L’ultima crociata ariana

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di Maria MORIGI

Non ne avevamo abbastanza di femminicidi autoctoni annidati nelle famiglie perbene, che arriva il Gad a spiegarci che “il rituale di umiliazione delle donne è una precedente intollerabile sul suolo europeo”. Il Gad vive evidentemente in una dimensione aliena.

Primo, perché considera che il rituale di umiliazione sia giustificabile su altro suolo che non sia quello europeo.
Secondo, perché dice che gli episodi di Colonia rappresentano un unicum nella storia di un’Europa popolata da Walkirie ma anche da Ofelie, Sante Giovanne, Ladies Macbeth, Cassandre, Medee, Antigoni, Pastorelle di Lourdes ecc….

E di fronte a ciò che sta succedendo sul suolo europeo, quanto a contromisure nei confronti dei pessimi e diffusi autori del pessimo delitto contro le donne, vorrei assicurare il variegato mondo delle donne (femministe e meno femministe) che non è in discussione se consentire o meno alla violenza. Non è in discussione il ruolo delle donne che vanno senz’altro sostenute e difese.

E’ in discussione il come – con la dismissione del Welfare – conviene allevare un sottoproletariato senza diritti.
E come la potenza europea sia tanto cieca da non riuscire a prevedere gli esiti delle sue politiche economicistiche di abbruttimento dei popoli, o gli esiti delle politiche di accoglimento.

E’ in discussione una Civiltà dei Diritti. Un’identità europea di garanzia dei Diritti. Del più povero, dell’ultimo arrivato, del migrante sfruttato dalle mafie, del nuovo schiavo, delle donne, dei bambini.
E’ in discussione la capacità dei tutori dell’ordine di prevenire e contrastare.

Le contromisure che si stanno adottando aprono l’autostrada al neo-nazismo razzista: muri, fili spinati, sospensione di diritti, stati di emergenza.

Perché è difficile liberarsi della propria passata etica coloniale che ha consentito di perpetrare massacri in tutto il mondo. E riconoscere che persino le donne afghane adottarono il burqa per sottrarsi allo sguardo dei colonizzatori britannici…

 

 

 

(immagine dal web)

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Migranti: il vertice della vergogna

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di Riccardo ACHILLI

Si chiude a La Valletta il vertice sui migranti più vergognoso e fallimentare della storia europea.

Nessun accordo sulla redistribuzione dei migranti dai Paesi di prima linea, come il nostro, agli altri. Con Renzi, incapace di tutelare l’interesse italiano, che fa la consueta figura da cioccolataio, enunciando una teoria dello sviluppo dei Paesi africani da Expo 2015, basata cioè su agroalimentare e PMI.

Con Stati membri che prendono iniziative unilaterali, compresa la Svezia, nonostante il suo passato da Paese modello di accoglienza, che ripristina i controlli alla frontiera. Gli ungheresi che minacciano di dare fuoco ai migranti che la Germania dovesse respingere. La Slovenia che costruisce un nuovo muro.

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La sinistra deve mettere l’uscita della Gran Bretagna dalla UE all’ordine del giorno

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di Owen JONES

[traduzione dell’articolo apparso sul The Guardian “The left must put Britain’s EU withdrawal on the agenda]

I progressisti dovrebbero essere sconvolti dalla rovina della Grecia nell’Unione Europea. E’ tempo di reclamare per noi la causa euroscettica.

All’inizio, solo pochi hanno immerso le dita dei piedi nell’acqua; poi gli altri, esitanti, hanno seguito l’esempio, tutto il tempo a guardare gli altri in cerca di rassicurazione. Per come è stata imposta l’austerità che ha devastato la Grecia, nei termini che Yanis Varoufakis ha definito come una “occupazione postmoderna”, per come è stata rovesciata la sua sovranità, costringendola ad attuare ancora delle politiche che non hanno ottenuto nulla, se non la rovina economica, a sinistra in Gran Bretagna si stanno rivoltando contro l’Unione europea, e in fretta.

“Tutto bene se l’Unione europea si ritira; tutto il male se diventa egemonica con violenza”, scrive George Monbiot, spiegando il suo voltafaccia. “Tutta la mia vita sono stata pro-Europa”, dice Caitlin Moran, “ma vedendo come la Germania sta trattando la Grecia, la sto trovando sempre più sgradevole.” Nick Cohen ritiene che l’Unione europea viene rappresentata “con una parte di verità, come una crudele, fanatica e stupida istituzione”. “Come può supportare la sinistra ciò che è stato fatto?” Chiede Suzanne Moore. “L’Unione europea. Non nel mio nome “. Ci sono anche autorevoli esponenti del Labour a Westminster e Holyrood privatamente in movimento per una “posizione di uscita”.
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La fine dell’egemonia tedesca

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[Traduzione dell’articolo di Daniel Gros The End of German Hegemony. Daniel Gros è direttore del Center for European Policy Studies a Bruxelles. Ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, e come consulente economico per la Commissione europea, il Parlamento europeo, e il primo ministro e ministro delle finanze francese. Gros è editor di Economie Internationale e International Finance]

Senza che nessuno se ne stia accorgendo, l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è sembrata totale a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo – con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.

Naturalmente il solo fatto che le persone credono che la Germania sia forte rafforza la posizione strategica e lo status del paese. Ma non ci vorrà molto prima che le persone comincino a rendersi conto che il principale fattore di quella percezione – che l’economia tedesca sta continuando a crescere, mentre la maggior parte delle economie dell’Eurozona hanno vissuto una lunga recessione – rappresenta una circostanza eccezionale, che presto scomparirà.

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A Berlino c’è un popolo. Centinaia di migliaia contro il TTIP. Il trattato che uccide il diritto

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di Luca SOLDI

Centinaia di migliaia di persone, 250mila sembra una cifra decisamente realistica, sono scese in piazza sabato a Berlino, in Germania, per protestare contro il Ttip.

Contro il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Il governo di Berlino appoggia il trattato, ma i manifestanti, organizzati nella Confederazione dei Sindacati tedeschi (Dgb) e da tante associazioni, temono che l’accordo faciliterebbe l’ingresso di alimenti con OGM difficili da rintracciare, un maggiore utilizzo di pesticidi, riduzione dei diritti dei lavoratori e la concentrazione delle produzioni nelle mani di pochi.

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Grecia: riflessioni dopo la battaglia

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di Pablo Bustinduy AMADOR

[traduzione dell’articolo – del 1 settembre 2015 – del Segretario delle relazioni internazionali di Podemos a cura di Serena Corti]

La risoluzione della crisi greca ha gettato nella disperazione molti di coloro che lavorano per il cambiamento democratico in Europa. Va detto senza mezzi termini : il terzo memorandum è una grave battuta d’arresto, il cui prezzo continuerà a venir pagato dal popolo greco con anni di sofferenze e di austerità, e comporta una disillusione in coloro che credono e sperano nella costruzione di un’Europa democratica e sociale.

Si tratta di un accordo dannoso frutto dell’ideologia politica e finanziaria dei creditori che non cercano di difendere gli interessi generali della Grecia né dell’ Europa, ma di rafforzare il controllo politico e finanziario della Germania e neutralizzare ogni possibilità di alternativa politica nella periferia europea. Tuttavia, una volta espresse queste premesse, penso che sia necessario elencare una serie di osservazioni sul contesto europeo attuale e sulle prospettive che si aprono per tutte le battaglie successive.

1- In Europa c’è un conflitto globale tra austerità e democrazia, che colpisce tutti i settori della vita politica e sociale e che determinerà gli orizzonti, le capacità e le possibilità di una azione politica di trasformazione per i decenni a venire. È essenziale rendersene conto e comprenderlo: Alexis Tsipras non si è scontrato con le forze conservatrici dell’ordine costituito, ma con uno status quo dinamico, che è in fase di ridefinizione e trasformazione. Siamo in un periodo di profonda, complessa transizione geopolitica e a seconda dell’entità del quadro, della scala del tempo e dello spazio che adotteremo per spiegarla, la prospettiva di quanto è successo in Grecia cambia notevolmente.

La lettura specifica della situazione – una dolorosa sconfitta – può far cadere nel fatalismo, che offusca la comprensione ed è nemico dell’analisi: in una lunga prospettiva, sistemica, le forze della democrazia devono riorganizzarsi, riconoscere i progressi – che sono molti – e le battute d’arresto di questi ultimi sei mesi, e muoversi in direzioni che possono costituire le prossime battaglie, nelle condizioni più favorevoli. L’ordine stabilito è in movimento, e rimane aperta la possibilità di una profonda trasformazione politica che ponga fine all’ austerità e aumenti la democratizzazione della nostra vita economica, politica e sociale. Basta guardare a quello che sta succedendo nelle primarie laburiste e democratiche, o quanto è successo nelle elezioni turche, in Scozia o nelle città spagnole: la prospettiva di un cambiamento, grazie in gran parte al processo greco, è oggi più aperto rispetto a un anno fa.

2 – La maggior parte delle reazioni e dei commenti sulla risoluzione della crisi greca si sono sviluppati da un punto di vista morale: tradimenti, capitolazioni, coraggio, declinazioni di volontà . Si tratta di una tendenza logica e istintiva, ma è anche la causa della povertà strategica della maggior parte delle analisi compiute sul caso. Occorre essere gelidamente materialisti adesso: pensare allo scenario, pesare le forze, capire cosa è successo, e analizzare quali sono i margini che rimangono aperti, e quali sono quelli che sono stati chiusi, quelli che possono essere aperti o meno. Tutto il resto è letteratura, drammatizzazione, ed è inutile per la politica (o almeno non la politica che ci interessa).

3 – E’ inutile analizzare la sconfitta del governo greco in termini di ” volontà”, come se Tsipras non avesse voluto andare al di là di quanto ha realizzato, come se gli fosse mancato il coraggio di attuare un piano B che nessuno conosce a fondo nè può definire esattamente. In un paese che importa una parte sostanziale di cibo e medicinali consumati, e più di due terzi dell’energia, un paese in rovina che ha perso due terzi del proprio sistema produttivo nei lunghi anni di austerità, in un paese con il sistema bancario soffocato dalla BCE, senza riserve in valuta estera, e senza possibilità di finanziarsi da soli nei mercati o nelle istituzioni internazionali, il margine di trattativa nell’ora X delle decisioni purtroppo ha rivelato tutti i suoi limiti strutturali.

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Razzismo e paura sociale. Un distinguo

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di Turi COMITO

Il razzismo

Il razzismo è una cosa molto seria.
È una ideologia, cioè una visione del mondo basata su concetti più o meno astratti e più o meno sofisticati, che “spiega” il perché di alcuni fenomeni sociali, ne individua le ragioni, fornisce soluzioni. Fa, il razzismo, quello che fa qualunque altra ideologia o religione (pur’essa una ideologia): interpreta il mondo.
Il razzismo non è una ideologia che trova sostenitori solo tra le fasce di popolazione più ignoranti e culturalmente chiuse. Per niente. Storicamente è sempre stato una ideologia trasversale che si è radicato nel sottoproletariato come tra la colta borghesia.
La sua idea base è che le popolazioni umane non siano tutte uguali ma che esista, al contrario, un ordine gerarchico dove le popolazioni umane si posizionano in base a criteri variabili ma che, nella sostanza, tendono sempre a stabilire una graduatoria, dall’alto verso il basso.

Non esiste un solo criterio per definire la scala gerarchica, naturalmente. Di volta in volta, a seconda di dove l’ideologia razzista viene insegnata e praticata, può essere il colore della pelle, la religione, gli usi e costumi che alcuni gruppi etnici praticano, tutto questo e molto altro ancora variamente miscelato.

Il razzismo è discendente e ascendente. Cioè guarda verso l’alto e verso il basso. L’atteggiamento del razzista non è quello della repulsione verso la popolazione considerata inferiore o superiore. È, nel caso degli di razzismo verso gli “inferiori” quello della dominazione. Nel caso di razzismo verso i “superiori” la complicità, il desiderio di essere accettato. Salvo il caso, naturalmente, in cui il razzista si consideri facente parte della popolazione in cima alla scala.
Dunque per essere davvero razzisti occorre possedere un certo numero di informazioni, vere o false che siano, una discreta capacità di elaborazione intellettuale e la convinzione che le informazioni possedute e la logica che le tiene assieme siano vere, verificate e, in linea di principio, sempre verificabili.
Il razzismo è pertanto un fenomeno politico e della specie più strutturata: è ideologia.

La paura

Cosa ben diversa è la paura sociale. Cioè il sentimento di timore che una parte consistente di individui manifestano nei confronti di fenomeni sconosciuti o poco conosciuti ma considerati, complessivamente, a torto o a ragione, una minaccia alla propria sicurezza o alla propria tranquillità sociale e individuale.
La paura sociale si manifesta sempre attraverso la repulsione. Si respinge cioè il fenomeno col quale si viene in contatto o si scappa da questo per il timore che possa essere nocivo, al limite mortale.
I fenomeni che generano paura sociale sono quasi sempre fenomeni di grande cambiamento: politico (l’ascesa di partiti considerati pericolosi, di destra o sinistra che siano), economico (le crisi che determinano disoccupazione, malessere sociale), culturale (la richiesta di liberalizzazione delle droghe, lo sviluppo di tecnologie che stravolgono le abitudini consolidate) e demografico (l’immigrazione).
La paura sociale non è una ideologia. Non ha una visione del mondo organica e strutturata. E’ semplicemente un sentimento. Certo, allo stesso modo delle ideologie attecchisce trasversalmente. Si impossessa del sottoproletario analfabeta, come del borghese colto, come dell’intellettuale esterofilo ma, a differenza dell’ideologia, la paura è, come tutti i sentimenti, variamente esposta alle contingenze individuali e sociali che vengono percepite o fatte percepire. E’ mutevole, è instabile, è camaleontica e, il più delle volte, non sfocia in azioni politiche (cioè pianificate e coordinate) ma in episodi spontanei considerati di difesa in un certo momento e in un certo luogo: la fuga, l’atto violento, la sottomissione.

La paura usata per fare politica

Masse di popolazione che sono pervase da sentimenti sociali forti negativi (paura, odio) sono, come noto, più facilmente esposti alle manipolazioni politiche di qualcuno che freddamente pianifica azioni collettive mirate a raggiungere scopi specifici. L’indifferenza, l’apatia, non generano interesse verso qualcosa. La paura, l’odio, il risentimento sociale, sì. E se qualcuno offre risposte a questi sentimenti è facile che le risposte vengano prese sul serio. Senza rifletterci molto se vengono percepite come rassicuranti e risolutive del problema che genera il sentimento.
E’ in queste fasi, in cui le società sono attraversate da grandi sentimenti sociali forti (specie la paura e l’odio), che alcuni individui, politicamente esposti, vengono considerati o il capro espiatorio o, all’opposto, i salvatori della patria. Con tutto quello che situazioni del genere comportano.

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Cos’è crollato con quel Muro

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di Vincenzo PALIOTTI

E se avessimo sbagliato tutto in quel lontano 1989?
E se avessimo preso un abbaglio comune?
Mi riferisco alla caduta del Muro che riunì le due Germanie e che contestualmente vide la fine dell’URSS.

Da come sono andate le cose da quel giorno verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio lasciare tutto come stava. In fondo, la Germania fu divisa perché “protagonista” di due guerre a distanza di pochi anni e per quanto male aveva fatto a l’umanità intera.

La fine dell’URSS poi ha sbilanciato nettamente gli equilibri dando agli Stati Uniti quel ruolo di “guida” e di “sceriffo del mondo” che gli USA non solo non meritano, ma che non hanno saputo in nessun modo valorizzare. Comportandosi da potenza imperiale “ignorante” della storia e delle dimensioni culturali dei popoli.

In poche parole chi pensava che il ruolo dell’URSS fosse inutile, anche orribile, dovrebbe riflettere sul fatto che grazie all’equilibrio che c’era tra i due sistemi probabilmente avremmo evitato il caos nell’ Iraq, In Siria, nello Yemen, in Libia, e avremmo uno Stato d’Israele meno aggressivo nei confronti della Palestina.

Insomma, questa “esportazione della democrazia” non sta andando a buon fine. La democrazia, lo vediamo, sta finendo stritolata dalla dittatura del debito anche da noi, e non se ne vede nessun effetto in Medioriente.

Va detto, poi, principalmente, che l’Europa sarebbe potuta crescere senza dover agire sotto dettatura del capitalismo statunitense, come avviene oggi. Con la caduta dell’URSS, gli USA si sono impossessati del mondo, hanno egemonizzato un po’ tutto avendo le mani libere e senza lo spauracchio “oltre cortina”.

Non a caso la crisi finanziaria mondiale, oggi trasformatasi in crisi del debito sovrano, è partita proprio da quelle latitudini, con la caduta di tanti colossi della finanza ai quali l’Europa aveva dato credito e investimenti.
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La Primavera di Atene – 2. La medicina tossica

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di Yanis VAROUFAKIS

[La seconda parte della traduzione del discorso di Yanis Varoufakis alla Festa della Rosa di Frangy-en-Bresse. La prima parte è stata pubblicata qui]

La medicina tossica

Molti di voi si chiederanno, a ragione: ma perché i creditori impongono condizioni alla Grecia che riducono la capacità della Grecia di ripagare il proprio debito agli stessi creditori? Perché i creditori chiedono al governo greco di fare cose che impediscono che le vere riforme vengano attuate? Le riforme che renderebbero la Grecia in una posizione migliore in Europa? Non potrebbe essere che la Troika stia semplicemente cercando di fare in modo che i greci prendano una medicina amara ma necessaria? E che i greci non vogliano prendere la medicina? Non vogliamo fare il nostro dovere, come direbbe la signora Merkel?

Queste sono questioni cruciali. Esse sono di fondamentale importanza per voi, per il popolo francese. Perché? Perché se noi greci siamo i responsabili dei nostri stessi problemi, e se è vero che siamo viziati, pigri, che rifiutano di fare il nostro dovere e prendere la loro amara medicina, allora non avete nulla da temere. Vi consiglio di non perdere altro tempo ad ascoltare persone come me.

Ma, se non è così, se la medicina che ci viene chiesto di prendere più e più volte è velenosa, se abbiamo fatto il nostro compito ma l’insegnante non ha nemmeno voglia di leggerlo, poi quello che succede in posti come la Grecia non ha nulla a che fare con la Grecia. Si tratta allora della politica d’Europa, in particolare riguardo la Francia.

Quindi, permettetemi di essere chiaro su questo: la medicina non è solo amara. È tossica. Un medico che consigliasse una simile medicina mortale ad un paziente sarebbe stato arrestato e radiato dall’associazione medica. Ma nell’Eurogruppo, il fatto che la medicina sta uccidendo il paziente è visto come la prova che la stessa medicina è necessaria. Che la dose deve essere aumentata!

Per cinque anni il programma di austerità della troika ha creato la più lunga e profonda recessione nella storia. Abbiamo perso un terzo del nostro reddito collettivo. La disoccupazione è passata dal 10% al 30% in un paese dove solo il 9% dei disoccupati ha ricevuto l’indennità di disoccupazione. La povertà ha inghiottito 2 dei nostri 10 milioni di popolazione. E non è mai andato in un altro modo.

Nel 2010 lo Stato greco è fallito. Il nostro stato non poteva pagare i suoi debiti verso i francesi e le banche tedesche. Allora, che cosa ha deciso l’Europa di fare? Ha deciso di dare allo Stato greco in bancarotta il più grande prestito della storia, alle condizioni di austerità che hanno ridotto il reddito tra il vecchio e il nuovo piano, in modo enorme, così che i prestiti potranno essere ripagati. Dopo dieci anni si può dire che il fallimento non si può eliminare attraverso ulteriori prestiti, basati sulla condizione che il tuo reddito diminuisca.

L’austerità fa in modo che il reddito diminuisca mentre i debiti crescono. Più debito, sotto forma di nuovi prestiti di salvataggio, a condizione di ancora più austerità che fa diminuire il reddito, porta con precisione matematica ad una catastrofe.

Tutti sapevano questo. Allora, perché l’Europa lo ha fatto? Perché l’obiettivo non era certo quello del salvataggio della Grecia, o dell’Irlanda, o del Portogallo, o della Spagna! L’obiettivo restava quello del salvataggio di Deutsche Bank, BNP Paribas, Finanz Bank, Societé Generale, le banche tedesche e francesi con i soldi dei contribuenti e mettere tutto il peso sui più deboli tra gli europei, causando una crisi umanitaria in Grecia e una lenta crisi che brucia in Francia.

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Maurizio Landini: con il popolo greco nella lotta contro il debito e l’austerità

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[traduzione dell’intervista su AVGI di Argyrios Argiris PANAGOUPOLOS]

“Il governo greco ha sollevato la questione della ristrutturazione del debito dei Paesi, la fine dell’austerità e la ricostruzione dell’Europa su basi democratiche e di solidarietà”, ha detto ad “Avgi” Maurizio Landini, il segretario generale del più grande sindacato italiano di metalmeccanici, la Fiom – Cgil, che come è noto ha sostenuto le iniziative a favore della Grecia in Italia. Il leader del sindacato italiano ha avvertito che la democrazia in Europa è in pericolo, sottolineando che il governo greco, con la sua posizione durante la dura negoziazione con l’UE, è riuscito a dimostrare che “il re è nudo”.

Renzi ha promesso una grande riduzione delle imposte partendo con l’abolizione della tassa sulla prima casa….

I governi in Italia da vent’anni promettono di tagliare le tasse. Ma lo hanno fatto determinando da un lato un grande aumento della tassazione del lavoro dipendente e dall’altro l’aumento dell’evasione fiscale, che in Italia non ha precedenti per i suoi livelli alti. Le dichiarazioni del presidente del Consiglio hanno più il sapore delle promesse elettorali (per altro rivolte solo a determinate categorie a partire dalle imprese) e non facilitano nessun modo la ridistribuzione della ricchezza. Non ha detto una parola sulla lotta all’evasione fiscale, come non ha detto nulla su come ridurre il debito pubblico del nostro Paese. Queste sono in realtà le due condizioni preliminari, se si vuole una seria riforma fiscale, che colpisca l’evasione fiscale e riduca con questo modo la tassazione sul lavoro dipendente. Ma contemporaneamente bisogna cominciare a tassare i patrimoni, perché in Italia esiste il paradosso di avere bassi redditi ad alta tassazione, anche per i lavoratori autonomi e gli imprenditori, ma non esiste nessun tipo di imposte che colpisca i grandi patrimoni e le grandi ricchezze. Peraltro il governo Berlusconi aveva ridotto persino la tassa di successione, che Prodi prima di lui aveva alzato, ma nessuno ha poi rimediato a quell’errore.

Il presidente del consiglio ha detto che l’abolizione della tassa sulla prima casa si farà se si applicheranno le riforme. Questo significa che ci sarà un nuova ondata di austerità e un nuovo attacco ai diritti dei lavoratori e dei cittadini?

Questo è in realtà un messaggio al Parlamento e al suo partito, perché questo momento cerca di far passare la riforma della scuola, della costituzione e della legge elettorale. Ci troviamo di fronte ad una situazione assurda, perché si promuovono riforme che non hanno nessuna relazione con i bisogni del Paese.

La Fiom si sta organizzando per la costruzione di una coalizione sociale, per la difesa dei diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro, mentre altri si muovono per l’organizzazione dei referendum popolari…

La realtà è di fronte gli occhi di tutti. I dati ufficiali mostrano che nonostante il taglio delle pensioni, l’abolizione dei diritti dei lavoratori e i tagli alla pubblica istruzione il debito pubblico italiano è salito ulteriormente. Il nostro debito è aumentato di 80 miliardi di euro. Questo rappresenta un vero problema, ma nessuno vuole discutere come affrontarlo. Al contrario, doveva essere l’obiettivo di una grande campagna politica in tutta l’Europa. Abbiamo bisogno di discutere e di ridefinire la ristrutturazione dei debiti in tutti i paesi. Ne abbiamo assolutamente bisogno.
Per quando riguarda le azioni e le mobilitazioni della Fiom abbiamo in programma di organizzare nel mese di ottobre una grande manifestazione mettendo al centro le relazioni sul lavoro e le diseguaglianze sociali, partendo dalla rivendicazione di un reddito di dignità per tutti i disoccupati. Abbiamo bisogno di lotte vere per cambiare le politiche economiche e sociali del governo.

Come ha visto la situazione in Europa partendo dalla crisi greca?

Il governo greco e Alexis Tsipras in prima persona hanno fatto quello che potevano. Si sono trovati da soli contro tutta l’Europa, contro tutti i paesi. Quello che è successo a Bruxelles segna la fine della socialdemocrazia in Europa, perché quando i socialdemocratici tedeschi arrivano a urlare parole più pesanti contro la Grecia persino di quelle usate dal governo tedesco vuol dire che ci troviamo di fronte ad un pericoloso “pensiero unico”. Dall’altro lato la cosa positiva di questa dura e difficile vicenda per il popolo greco e le misure che è stato costretto ad accettare, è il fatto che il governo greco è riuscito a mostrarci che “il re è nudo”. Nessuno ha ora un alibi. Se non cambieranno le politiche di austerità e non si riaprirà il dialogo per la riduzione e ristrutturazione del debito, non solo in Grecia o in l’Italia ma in tutta l’Europa, ci troveremo di fronte al crollo dell’Europa stessa, come la abbiamo conosciuta o come l’avevano costruita. Questa è la grande sfida e la battaglia che dobbiamo continuare.

Mi dispiace del fatto che il governo italiano in sostanza non ha mosso un dito, non ha aperto una vera battaglia per chiedere una Conferenza Europa per il Debito, non solo come elemento di solidarietà verso il popolo greco, ma come un grave problema che affronta lo stesso nostro paese.
L’Italia paga ogni anno almeno 80 miliardi di euro per gli interessi del suo debito pubblico. Oggi i paesi più poveri pagano gli interessi alle banche dei paesi più ricchi dell’Europa. I sindacati devono stare in prima linea per affrontare il problema del debito. Il governo greco e lo stesso Tsipras continuano a svolgere un ruolo molto importante per aprire una nuova prospettiva per l’Europa.

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