Lor signori

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Alfredo MORGANTI

Oggi Chicco Testa sull’Unità rivendica la giustezza dell’appello dei 200 comparso sul Corriere della Sera a sostegno di Renzi, che egli stesso dice di aver sottoscritto con orgoglio. Ci spiega anche chi siano i firmatari: rappresentanti del “mondo delle professioni e delle imprese italiani”, coloro che hanno “la responsabilità” dice Chicco “di far camminare questo paese”. Lor signori, insomma, direbbe il vecchio Fortebraccio. Quelli che vogliono, continua, un’Italia libera da burocrazia, parassitismi, lacci e lacciuoli e, soprattutto, “più ordinata”. Non hanno pagato 140 euro a testa (tale è il costo dell’inserzione) per “lamentarsi”, ma per incoraggiare il primo ministro a proseguire fiero sulla sua strada di un coraggioso rinnovamento.

I 200 firmatari si sarebbero trovati col passaparola. Non avrebbero agito per conto di qualcuno ma solo per se stessi. Io ci credo. Il mondo delle professioni e delle grandi imprese agisce sempre per se stesso, è una metafora classica dell’egoismo sociale. Ci credo che abbiamo fatto passaparola, e magari si siano incontrati a Cortina, oppure in un aperitivo a casa di qualche ‘conte duca’ direbbe Fantozzi. Ce li vedo, mentre tra un’olivetta e l’altra, bagnate in un Martini, vestiti di tutto punto, si dicono e si confermano reciprocamente che non si può continuare così, che serve più ordine, meno burocrazia, meno tasse, meno lamentele, meno comunisti (che roba contessa!). Che Renzi è l’uomo giusto per farla finita.

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Credo che per essere di sinistra…

rivoluzione

Maurizio SANTAROSSA

Valori di sinistra?

Il valore della giustizia sociale, di una Società che non imponga una uguaglianza artificiale ma che dia a tutti eguali opportunità. Una Società che creda nella condivisione di questi valori e nel sostegno ai deboli e questa si chiama solidarietà. Solidarietà che non si esaurisce nelle idee e negli atteggiamenti ma che si concretizza nei fatti e questo significa welfare e stato sociale.

Libertà, che deve dissociarsi dal significato distorto imposto oggi dalla globalizzazione , perché non significa liberismo anarcoide, ma mantiene il suo antico significato che prevede la libertà propria sempre in relazione con la libertà degli altri. Quella libertà all’interno di precise regole che costituisce la base della democrazia. Democrazia che significa governo del popolo mediante le partecipazione ed il controllo e non solamente mediante la delega.

Credo che essere di sinistra significa credere che i diritti debbano essere quali per tutti e che debbano essere stabiliti da Leggi e regole e non concessi dal paternalismo di oligarchie basate su una gestione distorta del potere. Credere che non vi possa essere sviluppo se esso non comporta un miglioramento della esistenza per l’intera Società, che non vi possa essere vero sviluppo senza giustizia sociale.

E che non vi possa essere libertà in un Paese nel quale vi sono uomini e donne in vendita e chi ha il denaro per comperarli.

E che non vi possa essere speranza di futuro in un Paese nel quale il dieci per cento delle famiglie detiene l’ottanta per cento della ricchezza del paese, ed a pagare le tasse sono soltanto il restante novanta per cento di famiglie che tutte insieme si debbono accontentare di dividersi il restante venti per cento.

E che non si può pensare di cominciare a ricostruire un futuro per i nostri figli in un Paese nel quale la criminalità organizzata è talmente collusa con il suo Governo che alcuni suoi esponenti siedono sugli scranni del Parlamento.

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Il decisionismo di chi non sa governare

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di Vincenzo PALIOTTI

Ho seguito la diretta in streaming della direzione del PD sul sito di Repubblica e mi sono cadute le braccia nel leggere i commenti di tanti che inneggiavano al “decisionismo” di Renzi.

Anche su queste pagine di FB si legge che “finalmente la vecchia classe politica è ormai in rotta” oppure frasi del genere: “finalmente sconfitto l’immobilismo della sinistra”.

Un po’ è vero e ce lo diciamo specialmente in questi giorni che la minoranza del PD stenta ad uscire allo scoperto, però le ragioni vanno oltre queste considerazioni che io trovo assurde, perché questo “decisionismo” della scelta individuale e personalistica del “capo”  sta sacrificando il concetto puro di Democrazia. Democrazia, che è il valore supremo per quale si è combattuta la II^ guerra mondiale e la “Guerra Fredda”, vincendole proprio contro le dittature.

Il “decisionismo” è figlio dell’assolutismo e l’assoluto, in politica, si può accostare solo ad una parola: “dittatura”. Era cosi nel ventennio in Italia e in Germania, era così in Cile per venire a tempi più recenti, era così in Argentina ed è ancora così in Corea e in tanti altri paesi. Non solo ma è anche un modo per smantellare lo Stato e le sue funzioni, questo “decisionismo” : inteso come quello di Renzi e Berlusconi, che anni fa ebbe a dire che il Parlamento come la Costituzione erano quegli “orpelli” che impedivano di legiferare in tempi brevi ed impedivano di conseguenza lo sviluppo del paese, legando le mani al governo, salvo poi essere smentito quando si trattava di mettere in cantiere ed approvare leggi che riguardavano i suoi problemi con la giustizia e la gestione delle sue aziende.

C’è poi da dire che in alcuni casi, e quello attuale è emblematico, si confonde il concetto di “governare” con il “comandare” che sono due cose distinte, ed anche qui Matteo Renzi ha avuto in Berlusconi un maestro dal quale prendere esempio.

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Giustizia sociale e dignità umana: fattori di crescita

together

di Luca SOLDI

Tagliando, tagliando i nostri Comuni non possono più reggere, garantire i servizi minimi, di fronte ad una situazione di crisi sociale sempre più drammatica.
Le testimonianze che arrivano dagli amministratori locali sono ormai divenute delle litanie quotidiane puntualmente disattese.
Tutto questo, spesso, alimenta tensioni fra gli stessi “ultimi”, fra le vittime della crisi. Episodi che vengono strumentalizzati da quei politici che non trovano di meglio di tagliare e ridurre i fondi quando, i “costi”, non portano acqua al mulino del proprio consenso. Mentre ormai, da troppo tempo leggiamo di ingiustizie vere o mascherate: di graduatorie disattese, di attenzioni mancate, di tentativi di scalare le miserie per ottenere il privilegio di una qualche elemosina.
In una continua umiliazione che si aggiunge sulle teste di chi deve far fronte alle umiliazioni quotidiane. Mentre il mondo del volontariato, vera grande specificità del Paese, risorsa invidiata da tutta l’ Europa, ansima, in alcuni casi collassa, dopo essere stato abbandonato a sé stesso.
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Ci siamo arresi noi

resaincondizionata

di Massimo RIBAUDO

Una volta anche i bambini sapevano che tra il datore di lavoro e il lavoratore subordinato c’era una differenza di potere, di altezza nel guardarsi negli occhi. “Subordinato”, spiega già tutto. Lui ha più potere di te perchè ti dà il sostentamento per vivere.
Ma c’erano stati dei miglioramenti dalla relazione padrone-schiavo enunciata da Aristotele ne “la Politica”. Lo schiavo, poi il servo, poi il lavoratore tutelato dal sindacato, con quella radice greca, “dike”, che significa GIUSTIZIA. Sindacato: “l’unione degli uomini giusti”. L’unità delle forze lavoratrici per un giusto salario ed un giusto orario di lavoro. Chi dipende dal lavoro e ricerca nella giustizia sociale la forza che emancipa dalla scarsità di beni.
La loro lotta aveva condotto alla diminuzione delle ore di lavoro ed all’aumento della paga salariale. Cose che si imparavano alle scuole elementari e nell’esperienza della vita reale.

Invece, oggi, giornalisti, professori di diritto, uomini di (bassa) cultura si affrettano a dire che il contratto di lavoro è un contratto come il matrimonio civile. Tra pari grado. Se conviene ad entrambi si continua, se a qualcuno non conviene – come ad esempio al lavoratore che può trovare lavoro ovunque – si scinde. Poi, ci chiediamo perchè è inutile frequentare corsi universitari di economia e giurispudenza e leggere i giornali.
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Da domani

alba

 

di Massimo RIBAUDO

Domani è lunedì, lo sanno tutti. Ma è un lunedì particolare.
Inizia per la Grecia, e per tutti i popoli europei, il cammino impervio per un’Europa diversa. Quella che sognavano gli europeisti sull’isola di Ventotene, confinati lì dalla dittatura fascista.
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni scrivevano il Manifesto per un’Europa libera ed unita: per un’Europa senza confini in grado di offrire ai suoi cittadini una terra di lavoro, benessere, prosperità, conoscenza.
Un’Europa di pace e diritto. Un’utopia, forse. Ma non è di calcoli giornalieri che viviamo, soltanto. E, soprattutto, non vive così la politica, ma solo l’amministrazione delle cose. I lavoratori, i cittadini senza progetto politico diventano cose da amministrare, ed il lavoro una commodity qualunque. Body rental, non progetto di vita.
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C’è chi vive in un videogioco. E chi preferisce la vita.

virtual

di Giuseppe CARELLA

Mi sto convincendo ogni giorno di più che a me toccherà la stessa sorte di mio nonno, comunista, deceduto nel 1976, di mio padre , comunista, ancora vivente, 90 anni: lasciare questa terra, il più tardi possibile, spero, senza poter affermare di aver visto almeno l’inizio della costruzione di uno stato sia pur vagamente socialista.

Ho letto pochi giorni fa da qualche parte che in un centro di ricerca americano, corrispondente al nostro CERN, la vita che crediamo di vivere sarebbe una sorta di illusione bi-dimensionale e che nulla di quanto crediamo accada in realtà accade. Speriamo sia veramente così, almeno avremo la possibilità che in altre dimensioni la realizzazione di una società veramente più giusta sia ancora possibile.

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