A chi giova bruciare un SUV?

scontri-manifestazione

di Andrea PROVVISIONATO

E’ curioso come ieri a Bologna siano state spaccate teste senza tanti problemi agli studenti e insegnanti che contestavano Renzi pacificamente, da quegli agenti che sono stati lodati a Milano per la loro “professionalità” e “moderazione”.
E’ curioso come un corteo di 20/30mila persone che ha sfilato per le strade di Milano pacificamente e con concrete proposte, al grido Noexpo, sia stato mediaticamente oscurato da 300 persone che hanno messo a ferro e fuoco, non una città, come è stato scritto da tutti, ma solo una o due vie del capoluogo lombardo.

E’ inutile bollare i Black Bloc come “vandali figli di papà”, come ha fatto i nostro solerte e sempre attento presidente del Consiglio. Non lo sono e non aiuta ad inquadrare il problema.
I ragazzi vestiti di nero, che spaccano vetrine e bruciano suv, non vengono dai quartieri bene della Milano da bere. E neanche dalle officine metalmeccaniche delle fabbriche torinesi. Sono quello che una volta era considerato il sottoproletariato, che è il vero proletariato di oggi. Sono giovani europei che vivono di lavori sottopagati in nero. Sono ragazzi che vivono in appartamenti occupati o dividendo in 6 l’affitto di un appartamento di 3 stanze, nelle periferie più grigie delle nostre città, per la modica cifra di 1000 euro mese. Sono persone che vivono di lavori stagionali o giornalieri. Sfruttati, senza norme di sicurezza. Uno di loro una volta mi ha detto: “Sai come ci pagano gli straordinari a noi che montiamo palchi per i grandi concerti delle superstar americane? In cocaina. Capisci? Ti drogano così poi sputi ancora più sangue”.

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Violare i principi del diritto non è il lavoro della Polizia

police

di Beppe BRAVI

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Benjamin Franklin

Quando ho letto, a fronte della sentenza della Corte europea di giustizia di condanna al nostro paese sui fatti del 2001, che diverse persone reagiscono a priori con un “io sto dalla parte delle forze dell’ordine“, oppure “quelli della Diaz hanno messo a ferro e fuoco Genova“, ho provato, e continuo a provare un senso di paura mista al disgusto. E non voglio neppure parlare dei commenti su facebook e sui giornali ai deliri di Fabio Tortosa.

Questa distinzione, questo non accettare la sentenza perché ritenuta “contro” le forze dell’ordine, questo non capire che proprio per le forze dell’ordine in primis si deve e si può far chiarezza ripulendo dagli elementi incivili e crudeli le loro fila, questo non capire che le forze dell’ordine sono innanzitutto cittadini come gli altri, questo sminuire le VERE forze dell’ordine non considerandole capaci di dare l’esempio facendo rispettare le leggi rispettandole, questo giustificare azioni inenarrabili insultando chi ha subito, questo vedere solo un lato della medaglia, questo ignorare le enormi sofferenze che persone indegne di indossare una divisa mascherandosi dietro la ragion di stato hanno apportato a centinaia di persone… beh…
Questa cecità conscia, questa volontà di non guardare con occhi onesti il passato, ci porterà sempre più a fondo in futuro.

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Per chi uccide ancora Carlo Giuliani

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di Roberta COVELLI

Credo nell’informazione, nell’approfondimento che fa cambiare idea, nell’umiltà di chi non giudica prima di conoscere. Forse per questo il sangue mi ribolle quando sento condanne nette e senza appello contro Carlo Giuliani: perché è stato il suo nome, più di altri, a segnare l’inizio della mia attenzione a quei giorni, anni dopo i fatti di Genova. Ma la parentesi biografica non è il motivo per cui ho intenzione di scrivere: vorrei solo che queste mie parole siano occasione perché chi etichetta superficialmente si confronti con i fatti per cambiare, o mantenere con più consapevolezza, la propria opinione.

Carlo Giuliani è morto il 20 luglio 2001.

E il 20 luglio 2001 è arrivato dopo il 19, il 18, il 17.

È arrivato dopo la decisione di tenere il G8 a Genova, città bifronte, di mare e di montagna, con i vicoli stretti. È arrivata dopo Napoli e quel 17 marzo 2001 di abusi perpetrati proprio nei confronti del movimento no-global che avrebbe sfilato contro il summit estivo del G8.

È arrivato dopo settimane di terrore politico e giornalistico, con notizie che parlavano di manifestanti che si sarebbero preparati allo scontro, con agrumi ripieni di lamette, gavettoni riempiti di sangue infetto, droni caricati di esplosivo con cui colpire la polizia.

È arrivato dopo settimane in cui servizi segreti valutavano le possibili infiltrazioni di violenti all’interno delle iniziative no-global; e in qualche caso, ci azzeccarono anche: il blocco nero si ritrovò in piazza Paolo da Novi, come segnalato in due relazioni riservate del Sisde inviate alla Digos genovese, senza che nessuno provasse in alcun modo a fermarne i componenti o arginarne i movimenti.

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Perché ricordare Genova

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di Sergio MINNI

Nell’infinita complessità dei fatti di Genova c’è, io credo, la radice di quella che viene oggi definita come una rottura storica tra il grande capitale finanziario e la democrazia.
Perché anche Genova vide una rottura, progressivamente sempre più evidente man mano che i piani della protesta e della repressione si dispiegavano.
Questa rottura fu tra la necessità di “domare” una piazza che era improvvisamente e inaspettatamente – per gli stessi organizzatori – diventata un potentissimo laboratorio di pratiche e di prospettiva politica e il fatto, semplice e brutale, che la feroce cavalcata del capitalismo finanziario senza regole, che si sarebbe conclusa nel precipizio della crisi che stiamo vivendo, doveva continuare a qualsiasi costo.

Uno di quei costi era l’interruzione delle regole democratiche del nostro Stato di diritto. Per tre giorni a Genova avrebbe potuto capitare praticamente qualsiasi cosa, e in effetti è veramente capitato di tutto.
Quando si parla di comportamenti anomali degli apparati di forza dello Stato è necessario capire che nel contesto della tre giorni di Genova questa non era una anomalia, perché lo Stato che noi conosciamo a Genova era stato sostituito da altro. Un “altro” che considerò e che tuttora considera quella interruzione come opportuna e necessaria, e i suoi protagonisti come persone da premiare e non da sanzionare.

Noi parliamo di Genova e dei massacri alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto, ma prima c’era stata Napoli e poi Goteborg.

Genova rappresentò il primo ruggito della belva del capitalismo postdemocratico che adesso sta strangolando la Grecia, e perché no, anche l’Italia, usando la crisi come gigantesco piede di porco per scardinare i diritti conquistati in decenni di lotte e mobilitazioni.
L’effetto di questa tre giorni fu, alla fine, di disgregare la coalizione sociale che lì scese in campo (purtroppo ancora troppo immatura per avere coscienza delle proprie potenzialità e potere davvero pensarsi come un soggetto politico), e ci sono voluti quasi quindici anni per appena iniziare a risollevarsi dalle ceneri di quella mattanza.
Le vicende degli ultimi giorni ci dicono che il capitalismo finanziario, senza regole se non quelle dettate dalla forza economica e dall’arbitrio della Polizia, quella “bestia nera”  è ancora viva e vegeta, e molto in salute.

E se mai questa coalizione riuscisse a ricomporsi, e a candidarsi come un vero soggetto antagonista al modello neoliberista e liberticida di uscita dalla crisi, ne vedremo delle belle.

Per questo dobbiamo ricordare Genova.
‪#‎maidimenticare

Mai più tortura in Italia

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di Luca SOLDI

Articolo 3 convenzione sui diritti dell’uomo: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti“.

Questo dice il Diritto internazionale, ma lo grida ancora di più il rispetto al Diritto umano.

La Corte Europea dei Diritti chiamata in causa, dopo quasi 14 anni, emette una condanna senza appello nei confronti del nostro Paese. Con accuse provate che non lasciano spazi ad interpretazioni. Siamo colpevoli.
Il nostro Paese presenta una legislazione colpevolmente inadeguata.
Non ci possono essere deroghe. Non ci possono essere eccezioni. Non possiamo essere minimamente paragonati ad altri luoghi dove il diritto viene continuamente e ripetutamente violato.
Terre e mondi che ci sembrano lontani ed ai quali la Corte Europea dei Diritti, oggi, ci accomuna.

Ogni dubbio deve essere sciolto con una normativa che impedisca si ripetano i fatti avvenuti a Genova per il G8. Fatti che avvennero scientemente programmati, organizzati ed eseguiti.

Dunque più che indignarci per quello che non può essere rimediato e del quale si è occupato e si occupa la giustizia, dobbiamo indignarci per tutti questi anni che sono passati e nei quali nulla ha compiuto la politica per porvi rimedio.

Alle forze politiche attuali il dovere di porre rimedio nel più breve tempo possibile.

I corvi

rossa

 

Emilia Barbato – Redazione di Essere Sinistra

Il 24 gennaio 1979 tre appartenenti alle Brigate Rosse, assassinarono a Genova, Guido Rossa.
Era un operaio dell’Italsider e sindacalista della FIOM-CGIL e fu ucciso perché aveva denunciato un altro operaio che aveva visto distribuire volantini delle BR.

Il suo fu il primo omicidio del terrorismo di quel periodo contro «l’ala riformista dello schieramento politico» (così si esprimevano le BR) e, in quell’anno terribile che fu il 1979, seguirono il Giudice Emilio Alessandrini, assassinato per essere un magistrato serio e rigoroso, un vero servitore dello Stato, il giornalista Walter Tobagi e Vittorio Bachelet, Vicepresidente del CSM, colpito dentro l’Università di Roma. Continua a leggere