” francese. Che siamo tutti noi europei a trovarci di fronte ad una crisi molto europea.

Nella mia prima visita a Berlino, durante la conferenza stampa che ho tenuto con il dottor Wolfgang Schäuble, ho avuto questo da dire, in sua presenza:

Come ministro delle Finanze di un governo di fronte a circostanze di emergenza causate da una crisi deflattiva selvaggia del debito, ritengo che la nazione tedesca sia quella che ci può comprendere meglio di chiunque altra. Nessuno capisce meglio del popolo di questa terra come un’economia gravemente depressa combinandosi con una continua umiliazione nazionale e una disperazione senza fine può covare l’uovo del serpente all’interno della propria società. Quando tornerò a casa stasera, mi troverò in un Parlamento in cui il terzo partito è un partito nazista.

La Germania può essere orgogliosa del fatto che il nazismo è stata debellato qui. Ma è una delle ironie crudeli della storia che il nazismo abbia rialzato la sua  testa in Grecia, un paese che ha messo su così un gran bella lotta contro di esso. 

Abbiamo bisogno del popolo tedesco per aiutarci nella lotta contro l’odio per gli esseri umani. Abbiamo bisogno dei nostri amici tedeschi per rimanere saldi nel progetto del dopoguerra in Europa; cioè, non consentire mai più una depressione come quella del 1930 che divida le orgogliose nazioni europee. Faremo il nostro dovere in questo senso. E sono convinto che così faranno i nostri partner europei.

Quindi, non più stereotipi come i greci, i tedeschi, i francesi, nessuno. Stendiamo la nostra mano a tutti coloro che vogliono far tornare l’Europa ad essere un regno democratico di prosperità condivisa.

CONCLUSIONE

Vi ho stancato abbastanza. Vorrei concludere con il mio, e di Danae, profondo ringraziamento a Arnaud Montebourg e Aurelie Filippatti per la loro ospitalità, la loro amicizia e per averci permesso di incontrare voi oggi – per questa opportunità di iniziare qualcosa di importante, qui a Frangy.

La Francia è il laboratorio d’Europa. Portando in Francia lo spirito della Primavera di Atene, alla speranza può essere data un’altra possibilità.

Cari amici, la diversità e la differenza non sono mai state il problema dell’Europa.

Il nostro continente si è cominciato a unire sotto molteplici lingue e culture diverse, ma sta per finire diviso da una moneta comune.

Perché? Perché abbiamo lasciato cercare di fare qualcosa ai nostri governanti che non si può fare: depoliticizzare il denaro, farlo girare a Bruxelles, nell’Eurogruppo, nella BCE, in zone senza politica.

Quando la politica e il denaro sono de-politicizzate quello che succede è che la democrazia muore. E quando la democrazia muore, la prosperità si limita a pochissimi che non possono nemmeno goderla dietro i cancelli e le recinzioni di cui hanno bisogno di costruire per proteggersi dalle loro vittime.

Per contrastare questa distopia i popoli d’Europa devono credere ancora una volta che la democrazia non è un lusso a disposizione dei creditori e da rifiutare ai debitori.

Forse è tempo per una rete europea che abbia l’esplicito scopo di democratizzare l’euro. Non un altro partito politico, ma una coalizione inclusiva paneuropea da Helsinki a Lisbona e da Dublino a Atene impegnata a cambiare dall’Europa de “Noi i governi” a quella di “Noi, il popolo”. Impegnata a porre fine al gioco dello scaricabarile. Impegnata nell’imperativo che non esiste una cosa come “i” tedeschi “, “i” francesi o “i” greci.

Il modello dei partiti nazionali che formano alleanze fragili nel Parlamento europeo è obsoleto. I democratici europei devono mettersi insieme prima, formare una rete, creare un’agenda comune, e quindi trovare il modo di collegarsi con le comunità locali e a livello nazionale.

Dobbiamo richiedere realismo perché la nostra nuova rete europea ricerchi modi per adattare le istituzioni europee esistenti ai bisogni del nostro popolo. Per essere modesti e utilizzare le istituzioni esistenti in modo creativo. Per dimenticare, almeno per ora, modifiche del trattato e misure federali che possono seguire solo dopo che grazie allo spettro della democrazia si sia superata la crisi. 

Prendete le quattro aree fondamentali in cui la crisi dell’Europa si sta sviluppando. Debito, banche, investimenti inadeguati e povertà. Tutti e quattro sono attualmente lasciati nelle mani dei governi che sono senza potere di agire su di essi. Europeizziamole! Lasciate che le istituzioni esistenti gestiscano una parte del debito degli stati membri, poniamo le banche che falliscono sotto una comune giurisdizione europea, conferiamo alla Banca europea per gli investimenti il ​​compito di amministrare un programma guidato di  incentivazione degli investimenti paneuropeo. E, infine, cerchiamo di utilizzare gli utili contabili accumulati all’interno del Sistema europeo delle banche centrali per finanziare un programma di lotta alla povertà in tutta Europa – tra cui la Germania.

Io chiamo questo programma generale “europeizzazione decentrata”, perché europeizza i nostri problemi comuni, ma non propone casse federali, nessuna perdita di sovranità, nessun trasferimento fiscale, garanzie tedesche o francesi per il debito irlandese o greco, non ha bisogno di modifiche del trattato, né di nuove istituzioni. Si dà più libertà ai governi eletti. Esso limita la loro impotenza. Si ripristina il funzionamento democratico dei nostri Parlamenti.

Alcuni anni fa Michel Rocard aveva sostenuto questa proposta, e aveva anche scritto la prefazione ad essa. Può essere il punto di partenza dei lavori della nostra rete paneuropea che riunisce la sinistra francese, con quella radicale greca, con una società tedesca più sicura, perché anche i conservatori sono d’accordo sul fatto che le attuali disposizioni avvelenano la democrazia e fanno deragliare le nostre economie.

Noi non siamo d’accordo su tutto. Iniziamo con un accordo sul fatto che l’Eurozona ha bisogno di essere democratizzata.

Quando a Gandhi fu chiesto cosa ne pensasse della civiltà occidentale, la sua famosa risposta fu che: “… potrebbe essere una buona idea”.

Se ci chiedessero che cosa pensiamo della nostra Unione europea di oggi, dovremmo dire: “Che splendida idea se solo potessimo tirarci fuori dalle difficiltà!”

Siamo in grado di tirarci fuori. Tutto quello che dobbiamo fare è aiutare lo spettro della democrazia a infestare chi la detesta.

Vorrei concludere aggiungendo agli ideali francesi di libertà, fraternità e uguaglianza alcuni altri concetti che la nostra Primavera di Atene ha portato alla ribalta e che la nuova Europa deve abbracciare di nuovo: la speranza, la razionalità, la diversità, la tolleranza e, naturalmente, la democrazia.

La Primavera di Atene – 4. L’euro pone gli Stati e le popolazioni in un conflitto continuo

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di Yanis VAROUFAKIS

[La quarta parte della traduzione del discorso di Yanis Varoufakis alla Festa della Rosa di Frangy-en-Bresse. Per le parti precedenti 12 – 3]

Vorrei ora riportarvi alla fine di giugno. Il primo ministro Tsipras aveva annunciato il referendum sulla base del fatto che non avevamo né il mandato per accettare un accordo mortale, né di scontrarci con l’Europa. Così, abbiamo messo l’ultimatum della troika di fronte al popolo greco.

Nella riunione dell’Eurogruppo che ha avuto seguito il 27 Giugno, sono stato criticato aspramente da diversi ministri delle finanze per aver osato porre di fronte alla gente comune questioni finanziarie complesse. Che cosa? Non è questo il punto della democrazia? Porre domande complesse a gente comune, in base al principio di una persona un voto? Stavo sentendo questo correttamente? L’Eurogruppo – l’organo della più grande economia del mondo dove vengono prese tutte le decisioni che modellano le nostre economie sociali – mi rigettava la democrazia in faccia?

In quella riunione, il presidente Dijsselbloem annunciò che stava per convocare una seconda riunione dopo quella sera senza di me; senza che la Grecia fosse rappresentata. Ho protestato che non poteva, di sua iniziativa, escludere il ministro delle Finanze di uno stato membro della zona euro e ho chiesto un parere legale sulla questione.

Dopo una breve pausa, il parere è arrivato dal Segretariato dell’Eurogruppo: “L’Eurogruppo non esiste nel diritto europeo. Si tratta di un gruppo informale e, di conseguenza, non ci sono regole scritte per vincolare il suo Presidente”.

Regole non scritte, relazioni non pubblicate e registrate (di modo che i cittadini possano vedere ciò che è stato deciso a loro nome), senza alcun rispetto per la democrazia. Questa è l’istituzione che decide per te e per me, per i vostri figli e la mia.

È questa l’Europa per cui Adenauer, De Gaulle, Brandt, Giscard, Schmidt, Kohl, Mitterrand, etc. hanno lavorato? O è l’epitaffio dell’Europa che avevamo sempre pensato come nostro punto di riferimento, la nostra bussola?

Una settimana dopo, il popolo greco, nonostante le banche chiuse e la paura diffusa dai media greci, ci ha consegnato un sonoro NO al referendum. Il giorno dopo il vertice euro ha risposto imponendo al nostro Presidente del Consiglio un accordo che può essere descritto solo come “termini di resa” del nostro governo. E qual’è stata l’arma di ricatto del vertice euro? La minaccia illegale di amputare la Grecia dalla zona euro.

Qualunque cosa si pensi del nostro governo, e nonostante le divisioni tra di noi causate da quella resa, questo episodio passerà alla storia europea come il momento in cui l’Europa ufficiale ha dichiarato guerra alla democrazia europea.

La Grecia si è arresa ma è l’Europa che è stata sconfitta.

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