Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

azionestudenti

di Marcello COLASANTI

Il periodo natalizio coincide con il pagamento della tredicesima mensilità.
Puntualmente, fioccano articoli, post e fotografie di ringraziamento sui social network rivolti a Benito Mussolini per la concessione di questa “gratifica natalizia”.
Siamo sicuri che, per tale diritto, stiamo ringraziando la persona giusta?

IL CONTESTO STORICO

Nel 1937 gli Stati Uniti d’America caddero in un nuovo periodo di recessione dovuto al cambio di politiche economiche. Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt, promotore del “New Deal” che contribuì all’uscita dalla precedente “Grande depressione” del 1929 con il contributo di politiche sociali e statali, credendo che la ripresa fosse completa, cambiò la politica economica della nazione tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale.

Questa scelta riattivò il circolo vizioso che aveva scatenato la precedente recessione, stroncando la ripresa non ancora del tutto completa: di questa seconda depressione, sia gli studiosi di economia che il mondo prettamente economico, ha sempre erroneamente dato poca importanza (i paralleli con la situazione economica europea attuale sono molteplici, ne consiglio l’approfondimento).
Come nel 1929, la recessione arrivò fino in Europa e la ripercussione si sentì soprattutto sul costo del lavoro, aumentato vertiginosamente, e da una fuga di capitali all’estero. Per comprendere la portata della situazione, assolutamente non sottovalutabile, va ricordato come, per queste ragioni, il governo francese presieduto dal presidente Lèon Blum, cadde.

L’ITALIA

Nel 1936, l’anno precedente, l’Italia subentrò nella guerra civile spagnola, in aiuto al golpe dei nazionalisti di Francisco Franco; il supporto italiano, che durerà fino al 1939, porterà in Spagna nel biennio ’36-’37 quasi 50.000 italiani, in gran parte non volontari, a differenza di ciò che annuncia la propaganda di regime.
In un periodo così delicato, con la necessità italiana di dimostrare la potenza bellica anche al proprio alleato tedesco, una battuta d’arresto dovuta alla recessione, come sta avvenendo in Europa, proprio nel settore dell’industria in particolare quella pesante, è assolutamente da evitare.

LA “GRATIFICA NATALIZIA”

Cosi, nell’ottica di una stabilità industriale, con il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) del 05/08/1937 art. 13, viene introdotta una “gratifica natalizia”, cioè una mensilità in più da corrispondere nel periodo natalizio ai soli impiegati del settore dell’industria.

Quindi, oltre che la gratifica non era per tutti i lavoratori ma solo per quelli del settore industria, non lo era nemmeno per tutti i lavoratori del suddetto settore, ma solo agli impiegati; gli operai, chi all’effettivo si trovava nelle fabbriche, non la percepiva.

Continua a leggere

Annunci

I fratelli Cervi. Martiri per la democrazia e la libertà

fratelli_cervi

di Luca SOLDI

“Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Il 28 dicembre di settantadue anni fa i sette fratelli della famiglia Cervi conclusero le loro giovani esistenze al poligono di tiro di Reggio Emilia.

I fascisti li misero al muro e li fucilarono. Il loro impegno, la storia e la loro fine rappresentano uno degli episodi che più è rimasto scolpito nella storia dell’antifascismo italiano. Un richiamo ancora attuale e vivo al valore della democrazia. Erano stati arrestati un mese prima. Ma nominare la parola “arrestati” è un’offesa all’intelligenza umana ed anche alla pur minima parvenza di governo che allora i nazisti e repubblichini avevano messo in piedi.

Diciamo pure in modo crudo, ma reale, che furono “strappati” ai loro cari, alla loro terra, ai sogni di una vita migliore. La famiglia Cervi, in quel podere di Praticello di Gattatico pieno di avvallamenti, aveva lavorato duramente. Avevano le mucche, allevavano piccioni ed anche le api che producevano un finissimo miele.

Addirittura, avevano comperato il primo trattore della zona ed inoltre avevano piantato per la prima volta in Emilia, l’uva americana.

Continua a leggere

Mai dimenticare

stragebanca

di Vincenzo G. PALIOTTI

12 Dicembre 1969, una data da non dimenticare. Milano ferita, l’Italia tutta ferita.

Una ferita mai rimarginata perché è mancato, a distanza di tanti anni il solo cicatrizzante necessario: la verità.

Quante collusioni, quante complicità nascoste per oscurare la verità.

Pezzi dello Stato che si arrogano il diritto di orientare politicamente il cittadino utilizzando il terrore quale arma di persuasione. Purtroppo queste ferite, come quelle di Brescia, dell’Italicus, Ustica, Bologna, il periodo di “piombo” culminato con il caso Moro, così come le stragi di mafia 1993-1994 resteranno aperte e mai si potranno rimarginare fino a quando non si avrà la verità.

Uno stato che sacrifica suoi cittadini inermi in modo terribile come quel 12 Dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano nella Sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e in tutte le altre “occasioni” citate non può dirsi democratico, libero.

Tanto più che tutte queste stragi ribadiscono la dipendenza, con relativo appoggio, da quegli stati egemoni che hanno tutto l’interesse a che l’orientamento politico vada in una sola direzione, quella da loro indicata, anche se il prezzo da pagare è in vite umane.

Mai come in questo momento tornare indietro con la memoria a quei giorni e metterli in relazione all’attualità ci può aiutare a trovare finalmente la verità ma anche strada giusta per affrontare ogni genere di terrorismo, a ricercarne le motivazioni e di conseguenza gli autori e le soluzioni da prendere perché nulla del genere si possa ripetere.

Anche se la soluzione di tutto è molto più vicina di quanto possiamo pensare: basterebbe togliere il segreto di stato sulle tante indagini e se questo non si verifica significa che l’attuale governance politico-finanziaria (non parliamo di governo democratico, non lo è) non si discosta da quelle precedenti che tacendo hanno appunto mantenute aperte tutte queste ferite.

Sperare che possa accadere non è permesso in questo momento che vede l’attuale presidenza del consiglio dipendere ancora più pesantemente del passato dagli stati egemoni, dall’Europa ed a tutti quei poteri oscuri che sono direttamente o indirettamente coinvolti nella storia “nascosta” della nostra Repubblica.

La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

127_brecht

di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

Continua a leggere

Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

emilianomeloni

di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
Continua a leggere

I cortigiani

lecchino

di Immacolata LEONE

La si doveva immaginare già da tempo la deriva indecorosa, disdicevole, deplorevole, sconveniente, indecente e inammissibile, mista a mercimonio continuo, in cui stava scivolando il Parlamento italiano.

I fatti ultimi – la modificazione in senso autoritario della Costituzione Repubblicana da parte di un parlamento eletto con legge elettorale incostituzionale –  non lasciano ormai più dubbi sulla qualità gravemente compromessa dell’educazione civile di coloro, che senza neanche una spiccata intelligenza e per arrampicarsi assumono la stessa posizione che si usa per strisciare. E dovrebbero rappresentare il popolo italiano.

Se non c’è più il rispetto reciproco di chi ci rappresenta come può sussistere l’interesse della sopravvivenza del popolo italiano? Nelle stanze del potere, tutti,  chi più chi meno , hanno un seguito di servi e cortigiani, e l’unico loro scopo è di servire bene il padrone. Anche a costo di cancellare decenni di libertà conquistata con morti e stragi.

C’è un solo Dio per il quale ubbidiscono e sgomitano per averne una fetta, il Dio denaro. Ai cortigiani tocca la paura di rimanere fuori e l’ansia della dipendenza, come uniche passioni dominanti.

Non rientra nella loro pianificazione mettere una pezza agli emendamenti che stanno partorendo, cancellando i diritti dei più indifesi. Ormai per loro, la vita umana è un atto di consunzione. Vivere è consumare. Gli ultimi degli esseri umani sono solo una risorsa che poi viene convertita in capitale, e tutta questa impresa è solo una piccola parte di una vasta e sconvolgente macchina definita dall’evoluzione di questo modello capitalista finanziario, progettata per un unico scopo: creare profitto per gli amici industriali.

Ci apprestiamo a vivere una nuova era moderna composta di schiavi. Nessuna civiltà tradizionale ha mai visto masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, alla mercè del nuovo “Capitalismo fondato sul Caporalato”.

Una nuova schiavitù, che non ha nemmeno per controparte l’esistenza di figure di spiccata intelligenza, ma che viene imposta anodinamente attraverso la tirannia del fattore economico e delle strutture di una società più o meno corporativa, distinta per ceti ed entourage. Un fascismo senza orbace. Ma tanto fango.

Noi, tireremo diritto

orlo-precipizio

– Cesare, il popolo chiede sesterzi

“Noi tireremo diritto”

(Ettore Petrolini)

di Vincenzo G. PALIOTTI

L’ego del nostro premier/segretario sta raggiungendo vette paranoiche. Ormai non si contiene più. Minaccia il Presidente del Senato, che è la seconda carica dello Stato, perché non si permetta di fruire delle prerogative della sua funziona istituzionale per non “intralciare” i progetti del Governo che, per come li vorrebbe ottenere, si potrebbe usare anche l’aggettivo “eversivi”. Fortunatamente, il Presidente Grasso è avvezzo a certe minacce, la mafia ha cercato di incutergli paura tante volte e lui ha replicato con la stessa fermezza anche al Presidente del Consiglio.

Non contento di pontificare, ordinare e minacciare nelle mura “domestiche” valica le frontiere e ostenta tutta la sua maleducazione cominciando da Varoufakis al quale rivolge un: “anche ‘sto Varoufakis se lo semo tolto…”, frase volgare non certamente adeguata per un premier, ma si sa l’educazione non si compra al mercato. Frase alla quale Varoufakis ha risposto per le rime e con grande classe, evitando di cadere nel lessico del “nostro” premier/segretario che ogni giorno che passa assume sempre di più i connotati di quello del ventennio 1922/1943.

Non ancora contento attacca Corbyn, fresco leader laburista inglese rivolgendogli un cordiale “benvenuto” con un’altra bella frase: “Corbyn corre per partecipare non per vincere”, forse perché sa che Corbyn non fa accordi “contro natura” come lui. Forse sa che Corbyn è contro i poteri forti e contro il neoliberismo di cu Matteo Renzi è una marionetta. In questo caso, non c’è stato bisogno di replicare. Corbyn non ha tempo per Renzi, ci hanno pensato il Financial Times e The Guardian.

Continua a leggere

Un po’ di memoria storica?

cinematografia

di Vincenzo G. PALIOTTI

In questi giorni ho tentato di scrivere qualcosa sul razzismo crescente, sul rigurgito fascista che il nostro Paese sta vivendo, sull’omofobia dilagante e mi sono reso conto che l’impresa non è certamente facile perché, il fascismo, con tutto il resto appresso, non è per lo più un movimento politico, è una patologia di massa, come la definì Wilhelm Reich, il famoso psicoanalista allievo di Freud in “Psicopatologia di massa del fascismo”.

Tutto ciò che non tollera, tutto ciò che non ammette opinione diversa dalla propria, tutto ciò che è certezza, ma senza la fatica dello studio, della controanalisi, del dialogo, tutto ciò che è ricerca di una sicurezza posticcia alle proprie paure e alle proprie nevrosi da addebitare a un nemico, può essere inquadrato appunto nel fascismo.
Bisognerebbe quindi analizzare ogni genere di comportamento per poi determinare chi si può definire fascista.

Tralascio la violenza che è peculiare dei loro gruppi organizzati, che il ministro degli interni “tollera” in contrasto con la legge n. 645/1952 che “sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma,la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ossia quello nazista). Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni
“.

Tra l’altro questo tipo di fascismo è riconoscibile quindi in teoria più “controllabile” ed emarginabile, naturalmente se lo si vuole fare.

Quello che fa più paura è quello, appunto patologico, dell’uomo della strada, delle masse che incitate dai nuovi fascisti – con propaganda subdola ampiamente gonfiata dai media – a pratiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di agire, anche senza saperlo, abbracciano questa ideologia e con le loro considerazioni trascinano chi non è in grado di capire dove arriva il ragionamento cadendo quasi sempre nel luogo comune, fascista, e nel qualunquismo, fascista.

Continua a leggere

Caporalato? Rinfreschiamoci la memoria…

carusi

di Marcello COLASANTI

Ieri un servizio su “Le iene” mi ha riportato un ricordo storico alla mente…

Il programma mostrava degli immigrati che lavorano nelle piantagioni siciliane per 1,50 euro l’ora sfruttati dai proprietari terrieri, i cosiddetti “caporali”. Gli stessi caporali che tengono in schiavitù donne rumene per fini lavorativi e sessuali, ricattandone i mariti; storia che va avanti da anni in Italia e che malgrado sia stata denunciata più volte dalle reti sociali locali, è stata resa pubblica dai mass media solo qualche mese fa.

Il ricordo in questione è diretto ai “carusi”.

In Sicilia “caruso” significa semplicemente “ragazzo”, ma tale parola e “carusaggio”, purtroppo, fino agli ’50 ha significato ben altro.

I baroni, proprietari terrieri e di miniere, pagavano ai genitori di un bambino (parliamo anche di 7-8 anni) una somma che sarebbe stata ripagata pian piano dal lavoro del suddetto; il problema è che tale cifra, oltre a maturare un interesse, era retribuita con salari giornalieri di pochi centesimi di lira. Praticamente, il bambino era schiavo per anni, spesso fino all’età adulta.

Il lavoro era massacrante e ne comprometteva a vita la salubrità del ragazzino, senza diritti, senza la minima norma di sicurezza; i bambini, schiavi, erano trattati in maniera disumana.

Tutti ricorderanno le vicende di “Rosso Malpelo” scritto da Giovanni Verga, in cui si narrano le condizioni dei carusi nelle solfatare, del 1880.
Si penserà che queste erano storie da “1800”, ma non è cosi.

Nel periodo fascista tutto ciò non cambiò di una virgola, anzi, gli stessi baroni, i proprietari terrieri e di miniere, i “caporali”, erano quelli che nella maggior parte dei casi portavano “la camicia nera” nel paese, ricoprendone il ruolo di gerarca come Segretario di fascio rionale e distrettuale, aumentandone il potere e distruggendo ogni minima speranza di rivalsa nei bambini sfruttati, impotenti davanti ad una macchina statale iniqua, partendo dai rappresentanti stessi.

Continua a leggere

Siamo perfetti?

alterazioni

di Vincenzo G. PALIOTTI

Ci siamo chiesti molte volte quali sono i difetti degli italiani: a sentire tanti non ne abbiamo.

Quando poi si è messi di fronte all’evidenza, si cercano le giustificazioni che però, invece di migliorare le cose, le peggiorano perché è allora che vengono fuori tutti i difetti, primo fra tutti quello della totale mancanza di autocritica o se volete di ammettere di poter sbagliare. In questi giorni sta venendo fuori il peggio della nostra “razza”, per parafrasare un “totem” della “perfezione”: Salvini. Altro difetto, quindi, tra i tanti.

In questi giorni si discute sul destino dei migranti e qui si potrebbe, e si dovrebbe, scrivere un libro. Oltre alla lunga sequela di luoghi comuni ci sono appunto quelle “giustificazioni” che peggiorano le cose invece che migliorarle e trovare una soluzione. La più comune delle giustificazione è la nostra crisi economica e la disoccupazione, tirate fuori anche nei periodi delle immigrazioni interne: una volta erano i terroni che andavano al nord a togliere il lavoro a quelli del nord e a mangiare il “pane a tradimento”, poi c’è stata un’escalation e l’attenzione si è rivolta ai “clandestini” che arrivano da altri paesi.

Altra giustificazione meschina e falsa che si dà chi è contro l’accoglienza è quella della minaccia alla salute pubblica: pare che questi “clandestini” infatti siamo portatori di varie malattie, ultima delle quali è la scabbia, smentiti pubblicamente e puntualmente poi dagli addetti ai lavori.

Poi c’è quella di volerli aiutare in casa loro destinando aiuti economici ai paesi dai quali scappano ignorando che uno dei motivi principali delle fughe è la guerra. Quella guerra resa possibile dagli “aiuti” che il nostro Paese concede ai “potenti” vendendo loro armi invece che viveri, ma di questo nessuno si sente indignato.

Continua a leggere