Pare un castigo “divino”, ma quelle morti pesano solo sui potenti del mondo

Un profugo siriano porta suo figlio in braccio mentre nuota al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

Un profugo siriano nuota con suo figlio piccolissimo in braccio al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

 

di Luca SOLDI

Ancora morti, mentre ognuno di loro cullava la speranza di arrivare in Europa.
Questa volta quarantacinque esistenze distrutte in tre naufragi avvenuti nelle ultime ore.
E fra di loro ben venti bambini, sono morti.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all’1.30.
Un’imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell’isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera che però ha recuperato i corpi di sei bambini e di una donna.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell’isola Kalolimnos.
La polizia portuale ha recuperato 14 corpi (due bambini, 9 donne e 3 uomini); sono state salvate 26 persone. Continua a leggere

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Mai dimenticare

stragebanca

di Vincenzo G. PALIOTTI

12 Dicembre 1969, una data da non dimenticare. Milano ferita, l’Italia tutta ferita.

Una ferita mai rimarginata perché è mancato, a distanza di tanti anni il solo cicatrizzante necessario: la verità.

Quante collusioni, quante complicità nascoste per oscurare la verità.

Pezzi dello Stato che si arrogano il diritto di orientare politicamente il cittadino utilizzando il terrore quale arma di persuasione. Purtroppo queste ferite, come quelle di Brescia, dell’Italicus, Ustica, Bologna, il periodo di “piombo” culminato con il caso Moro, così come le stragi di mafia 1993-1994 resteranno aperte e mai si potranno rimarginare fino a quando non si avrà la verità.

Uno stato che sacrifica suoi cittadini inermi in modo terribile come quel 12 Dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano nella Sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e in tutte le altre “occasioni” citate non può dirsi democratico, libero.

Tanto più che tutte queste stragi ribadiscono la dipendenza, con relativo appoggio, da quegli stati egemoni che hanno tutto l’interesse a che l’orientamento politico vada in una sola direzione, quella da loro indicata, anche se il prezzo da pagare è in vite umane.

Mai come in questo momento tornare indietro con la memoria a quei giorni e metterli in relazione all’attualità ci può aiutare a trovare finalmente la verità ma anche strada giusta per affrontare ogni genere di terrorismo, a ricercarne le motivazioni e di conseguenza gli autori e le soluzioni da prendere perché nulla del genere si possa ripetere.

Anche se la soluzione di tutto è molto più vicina di quanto possiamo pensare: basterebbe togliere il segreto di stato sulle tante indagini e se questo non si verifica significa che l’attuale governance politico-finanziaria (non parliamo di governo democratico, non lo è) non si discosta da quelle precedenti che tacendo hanno appunto mantenute aperte tutte queste ferite.

Sperare che possa accadere non è permesso in questo momento che vede l’attuale presidenza del consiglio dipendere ancora più pesantemente del passato dagli stati egemoni, dall’Europa ed a tutti quei poteri oscuri che sono direttamente o indirettamente coinvolti nella storia “nascosta” della nostra Repubblica.

Il nuovo soggetto politico: il vecchio che avanza

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di Franz ALTOMARE

Se questo non è il ceto politico della sinistra, che si riferisce solo a se stesso, come altro si potrebbe chiamare?
Non è possibile davvero prendere sul serio una classe politica fallimentare e attenta solo a rigenerarsi con nuove chiacchiere e vecchi metodi.
Ma andiamo agli aspetti politici più salienti del nuovo soggetto che puntualmente appare in varie forme più o meno ad ogni tornata elettorale.

E’ talmente democratico e orientato a fare politiche dal basso che chi ha preso parte al tavolo riferisce l’intervento telefonico diretto dei “grandi capi”, il diritto di parola solo per i capidelegazione che hanno partorito un testo solo per gli addetti ai lavori, ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea.

Proprio così: ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea. Nessuna proposta concreta per la tragedia innominabile che si chiama LAVORO NEGATO, LAVORO PRECARIO, LAVORO SFRUTTATO, LAVORO SOTTOPAGATO, LAVORO SENZA DIRITTI, PENSIONI MINIME DA FAME.

Ci metteranno un anno a costruire il nuovo soggetto di carrieristi e riciclati complici da sempre col sistema e funzionali alla sua legittimazione.
Un anno per definirsi e raccontare alle persone che subiscono la crisi e a cui è negato il diritto ad una vita dignitosa che hanno dei problemi, come se non lo sapessero.

Un anno per dire che hanno grandi interrogativi e per lanciare furiose invettive verso il neoliberismo.
Un anno per non dare risposte e per NON proporre soluzioni.
Un anno per studiare come ingannare ancora per mantenersi a galla.

Ma la chicca dei ciarlatani è proprio sulla questione europea, dove all’interno ci sono le tre posizioni incompatibili tra loro e che dovrebbero rappresentare il discrimine.

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Sel, la finzione dei due diversi PD e la contraddizione dell’avversario che è anche alleato

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di Giuseppe D’ELIA

Nei giorni scorsi Sel ha prodotto un documento politico che è stato approvato dall’Assemblea nazionale a larga maggioranza (nessun contrario; 2 astenuti).

Questo documento si fonda su una contraddizione di fondo che può essere evidenziata al meglio attraverso un raffronto diretto tra quattro passaggi chiave, che risultano fondamentali per una sua corretta interpretazione:

[1] «come già deciso nella assemblea di luglio, impegniamo Sel ad ogni livello nella costruzione di un soggetto politico che abbia l’ambizione di presentare al Paese una proposta di governo autonoma, e per questo alternativa e competitiva a quella di Matteo Renzi».

[2] «Oggi, sul piano politico, un’alleanza col Pd di Matteo Renzi non è neppure immaginabile, perché sarebbe la sconfessione delle nostre battaglie e proposte».

[3] «Vogliamo evitare gli errori del passato, il minoritarismo, il meccanicismo e la riproposizione di una equazione che accompagna, da una decina di anni, i fallimentari tentativi di riaggregazione a sinistra, quella fondata sulla idea di costruire un progetto politico per contrarietà, a partire da vicinanze o lontananze dal PD, come se, per battere la vocazione maggioritaria bastasse enunciare una sorta di predisposizione minoritaria. E vogliamo altresì batterci contro le derive opportunistiche e trasformistiche di quel governismo che non è cultura di governo ma solo ansia, spesso scomposta, di potere».

[4] «Il voto in molte città tra le quali alcune delle più grandi e importanti del Paese rappresenta un passaggio di particolare importanza. In quelle elezioni si deciderà della vita delle città e di chi le abita ma contemporaneamente un voto di queste dimensioni assumerà il senso di un voto sulle politiche di governo della crisi e sulle loro conseguenze locali e nazionali. Per noi non si tratta di stabilire regole astratte che da Roma calino sui territori in modo automatico e meccanicistico. Consideriamo necessario difendere e lavorare per dare continuità a quelle esperienze che nel governo concreto delle città hanno saputo guadagnare le caratteristiche di laboratori politici e amministrativi. Proprio per questo però è necessario che, ovunque non si verifichino queste condizioni, l’impegno di Sel sia rivolto alla costruzione di percorsi innovativi e autonomi che, a partire da qualificate proposte di governo locale e dalla definizione partecipata di percorsi plurali, mettano in campo un punto di vista alternativo e competitivo».

Come è evidente, Sel ha scelto di creare una finzione narrativa: da un lato, ci sono Renzi, le politiche del governo Renzi e il PD di Renzi a cui fare ferma opposizione; dall’altro, contemporaneamente, c’è la necessità di dare continuità alle esperienze di governo locali col PD.

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L’unità a sinistra secondo SEL

ombra

Coordinamento politico MovES

[Documento politico 002-a/2015/A]

In questo documento spieghiamo le ragioni per le quali il Movimento Essere Sinistra, coerentemente con la linea politica tracciata nel Manifesto del MovES, respinge l’invito di Nichi Vendola a condividere un percorso unitario delle varie formazioni di sinistra sulla base del documento approvato a larga maggioranza dall’Assemblea nazionale di Sel.

La prima parte del documento appare come una vera e propria invettiva contro le politiche europee considerate disumane a tal punto da indurre il caro compagno a scrivere di “Europa matrigna che ha tradito il proprio compito storico…”, incline alla guerra, indifferente al destino di altri popoli e persino “violenta anche verso i popoli che la compongono”.

La capacità narrativa di Vendola riesce ancora a suggestionare qualche sprovveduta anima bella laddove indugia sugli effetti fin troppo eclatanti del disastro europeo mentre si guarda bene dall’insistere sulle cause reali di questa situazione.

Secondo questa narrazione le cause non sono da rintracciare in elementi strutturali che avrebbero garantito attraverso i Trattati europei, e la moneta unica legata al sistema del debito, l’inevitabile destrutturazione delle economie periferiche prima e lo svuotamento delle istituzioni democratiche dopo. Tutto si riduce in questa sintesi riportata nel documento di Sel ad un concetto elementare:

il sistema di regole e la struttura di potere della UE non è in discussione in quanto tale, non ha contraddizioni proprie che generano conflitti di vario tipo, anzi, l’Unione Europea in generale, e in particolare l’Eurozona, è perfettamente funzionale al progetto di Europa dei popoli e può essere ricondotta al suo compito storico originale di pace e benessere diffuso operando semplicemente scelte politiche diverse ma lasciando immutato il quadro di potere e di regole su cui si fonda.

Infatti in un passo la retorica lascia spazio ad un’indicazione politica netta ed inequivocabile, quando si legge che “la piega distruttrice che ha preso l’Europa non c’entra con la moneta e la sovranità monetaria (..) ma con scelte esclusivamente politiche”.

La sinistra che immagina Sel per l’Europa, e che in fin dei conti in Italia riesce pure a praticare a livello locale insieme al Partito Democratico, è una sinistra di gestione del sistema e non di trasformazione.

La lettura mistificatoria della questione greca porta all’affermazione paradossale per cui il voto greco secondo Vendola sancisce che la sovranità popolare non è soggetta a nessun vincolo tecnocratico.

Infatti, sul piano strettamente giuridico nessuno ha obbligato Tsipras a firmare il terzo Memorandum se non la tragica circostanza che vincere le elezioni e non disporre di nessuno strumento effettivo per attuare una qualsiasi politica economica non significa affatto governare, ma solo ratificare scelte che risiedono in organi che di democratico non hanno nulla.

La posizione euroforica di Sel fa rimpiangere addirittura quella più romantica spesso vagheggiata dai sostenitori italiani di L’Altra Europa per Tsipras, che almeno stimolano la fantasia (e l’ilarità) dei critici quando costringono ad ascoltare il racconto di un paradiso in terra chiamato Stati Uniti d’Europa, in cui gli stati più ricchi socializzano le perdite degli stati meno ricchi, o poveri, e nello stesso tempo distribuiscono i profitti.

Nessuno di loro ha mai spiegato però che per realizzare questa utopia i diciannove governi degli stati membri dell’Eurozona dovrebbero essere contemporaneamente concordi tra loro e con le maggioranze parlamentari dei propri paesi.

Veniamo ora alla seconda parte del documento di Sel, e qui il discorso si fa più serio, perché tutto torna ad una dimensione più tangibile e maledettamente concreta per una persona di stile come Nichi Vendola, trattandosi di arredi per interni, e quindi di poltrone, sedie e sgabelli da conquistare. L’enfasi retorica è più sobria, il criterio che informa l’invito all’unità sinistra delle sinistre non è affatto vago e anche le nostre conclusioni si adeguano nel definire in maniera succinta quell’unità che a noi appare non più come un’ammucchiata quanto un’orgia perfettamente organizzata dalla sinistra per l’opportunismo.

Mentre il Paese muore c’è qualcuno che si preoccupa di confermare e ampliare i propri spazi di potere.
Alleanze politiche a tutti i costi: con il PD dove non se ne può fare a meno e senza il Pd dove non ce n’è bisogno. Questa finta sinistra è morta e continuare a darle credito equivale ad essere necrofili.
Nuova sinistra a parole, vecchie logiche nei fatti.

Gli unici bisogni che si vogliono soddisfare sono sempre quelli relativi a governare in ogni caso. L’opportunismo non è una cosa nuova ed è la premessa per il fallimento politico di una parte che si dice ancora di sinistra ma che mantiene lo sguardo fisso al centro, radicandosi nella realtà dei propri interessi e restando lontana da ogni ipotesi di reale cambiamento degli assetti di potere, unico presupposto per un’inversione di rotta che avvicini la politica ai bisogni reali delle persone.

 

(immagine dal web)

Il senso della sinistra per la fregatura

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di Franco CILLI

 

Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintanto che è la realtà che detta le regole e non l’immaginario, sia esso collettivo – lascito di una storia densa di passione e sangue -, o individuale, frutto malato del solipsismo dell’intellettuale avvolto dalla muffa di vecchi scaffali. L’immaginario è tendere a qualcosa che trascende il quotidiano, ma oltre certi limiti diventa mera illusione.
Il materialista non si nutre d’immaginario, ma di fatti tangibili.

L’Europa è il nostro campo privilegiato, i conflitti sono globali, i diritti vanno globalizzati. Strano, perché mai un diritto non può essere globalizzato se hai una moneta sovrana?

Marx era internazionalista. Si, ma Marx non ha fondato una religione: era internazionalista e non protezionista certo, seguiva una prassi conseguente alla sua scienza economica, ma era principalmente un materialista, un positivista, niente di immaginario. Avrebbe potuto essere tutto e il contrario di tutto se avesse inteso come contingente un certo agire piuttosto che un altro.

D’accordo, Tsipras ha dovuto cedere per la forza del nemico, ma se avesse valutato meglio la situazione forse non avrebbe ceduto o forse lo avrebbe fatto da posizioni più nette. Non puoi volere la fine dell’austerità e allo stesso tempo continuare a volere ciò che la alimenta. È come non volersi scottare, ma rifiutarsi di spegnere l’incendio.

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A Berlino c’è un popolo. Centinaia di migliaia contro il TTIP. Il trattato che uccide il diritto

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di Luca SOLDI

Centinaia di migliaia di persone, 250mila sembra una cifra decisamente realistica, sono scese in piazza sabato a Berlino, in Germania, per protestare contro il Ttip.

Contro il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Il governo di Berlino appoggia il trattato, ma i manifestanti, organizzati nella Confederazione dei Sindacati tedeschi (Dgb) e da tante associazioni, temono che l’accordo faciliterebbe l’ingresso di alimenti con OGM difficili da rintracciare, un maggiore utilizzo di pesticidi, riduzione dei diritti dei lavoratori e la concentrazione delle produzioni nelle mani di pochi.

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Bombe ad Ankara: stanno uccidendo la pace

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di Luca SOLDI

Ad Ankara stanno per uccidere, ancora una volta, la pace. E per farlo hanno ucciso quasi cento persone – 250 sono rimaste ferite – della grande folla umana che chiedeva: “pace, lavoro, democrazia“. Sono questi i valori sotto il fuoco nemico in tutto l’Occidente.

Le due esplosioni che si sono succedute sono il segno di quanto sia potente e devastante il muoversi insieme nel nome della Pace. Ancora una volta corpi di giovani, di uomini e donne che volevano gridare forte “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”.

Le due esplosioni si sono verificate quando diverse persone si erano radunate sul posto per una marcia per la pace che aveva anche l’obiettivo di protestare contro l’escalation di violenza nelle regioni curde della Turchia. Al corteo stavano già arrivando migliaia di partecipanti.

Suat Çorlu, vicepresidente del partito filocurdo Hdp e Selahattin Demirtas, leader dello stesso partito che ha conquistato il 13% alle precedente elezioni politiche non hanno dubbi: “La manifestazione per la pace è stata organizzata da civili. Tante persone, provenienti da città diverse, hanno preso parte all’iniziativa. Ecco, questo tipo di manifestazioni sono oggi pericolose perché è difficile controllarle”.

 

“E’ evidente che dietro l’attentato di Ankara sia dietro quello di Suruc (dello scorso 20 luglio) ci sia l’Akp – ha affermato a Il FattoQuotidiano Suat Çorlu– vogliono aumentare la paura nelle persone, paura che loro stessi hanno creato, e dare come unico antidoto la vittoria del loro partito alle prossime elezioni. Questa è la loro propaganda.” Si ferma, alza il tono di voce e poi attacca l’Akp senza mezzi termini: “La loro campagna elettorale è sporca di sangue. Erdogan sta utilizzando le bombe per fini elettorali, per riprendere il potere assoluto in Parlamento. Ma non ce la farà neanche questa volta”.

Intanto, il PKK ha deciso il “cessate il fuoco” unilaterale in relazione alle aggressioni del governo turco.

Una domanda.

Cosa succederà quando in tutta Europa i popoli grideranno in piazza: “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”?

Denudiamo chi ci opprime

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di Nello BALZANO

I lavoratori di AIR FRANCE, per la mia personale opinione, sono gli autori della prima vera battaglia contro il capitalismo, contro il liberismo che non rispetta più niente e pensa di sottomettere le persone sparando le cartucce dei loro freddi numeri.

Sì, questi lavoratori hanno fatto qualcosa, a mio giudizio se ben interpretato, di eccezionale. Non so se consapevolmente o no, ma io propendo per la prima ipotesi.

Hanno agito, pur se con la ragione accecata dalla rabbia di dover essere tra i 2900 da licenziare, secondo la compagnia aerea, ma non hanno usato la violenza fisica che facilmente poteva diventare l’arma che chiunque poteva aspettare di vedere.

Hanno compiuto un gesto altamente simbolico: hanno strappato di dosso la divisa di qualche soldato del piccolo, ma forte esercito finanziario comandato da pochi generali senza scrupolo, quelli vestiti in giacca, camicia e cravatta che con le loro armi del denaro, non uccidono il fisico, ma annichiliscono le menti.

Li hanno denudati e lasciati scappare, senza infierire, ma ferendoli nella dignità.

Io voglio dare questa lettura, perché può essere l’inizio di una nuova storia, che forte delle violenti lezioni del passato, fa comprendere come non si deve uccidere, ma umiliare.

Sbaglia il presidente Hollande a giudicare questo episodio, come un appannamento della democrazia francese, non è così. La democrazia francese l’ha offesa lui lasciando sola la Grecia contro il terrorismo dell’Eurogruppo e della BCE. L’ha offesa Schultz volendo mistificare il valore del referendum greco. Invece, per me, siamo di fronte a una grande lezione di civiltà, perché alla Potenza del denaro, si risponde con l’intelligenza della forza della ragione. Che denuda chi ci opprime.

VIVA LA FRANCIA, VIVA I LAVORATORI FRANCESI, VIVA I LAVORATORI DI TUTTA EUROPA

Scandalo Volkswagen: il mito di un rigore aziendale e nazionale apparente

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di Marcello COLASANTI

Lo scandalo legato ai motori diesel Volkswagen, dove un software nella centralina del motore riconosce quando la vettura è sottoposta a controllo e, solo in questa fase, regola le emissioni secondo gli standard di legge – dato che tali motorizzazioni appartengono a tecnologie non recenti ma vendute come tali – getta nello sconcerto molte persone, soprattutto quelli che vedono nel marchio e nell’industria tedesca l’emblema della serietà e del rigore.
In realtà, c’è ben poco da stupirsi: da sempre il Gruppo Volkswagen, spesso in concorso con il governo tedesco e i lander federali, sono venuti meno alla famosa “serietà” teutonica.
Due casi sono piuttosto rilevanti.

Il più clamoroso è legato alla famosa “Legge Volkswagen”. Per blindare l’azienda da possibili scalate, soprattutto estere, una legge del 1960 disegnata appositamente per Volkswagen, limitava il peso del voto di ciascun azionista al 20%, anche se quest’ultimo deteneva una quota maggiore; la Repubblica federale e il Land della Bassa Sassonia, che detengono il 20% del capitale azionario, avevano ciascuno due membri del consiglio di sorveglianza in più; infine, una minoranza di blocco posta al 20% del capitale (guarda caso la stessa detenuta dallo Stato tedesco) per porre un veto alle decisioni rilevanti della società, quando per tutte le altre aziende tedesche questo è posto al 25%.
Per anni la commissione europea ha criticato aspramente queste norme che, oltre a essere leggi “ad aziendam”, ne minano le più basilari regole di libero mercato.

Le uniche modifiche che furono apportate riguardavano il numero dei membri del consiglio di amministrazione e le limitazioni di voto, mentre per il veto, la Germania fu legittimata dalla Corte di Giustizia Europea a mantenere intatta la “legge Volkswagen”, salvando così il diritto di veto per la Bassa Sassonia, anche se questo è formalmente contrario agli standard europei; abbiamo già avuto modo di vedere il “peso e misura” differente dell’Unione Europea nei confronti della Germania: in questo caso, anche sulla Volkswagen.
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