E se partissimo dalla critica del maggioritario?

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di Claudio BAZZOCCHI

Sono giorni che tutti i giornali e commentatori parlano della frase di Fassina sul ballottaggio e sul M5S.

Purtroppo, quando si esce dal sistema elettorale proporzionale, gli attori politici e gli elettori sono investiti da valutazioni, commenti, tattiche e pettegolezzi che hanno ben poco di politico.

La politica cessa di essere visione del mondo – campo accidentato e tragico in cui ogni giorno provare a ricucire autorità e verità ed evitare così la dissoluzione nichilistica del non senso e della volontà di potenza nella convivenza civile – e si avventura nella giungla degli opportunismi, delle alleanze spurie per ottenere almeno un voto più degli avversari. E gli avversari politici non sono più portatori di visioni del mondo contrapposte con cui competere nella lotta etico-politica sull’idea di libertà e di mediazione tra individuo e Stato più affascinante, ma il nemico da schiacciare – appunto con un voto in più – nell’ottica della vittoria a tutti i costi a cui non può che portare il principio maggioritario.

Se la sinistra vuole riportare un minimo di civiltà politica nel nostro paese deve cominciare a rimettere in discussione il maggioritario e tornare a enunciare la nobiltà e la grandezza del proporzionale.

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L’obnubilamento

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di Immacolata LEONE

Mentre le nebbie del sistema informativo, con la sua schiavitù spontanea, ci fanno fare ricreazione sugli ultimi accadimenti del marito della Mussolini – e sono quindi atte alla distrazione di massa – , ricordiamoci che è in atto una catastrofe sociale: le famiglie italiane , quelle che vivono la crisi si intende, non si riprenderanno mai più.

Quando un povero diventa più povero, nessuno se ne accorge, ma quando dottori, ingegneri, professionisti improvvisamente perdono il lavoro, e dopo 6/7 anni si accorgono che le loro speranze di riaverlo sono destinate a spegnersi, che non riavranno più la loro vita indietro, allora di solito arrivano i signori con giacca e cravatta, senza arte nè parte, senza più coscienza nè reputazione, ma solo tanti soldi e potere, e promettono il vuoto pneumatico per prendere voti.

Le politiche sociali e il Welfare sono promesse della consistenza e del sapore del brodo riscaldato più volte.

Ormai anche l’attuale governance – un’ammistrazione fredda delle cose (dove le cose siamo noi esseri umani) –  platealmente sopita a cominciare dal Presidente della Repubblica (che si sta candidando a essere tra i peggiori che la storia ricordi), non si gira indietro a guardare la scia di cadaveri che avrà sulla coscienza all’indomani di scelte politiche economiche atte a salvare solo i ricchi e le banche.

Perchè si sa, i poveri danno un po’ fastidio.

 

I cortigiani

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di Immacolata LEONE

La si doveva immaginare già da tempo la deriva indecorosa, disdicevole, deplorevole, sconveniente, indecente e inammissibile, mista a mercimonio continuo, in cui stava scivolando il Parlamento italiano.

I fatti ultimi – la modificazione in senso autoritario della Costituzione Repubblicana da parte di un parlamento eletto con legge elettorale incostituzionale –  non lasciano ormai più dubbi sulla qualità gravemente compromessa dell’educazione civile di coloro, che senza neanche una spiccata intelligenza e per arrampicarsi assumono la stessa posizione che si usa per strisciare. E dovrebbero rappresentare il popolo italiano.

Se non c’è più il rispetto reciproco di chi ci rappresenta come può sussistere l’interesse della sopravvivenza del popolo italiano? Nelle stanze del potere, tutti,  chi più chi meno , hanno un seguito di servi e cortigiani, e l’unico loro scopo è di servire bene il padrone. Anche a costo di cancellare decenni di libertà conquistata con morti e stragi.

C’è un solo Dio per il quale ubbidiscono e sgomitano per averne una fetta, il Dio denaro. Ai cortigiani tocca la paura di rimanere fuori e l’ansia della dipendenza, come uniche passioni dominanti.

Non rientra nella loro pianificazione mettere una pezza agli emendamenti che stanno partorendo, cancellando i diritti dei più indifesi. Ormai per loro, la vita umana è un atto di consunzione. Vivere è consumare. Gli ultimi degli esseri umani sono solo una risorsa che poi viene convertita in capitale, e tutta questa impresa è solo una piccola parte di una vasta e sconvolgente macchina definita dall’evoluzione di questo modello capitalista finanziario, progettata per un unico scopo: creare profitto per gli amici industriali.

Ci apprestiamo a vivere una nuova era moderna composta di schiavi. Nessuna civiltà tradizionale ha mai visto masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, alla mercè del nuovo “Capitalismo fondato sul Caporalato”.

Una nuova schiavitù, che non ha nemmeno per controparte l’esistenza di figure di spiccata intelligenza, ma che viene imposta anodinamente attraverso la tirannia del fattore economico e delle strutture di una società più o meno corporativa, distinta per ceti ed entourage. Un fascismo senza orbace. Ma tanto fango.

Unità per cosa, unità di chi?

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di Riccardo ACHILLI

L’unità è un valore molto sbandierato, e da sempre, a sinistra. In particolare, la tradizione comunista ha esaltato, sempre, la priorità unitaria, per cui in un centralismo democratico ben applicato si discute, ma poi si sostiene lealmente la tesi maggioritaria, anche quando non si è d’accordo. Ma, per l’appunto, questa priorità dell’unità, anche a costo di sacrificare un pò la diversità delle opinioni (un elemento che per esempio è difficile da digerire per chi viene da una cultura libertaria e socialista), avveniva dentro un contesto in cui, con lealtà e franchezza, ci si misurava dentro congressi pluralistici, dove tutte le mozioni avevano pari dignità, e dove a tutti, sottolineo a tutti, da Amendola fino a Secchia, era ben chiara l’idea di rappresentare gli interessi di una classe sociale ben precisa, i lavoratori e chi doveva entrare dentro il mercato del lavoro, e chi ne doveva uscire con la dignità di una pensione e di un welfare. In questa chiarezza di politica di classe e di rispetto reciproco, l’idea dell’unità al di sopra delle diversità poteva avere un senso, una nobiltà e una ragione anche tattica.

Oggi il Pd non rappresenta il mondo del lavoro. Il Jobs Act è solo uno, forse il più clamoroso, tra gli esempi. Non è nemmeno equiparabile al blairismo, perché Blair accettò di guidare un partito che, nel suo statuto, si autodichiarava ancora “socialista”. E che con la vittoria di Corbyn dimostra quanti anticorpi di sinistra abbia ancora.

Oggi il Pd è una associazione politica di tipo anfibio, interclassista, che si adatta camaleonticamente ai cambiamenti della società italiana, indotti da forze esterne, essenzialmente di tipo finanziario e geopolitico, proponendosi come forza di “gestione” di tali cambiamenti, e non di governo, perché, per parafrasare Juan Bautista Alberdi, “governare è indirizzare”, e non adeguarsi e gestire.

Una metamorfosi che passa per un ruolo necessariamente rafforzato del leaderismo personalistico, alle spese del dibattito interno (inutile, se ci si acconcia ad input di cambiamento esogeni) e quindi della struttura di un partito (che serve essenzialmente per sintetizzare un dibattito e tradurlo in una strategia d’azione) che si liquefà.

Facendo del male anche all’opposizione: se la maggioranza da forza di governo divente forza di gestione di input esterni, l’opposizione diventa, per contrappasso, forza di distruzione cieca e di contrapposizione, senza idee, alla “casta”. Donde i grilismi.

Per cui lo scenario politico non si divide più in interessi di classe, ma in due fronti: i “responsabili” che gestiscono e gli “irresponsabili” che distruggono. Un ritorno indietro ad assetti pre-1789: un Primo Stato che governa con il suo partito-tecnocratico che si occupa della gestione, come fosse una sorta di Colbert collettivo, ed un Tiers Etat indistinto, privo di guida illuministica, che coltiva il rancore dell’antipolitica come riflesso della sua esclusione.

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Diamo i numeri. Ma non siamo pazzi!

colosseo

Ieri, in singolare coincidenza con l’assemblea sindacale in alcuni siti, è arrivato lo sblocco dei fondi per pagare i salari accessori di tutti lavoratori del Mibact per il 2014 e per il 2015.

Evidentemente la mobilitazione è servita a prescindere da quanto accaduto al Colosseo

Claudio Meloni, coordinatore CGIL – Mibac (ANSA)

di Nello BALZANO

Quando si parla di diritti del lavoro e di sindacati, nel governo e nel Pd cominciano a dare fuori di testa.

Un po’ di follia, infatti, aleggiava ieri sera su Twitter dove il sottosegretario ai Beni culturali Barracciu ha cominciato a parlare di “reato” per l’assemblea sindacale indetta secondo tutte le regole dai lavoratori del Mibac al Colosseo.

“L’assemblea sindacale che danneggia centinaia di turisti paganti che dedicano un giorno di ferie al Colosseo e decine di guide turistiche è un reato!”.

Si è poi corretta.

reatobarracciu

Ivan Scalfarotto non è voluto essere da meno. Gli scioperi potranno essere indetti ma solo se notificati dal New York Times.

scalfarotto

 

E allora ho pensato che è bene dare un po’ di numeri a chi se li è dimenticati.

33; 34. Tutti siamo cresciuti, ci siamo educati e formati fin da piccoli, grazie alla scuola ed alle università.

32. Abbiamo anche imparato a stare attenti alla nostra salute, con le visite o gli esami necessari, ma pur con le tante attenzioni che uno dedica alla propria salute, chi di noi non ha avuto bisogno di recarsi in un ospedale, per un’urgenza o una necessità non programmata?

16. Ci siamo abituati, tanto da non rendercene conto, che sentiamo il bisogno di muoverci liberamente e ci crea malumore, quando questo diritto ci viene ostacolato.

24. Possiamo poi fare a meno di sentirci tutelati e difesi da pericoli o da situazioni che mettono in discussione la nostra incolumità? Ma non solo, sappiamo che tutto ciò che riguarda la salute è usufruire di servizi che dobbiamo considerare indispensabili, come acqua, luce, gas.

21. Credo di non esagerare se dico che sentiamo la necessità di essere informati, può succedere per situazioni particolari, che questo ci venga impedito. Beh credo che capiti a molti di soffrire questo disagio, anche chi mostra apparentemente indifferenza alle notizie che lo circondano.. ..

3. Sappiamo anche che di fronte alla legge tutti siamo uguali e per permettere che questo si realizzi, sappiamo che lo Stato ci fornisce tutti gli strumenti idonei, fin nel supporto legale minimo per la nostra difesa da qualsiasi accusa veniamo colpiti.

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La soluzione? La Coalizione!

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Sto meditando sul nuovo “slogan” del governo, che pare già sia in campagna elettorale [sic!].

Tutto questo non ci sorprende, se pensiamo che è da quando questi si sono insediati che coniano uno slogan al giorno per convincere la gente sulla loro indispensabilità. Indispensabilità che non ritroviamo nei risultati economico/sociali che sono del tutto scadenti: anzi, sono peggiori di quando andavano entusiasti di quel 40,8%, praticamente fasullo, che giustificava la loro “svolta” a destra.

Oggi ,dicevo, “lo slogan” in voga è: se non ci riconfermate finisce che al governo ci andrà Salvini o Grillo, ovvero “non ci sono alternative”. Niente di più falso e di tendenzioso. E’ vero che c’è un’ondata xenofoba e razzista che sostiene sia il leader della Lega che quello del M5S: il loro cavallo di battaglia è la lotta al “clandestino”. Però è anche vero che messe insieme le due forze arrivano, forse, a quel 40% (molto meno) testimoniando che la maggioranza del Paese non è con loro e con le loro idee.

L’alternativa esiste sempre, come scriveva Grazia Naletto sul Manifesto. L’alternativa, ove mai non ci fosse, la si può creare poi solida, compatta, efficace seguendo quei movimenti civici che Landini guida con attenzione e senza lo spirito distruttivo e narcisista dell'”uomo solo al comando”, con il contributo di uomini di grande spessore. Uomini che hanno per statuto la Costituzione ed hanno come slogan, unico e indiscutibile: “La Costituzione è la via maestra”. Con lui, infatti, si sono aggregati uomini come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà che vedono proprio nella Costituzione l’esprimersi di quegli strumenti (il nostro reale toolkit), ignorati dal governo, per superare i momenti difficili del nostro Paese.

E sì, perché deve essere chiaro a tutti che la crisi nazionale, legata a quella mondiale, va affrontata e combattuta all’interno delle istituzioni, della Costituzione appunto e delle leggi dello Stato. Una sorta di “guerra” tra la parte onesta del Paese e quella che pensa al proprio tornaconto cercato soprattutto fuori dalla legalità. Ed in questo nessuno dei tre “contendenti” può garantire quanto invece affermano e vogliono realizzare i sostenitori della riscossa civica.

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Le riforme del paradosso e la tartaruga

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Zénon! Cruel Zénon! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
(Paul Valéry, Le cimetière marin)

di Maria MORIGI

Festina Lente, Tempus edax Rerum” (Affrettati lentamente, il Tempo è divoratore)

“Ab esse ad posse valet, a posse ad esse non valet (consequentia)”. Principio logico che vuol dire: quello che esiste è possibile, quello che è possibile non è necessariamente esistente.

Questo invece è il paradosso di Zenone, V secolo a. C., riletto da Jorge Luis Borges.”Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla”.

Il paradosso matematico di Zenone mi auguro che sia stato risolto, perché anche se ci abbiamo provato a capirlo, poi avevamo rinunciato. Infatti se la nostra testa viene confusa quotidianamente dal problema dei migranti che ci tolgono il lavoro e da quello delle discoteteche assassine, ecco che la velocità fulminea che “tiene dietro al baleno” o “la procellosa e trepida gioia d’un gran disegno” diventano bagatelle.

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Il nuovo partito? Sì, ma con cervello e passione

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di Paolo Henrici DE ANGELIS

Vedo una gran voglia di un nuovo partito a sinistra (chiamatelo come volete). E noto anche tanti frettolosi tentativi di crearlo.

Fondare un nuovo partito è come sposarsi, pur sapendo che la maggior parte dei matrimoni si rompono o sono infelici: ci si dice che il nostro sarà diverso perché sarà dal basso, democratico, collegato ai movimenti (o sommatoria dei movimenti), veramente di sinistra, veramente ambientalista ecc. ecc. E già si mettono le mani avanti: no alla classe dirigente dei partitini, no alle nomenclature, società civile ecc.

Prima di disprezzare i partitini, bisognerebbe dimostrare di saper fare di meglio sul terreno proprio di un partito, la politica, l’organizzazione interna, i diritti degli iscritti, la partecipazione alle elezioni, la creazione di una classe dirigente di partito e di una leva di amministratori, di deputati, in prospettiva di uomini di governo capace e onesta (almeno).

Mi preoccupa che per ora la spinta al nuovo partito nasca in qualche modo per esclusione: base comune è essere incazzati con Renzi e pensare che sia imbattibile nel PD.

Renzi porta ancora più avanti una svolta moderata che per la verità parte da lontano e non si vede solo in Italia, anzi rappresenta una tendenza che è un approdo comune delle sinistre del continente europeo (il resto del mondo lo conosco in modo così vago che non ne parlo proprio).

Una tendenza che ha dietro di sé grandi forze, problemi e motivazioni. Renzi quindi non è un fungo malefico che ha invaso un organismo sano. Sono incazzato con lui, ma questa non è la base per un nuovo partito.

Un partito che nasca “per negazione” di quello che fa la parte preponderante della sinistra (non è più sinistra? chiamatela come vi pare) a mio parere sarà lacerato sulle scelte difficili.

Si parte con l’idea di essere “tra noi”, finalmente distaccati dai cattivi.

Poi si scoprirà che tra “noi” ce ne sono alcuni che non sono abbastanza “noi”: non sufficientemente radicali, o troppo; non abbastanza ambientalisti, o troppo; molto o poco comunisti; troppo per i diritti civili invece che per i diseredati, o il contrario; troppo settari, oppure troppo legati al mondo politico; chi troppo filo, chi troppo antiamericano; chi esita ad uscire da un partito che c’è per entrare in un’avventura incerta, chi non capisce come si faccia a non piantare Renzi, e così via.
Le vere spaccature poi vengono sulla politica delle alleanze, come è sempre stato. Possiamo decidere di non fare alleanze a costo di far vincere la destra (un po’ come i 5 stelle), oppure puntare a sfruttare anche il minimo spazio per governare. In mezzo, tutta la gamma delle opzioni possibili, e nessuno in grado di dire davvero quale sia giusta o sbagliata.

Di fatto il miglior partito possibile non può essere privo di ambizioni e interessi interni; e se governa, o anche solo se è influente, deve fare i conti con la forza delle idee moderate, con la influenza dei poteri economici, con la materialità degli interessi costituiti, con la realtà delle forze con cui si allea, tanto più quanto più è alto il livello del governo.

In più a volte assomigliamo alle caricature che fanno di noi gli avversari: settarismo, “tafazzismo”, atteggiamenti acidi e rancorosi, localismo, individualismo, incapacità di disciplina, sfogo di frustrazioni ecc. ecc.

Se si vuole fare un partito è necessario che abbia una leadership forte e coesa, in grado di guidarlo davvero. Non ne vedo le condizioni, adesso, e quindi eviterei di accelerare troppo il processo, ma anche di fare il processo anticipato ai leader esistenti.

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Il Catasto: una riforma che non arriva mai

atterraggio

di  Marzia BERNARDINI

Rinviata la Riforma del Catasto: il Governo dice: «Troppo alto il rischio di far aumentare le tasse», ma per chi di preciso?

Sulla decisione del Governo di rimandare la discussione della tanto attesa riforma del Catasto, sembra abbia pesato l’osservazione fatta da Daniele Capezzone (già radicale, adesso PDL).

Capezzone, in qualità di relatore della legge in Parlamento, pare infatti che abbia messo in guardia il Governo circa il rischio di un aumento generalizzato delle tasse sulla casa, provocando nuovi ed ulteriori salassi per le tasche degli italiani, in un momento già così difficile. E così il nostro Premier Renzi, ha deciso di togliere il relativo decreto dall’ordine del giorno del consiglio dei ministri, fino a data da destinarsi.

Ma davvero sarebbe un salasso a tappeto per le nostre tasche, oppure sarebbe un salasso solo per le tasche di qualcuno ed in particolare per chi le tasche ce l’ha già belle piene da un pezzo?

Vediamo qual è il succo di questa riforma, ma proprio in forma scarnificata, tralasciando categorie catastali e sigle e attenendoci semplicemente ai concetti fondamentali sui quali si fonda.

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Trafficanti di parole e spacciatori di menzogne

trafficanti

di Luca SOLDI

Paese strano il nostro, attraversato di continuo, da un capo all’altro, da destra e ora da quella che si credeva – e purtroppo qualcuno vuole continuare a credere – sinistra, da correnti continue che favoriscono non solo il propagarsi di batteri killer ma anche nuove categorie del genere umano che a quanto pare, sembra che non abbiano ancora ben chiara la storia recente del Paese.

Veri e propri trafficanti di parole. Ad alto valore aggiunto, come quelle dei pubblicitari. Più probabilmente veri e propri spacciatori di menzogne che mirano ad accreditare la tesi della “pericolosità” del Sindacato in Italia.

Distinte e graziose figure senza remore, senza rispetto che si accalorano, appunto, caldeggiando la tesi che vede, oggi, il movimento sindacale utile solo come dispensatore di un’accozzaglia di servizi per pensionati, e poco altro.
Pieno di tutori solo per chi ha diritti acquisiti e di centurioni pronti al sacrificio ed al sostegno solo per il pubblico impiego.
Magari, una congrega dispensatrice di sostegno ai “vagabondi” di ogni genere.
Elemento fastidioso per un’economia che, ormai risulta chiaro, trova la sua strada, solo lasciandola andare dove vuole.
Dopo la resa incondizionata, favorita dalla globalizzazione ( e dal ventennio berlusconiano) verso tutto quello che veniva espresso come inevitabile declino del settore manifatturiero.

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