24 maggio 1915. Il doloroso inganno della guerra

inganno

di Giovanni PUNZO

Sono trascorsi cento anni dal 24 maggio 1915. Le manifestazioni però – soprattutto in questi giorni, gravate dal fantasma dell’austerità e dal crisma dell’ufficialità –, stanno riversando anche un profluvio di luoghi comuni e banalità, prive del senso o delle interpretazioni che tutti attendono. Inutile d’altra parte cercarli nel quadro ufficiale perché le celebrazioni mai sostituiscono argomenti e ragionamenti, ma ne rappresentano semmai il punto di partenza.

C’è tuttavia da osservare – rispetto il trascorso centocinquantesimo dell’Unità d’Italia – che l’anniversario questa volta sembra più sentito, almeno a livello di curiosità, per la presenza di tante memorie familiari e collettive di un evento che rappresentò la vera nascita dell’Italia del XX secolo nella sua identità moderna. Parlando di Prima guerra mondiale soprattutto per il nostro Paese le domande restano sostanzialmente due: come e perché l’Italia entrò in guerra.

Dopo abili iperboli retoriche o aperte manipolazioni storiche, frutto dei regimi o delle tendenze culturali passate, sta emergendo con definitiva chiarezza l’aspetto principale: la maggioranza non voleva la guerra e fu trascinata lo stesso nel conflitto. Sappiamo che la regia, o meglio la ‘responsabilità’ dell’entrata in guerra, coinvolse solo pochissime personalità di alto rilievo: il re e due o tre ministri, appoggiati a loro volta da un confuso ed eterogeneo movimento interventista – molto attivo in piazza – che andava dalla sinistra rivoluzionaria ai nazionalisti, ma al cui interno agivano anche parte dei liberali, la quasi totalità della classe dirigente (industriali compresi), gli intellettuali e i giovani.

Continua a leggere

Italia, ricorda

italiaricorda

di Claudia BALDINI

L’Italia dopo la prima guerra mondiale era nel caos, e anche la politica era andata in frantumi. Giolitti non era stato in grado di opporsi alla guerra – si, l’avevamo vinta, dicevano -, ma a quale spaventoso prezzo? – e ora i partiti italiani erano diventati ingovernabili persino per lui: la crescita del partito socialista e l’entrata della Chiesa in politica col partito popolare di don Sturzo avevano relegato i partiti liberali ad una parte politica sempre più piccola. Questo era un processo normale, secondo me, intanto la novità del suffragio universale maschile preludeva a partiti di massa, a quelli che potevano smuovere milioni di persone con la loro propaganda, e anche senza la guerra questo cambiamento si sarebbe realizzato probabilmente in modo civile.

Invece la prima guerra mondiale mise in crisi l’economia, fece vivere una terribile esperienza in trincea agli uomini, e fece fare una terribile figura alla democrazia italiana che non era stata in grado né di tenersi fuori dalla guerra (nonostante il parlamento fosse neutrale) né di vincerla in maniera decisiva.

La scalata di Mussolini avvenne quindi in questo contesto, in cui non c’era più nessuna fiducia nel governo democratico, c’era paura di una rivoluzione socialista, c’era miseria e scontento per la guerra.

Mussolini si presentò come la possibile soluzione di tutti questi problemi, come l’uomo che poteva riportare l’ordine e l’efficienza, risolvere la crisi, in uno slogan moderno: uscire dalla palude.

Il suo partito cambiò continuamente programma, passando dall’essere rivoluzionario e populista (chiedendo ad esempio la repubblica e la punizione di coloro che si erano arricchiti durante la guerra), nell’iniziale manifesto di San Sepolcro, al proteggere gli interessi dei ricchi, della monarchia e della Chiesa dopo aver preso il potere.

Continua a leggere