Pare un castigo “divino”, ma quelle morti pesano solo sui potenti del mondo

Un profugo siriano porta suo figlio in braccio mentre nuota al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

Un profugo siriano nuota con suo figlio piccolissimo in braccio al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

 

di Luca SOLDI

Ancora morti, mentre ognuno di loro cullava la speranza di arrivare in Europa.
Questa volta quarantacinque esistenze distrutte in tre naufragi avvenuti nelle ultime ore.
E fra di loro ben venti bambini, sono morti.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all’1.30.
Un’imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell’isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera che però ha recuperato i corpi di sei bambini e di una donna.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell’isola Kalolimnos.
La polizia portuale ha recuperato 14 corpi (due bambini, 9 donne e 3 uomini); sono state salvate 26 persone. Continua a leggere

La tua banca è indifferente

bancacappio

di Roberto RIZZARDI

In questi giorni si parla molto del “salvataggio” delle quattro banche, di quanto la manovra possa essere un assist al padre di una “ministra” del governo e sul fatto che questo salvataggio sia avvenuto a spese di azionisti e obbligazionisti.

Il fatto da analizzare, però, è che quando una banca “va a remengo” non ci sono molte cose da fare e tutte quante, comunque, sono per qualche verso opinabili.

Per il salvataggio si sarebbe potuto ricorrere alla fiscalità generale, come con le banche francesi e tedesche, caricando sul groppone di tutti i relativi costi.
Si sarebbe potuto utilizzare il bail-in, come si è fatto, e far pagare azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila Euro.
Si sarebbe potuto fare un bel niente, lasciando fallire le banche facendo pagare ancora azionisti, obbligazionisti, correntisti (tutti, anche quelli con pochi Euro sul conto) e le vecchine con il libretto di risparmio, per non parlare di alcune migliaia di dipendenti messi in mezzo alla strada.
Qualsiasi cosa si fosse fatta sarebbe stata discutibile sotto qualche aspetto.
Il vero problema è come impedire che il management di una banca combini disastri come questo senza che nessuno vigili preventivamente.

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Visione politica, programma e metodo. Come lavora il MovES

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di Franz ALTOMARE

[Relazione presentata all’incontro “Possiamo cambiare le cose, un metodo per costruire un nuovo soggetto politico in Italia. Workshop su Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa” organizzato da Amici di Podemos – Roma. Roma 21 novembre 2015

Documento politico 004/2015/A]

In questo periodo assistiamo alla rinascita di un fermento politico che si diffonde a diversi livelli nella società civile e vede la nascita di numerosi movimenti politici nuovi e di gruppi auto-organizzati.
Questo fermento risponde a un bisogno di partecipazione politica particolarmente sentito, per due ragioni specifiche:

1) La prima è una ragione congiunturale, ovvero la grave crisi economica che attanaglia l’Italia e altri paesi dell’Europa meridionale, come la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La Grecia che finora ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto di quelle politiche criminali, perché tali devono essere definite, e che sono alla base della governance europea.
In realtà la crisi nasce come crisi finanziaria che progressivamente diventa crisi economica, ovvero crisi della domanda e dei redditi e infine degenera in una crisi sociale sofferta in primo luogo dalle classi lavoratrici sfruttate, disoccupate e precarie e a seguire dal mondo del lavoro autonomo e dalla piccola e media impresa.

2) La seconda ragione che spiega il bisogno diffuso di partecipazione politica è LO SVUOTAMENTO DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE E LA CESSIONE DI SOVRANITA’ degli stati ad una governance sovranazionale costituita dalla Commissione Europea, dalle banche private con in testa la BCE e dal FMI.
In sostanza succede che il voto dei cittadini è diventato una farsa utile solo per una legittimazione formale di un potere che non rappresenta gli interessi della società nel suo insieme.

Chiunque vinca le elezioni non governa ma amministra secondo le direttive imposte dall’autorità europea: questo lo abbiamo visto con drammatica evidenza in Grecia e lo vediamo, naturalmente, in Italia.
Ma non siamo qui per parlare in maniera diretta della crisi e delle sue cause. Rispettiamo il tema di questo incontro: Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa.
Si pone qui il problema del soggetto politico, o della soggettività politica.

Si parlerà del metodo organizzativo e della democrazia interna o partecipativa di un movimento che ha come obiettivo di rappresentare un’alternativa reale alle politiche dell’austerity e al difetto di democrazia connaturato ormai al quadro di potere nazionale ed europeo e che crea un forte divario tra obiettivi politici ed economici e la ragionevole possibilità di metterli in pratica e realizzarli per qualsiasi soggetto politico.

È necessario fare però un discorso coerente e comprensibile su alcune contraddizioni che risaltano in maniera eclatante: come mai a fronte di un dissenso popolare molto ampio contro le politiche dell’austerity non corrisponde a livello democratico una forza politica organizzata per contrastare le politiche neoliberiste e porsi come alternativa valida a una diversa concezione della politica e dell’economia che vada in direzione dei bisogni delle grandi masse?

E soprattutto, perché anche quando non c’è questa frammentazione caotica di partiti e si riesce a compattare una piattaforma politica apparentemente unitaria e alternativa, come avvenuto in Grecia, anche in quel caso il risultato politico si traduce in un fallimento e in una resa sostanziale della democrazia a un altro ordine politico e finanziario, che di democratico non ha davvero niente?

È evidente allora che il problema della SOGGETTIVITA’ POLITICA non può e non deve essere ridotto al solo metodo organizzativo del movimento .
Non possiamo illuderci che uno stile apparentemente nuovo nella comunicazione, ma vecchio per quanto riguarda l’accettazione di fondo del sistema di potere, possa alla lunga mantenere un consenso facilmente ottenuto con arringhe di sapore populistico, ma senza nessuna sostanza di proposte serie che affrontino i problemi nella consapevolezza di poterli risolvere.

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La sinistra deve mettere l’uscita della Gran Bretagna dalla UE all’ordine del giorno

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di Owen JONES

[traduzione dell’articolo apparso sul The Guardian “The left must put Britain’s EU withdrawal on the agenda]

I progressisti dovrebbero essere sconvolti dalla rovina della Grecia nell’Unione Europea. E’ tempo di reclamare per noi la causa euroscettica.

All’inizio, solo pochi hanno immerso le dita dei piedi nell’acqua; poi gli altri, esitanti, hanno seguito l’esempio, tutto il tempo a guardare gli altri in cerca di rassicurazione. Per come è stata imposta l’austerità che ha devastato la Grecia, nei termini che Yanis Varoufakis ha definito come una “occupazione postmoderna”, per come è stata rovesciata la sua sovranità, costringendola ad attuare ancora delle politiche che non hanno ottenuto nulla, se non la rovina economica, a sinistra in Gran Bretagna si stanno rivoltando contro l’Unione europea, e in fretta.

“Tutto bene se l’Unione europea si ritira; tutto il male se diventa egemonica con violenza”, scrive George Monbiot, spiegando il suo voltafaccia. “Tutta la mia vita sono stata pro-Europa”, dice Caitlin Moran, “ma vedendo come la Germania sta trattando la Grecia, la sto trovando sempre più sgradevole.” Nick Cohen ritiene che l’Unione europea viene rappresentata “con una parte di verità, come una crudele, fanatica e stupida istituzione”. “Come può supportare la sinistra ciò che è stato fatto?” Chiede Suzanne Moore. “L’Unione europea. Non nel mio nome “. Ci sono anche autorevoli esponenti del Labour a Westminster e Holyrood privatamente in movimento per una “posizione di uscita”.
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La Grecia senza illusioni

di Yanis VAROUFAKIS

[traduzione del suo articolo su Project Syndicate “Greece without illusions]

“Il più costoso rimpasto di governo nella storia della Grecia”.
Questo è almeno uno dei modi per descrivere il risultato delle elezioni politiche greche del 20 settembre. Infatti, con poche eccezioni, gli stessi ministri sono tornati ai medesimi uffici come parte di un’amministrazione sostenuta dalla stessa strana coppia di partiti (Syriza, di sinistra e il più piccolo partito di destra dei Greci Indipendenti), che ha ricevuto soltanto una quota leggermente inferiore di voti rispetto alla precedente amministrazione.

Ma questo aspetto di continuità è fuorviante. Mentre la percentuale dei votanti che appoggiano il governo è relativamente invariato, seicentomila dei 6,1 milioni di greci che hanno votato al referendum 5 luglio sul seguire o no la politica di prestiti “extend and pretend” con severi vincoli di austerità severe a questi collegati sono rimasti a casa.
La perdita di così tanti elettori, in poco più di due mesi, riflette il drastico cambiamento di umore dei votanti – da appassionato a triste.

Lo spostamento riflette il mandato che il primo ministro Alexis Tsipras ha chiesto e ottenuto. Lo scorso gennaio, quando mi trovavo con lui, abbiamo chiesto agli elettori di sostenere la nostra determinazione a porre fine ai salvataggi che ampliano il debito, i quali avevano spinto la Grecia in un buco nero e venivano gestiti come modello per politiche di austerità in Europa. Il governo che è stato rieletto il 20 settembre ha il mandato opposto: di attuare un programma di salvataggio basato sull’estensione del debito – anzi, la sua variante più tossica che mai.

La nuova amministrazione Tsipras lo sa. Tsipras capisce che il suo governo sta pattinando sul ghiaccio sottile di un programma di bilancio che non può avere successo e di un programma di riforme che i suoi ministri detestano. Mentre gli elettori preferiscono saggiamente che lui e il suo gabinetto, piuttosto che l’opposizione conservatrice, attuino un programma che la stragrande maggioranza dei greci detesta, la realtà del programma di austerità metterà alla prova la pazienza della gente.

Il governo Tsipras è impegnato a promulgare una lunga lista di misure recessive. Voglio evidenziare tre punti della valanga fiscale che ci attende: più di 600.000 agricoltori saranno chiamati a pagare imposte addizionali arretrate per il 2014 e di anticipare oltre il 50% delle imposte stimate del prossimo anno. Circa 700.000 piccole imprese (compresi i lavoratori a basso salario che sono costretti a operare come fornitori di servizi privati) dovranno anticipare il 100% (sì, avete letto bene) delle tasse del prossimo anno. A partire dal prossimo anno, ogni commerciante dovrà affrontare una tassazione del 26% del primo euro che guadagna – pur essendo tenuto ad anticipare nel 2016 un 75% del totale delle tasse del 2017.
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Grecia: riflessioni dopo la battaglia

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di Pablo Bustinduy AMADOR

[traduzione dell’articolo – del 1 settembre 2015 – del Segretario delle relazioni internazionali di Podemos a cura di Serena Corti]

La risoluzione della crisi greca ha gettato nella disperazione molti di coloro che lavorano per il cambiamento democratico in Europa. Va detto senza mezzi termini : il terzo memorandum è una grave battuta d’arresto, il cui prezzo continuerà a venir pagato dal popolo greco con anni di sofferenze e di austerità, e comporta una disillusione in coloro che credono e sperano nella costruzione di un’Europa democratica e sociale.

Si tratta di un accordo dannoso frutto dell’ideologia politica e finanziaria dei creditori che non cercano di difendere gli interessi generali della Grecia né dell’ Europa, ma di rafforzare il controllo politico e finanziario della Germania e neutralizzare ogni possibilità di alternativa politica nella periferia europea. Tuttavia, una volta espresse queste premesse, penso che sia necessario elencare una serie di osservazioni sul contesto europeo attuale e sulle prospettive che si aprono per tutte le battaglie successive.

1- In Europa c’è un conflitto globale tra austerità e democrazia, che colpisce tutti i settori della vita politica e sociale e che determinerà gli orizzonti, le capacità e le possibilità di una azione politica di trasformazione per i decenni a venire. È essenziale rendersene conto e comprenderlo: Alexis Tsipras non si è scontrato con le forze conservatrici dell’ordine costituito, ma con uno status quo dinamico, che è in fase di ridefinizione e trasformazione. Siamo in un periodo di profonda, complessa transizione geopolitica e a seconda dell’entità del quadro, della scala del tempo e dello spazio che adotteremo per spiegarla, la prospettiva di quanto è successo in Grecia cambia notevolmente.

La lettura specifica della situazione – una dolorosa sconfitta – può far cadere nel fatalismo, che offusca la comprensione ed è nemico dell’analisi: in una lunga prospettiva, sistemica, le forze della democrazia devono riorganizzarsi, riconoscere i progressi – che sono molti – e le battute d’arresto di questi ultimi sei mesi, e muoversi in direzioni che possono costituire le prossime battaglie, nelle condizioni più favorevoli. L’ordine stabilito è in movimento, e rimane aperta la possibilità di una profonda trasformazione politica che ponga fine all’ austerità e aumenti la democratizzazione della nostra vita economica, politica e sociale. Basta guardare a quello che sta succedendo nelle primarie laburiste e democratiche, o quanto è successo nelle elezioni turche, in Scozia o nelle città spagnole: la prospettiva di un cambiamento, grazie in gran parte al processo greco, è oggi più aperto rispetto a un anno fa.

2 – La maggior parte delle reazioni e dei commenti sulla risoluzione della crisi greca si sono sviluppati da un punto di vista morale: tradimenti, capitolazioni, coraggio, declinazioni di volontà . Si tratta di una tendenza logica e istintiva, ma è anche la causa della povertà strategica della maggior parte delle analisi compiute sul caso. Occorre essere gelidamente materialisti adesso: pensare allo scenario, pesare le forze, capire cosa è successo, e analizzare quali sono i margini che rimangono aperti, e quali sono quelli che sono stati chiusi, quelli che possono essere aperti o meno. Tutto il resto è letteratura, drammatizzazione, ed è inutile per la politica (o almeno non la politica che ci interessa).

3 – E’ inutile analizzare la sconfitta del governo greco in termini di ” volontà”, come se Tsipras non avesse voluto andare al di là di quanto ha realizzato, come se gli fosse mancato il coraggio di attuare un piano B che nessuno conosce a fondo nè può definire esattamente. In un paese che importa una parte sostanziale di cibo e medicinali consumati, e più di due terzi dell’energia, un paese in rovina che ha perso due terzi del proprio sistema produttivo nei lunghi anni di austerità, in un paese con il sistema bancario soffocato dalla BCE, senza riserve in valuta estera, e senza possibilità di finanziarsi da soli nei mercati o nelle istituzioni internazionali, il margine di trattativa nell’ora X delle decisioni purtroppo ha rivelato tutti i suoi limiti strutturali.

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Scandalo Volkswagen: il mito di un rigore aziendale e nazionale apparente

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di Marcello COLASANTI

Lo scandalo legato ai motori diesel Volkswagen, dove un software nella centralina del motore riconosce quando la vettura è sottoposta a controllo e, solo in questa fase, regola le emissioni secondo gli standard di legge – dato che tali motorizzazioni appartengono a tecnologie non recenti ma vendute come tali – getta nello sconcerto molte persone, soprattutto quelli che vedono nel marchio e nell’industria tedesca l’emblema della serietà e del rigore.
In realtà, c’è ben poco da stupirsi: da sempre il Gruppo Volkswagen, spesso in concorso con il governo tedesco e i lander federali, sono venuti meno alla famosa “serietà” teutonica.
Due casi sono piuttosto rilevanti.

Il più clamoroso è legato alla famosa “Legge Volkswagen”. Per blindare l’azienda da possibili scalate, soprattutto estere, una legge del 1960 disegnata appositamente per Volkswagen, limitava il peso del voto di ciascun azionista al 20%, anche se quest’ultimo deteneva una quota maggiore; la Repubblica federale e il Land della Bassa Sassonia, che detengono il 20% del capitale azionario, avevano ciascuno due membri del consiglio di sorveglianza in più; infine, una minoranza di blocco posta al 20% del capitale (guarda caso la stessa detenuta dallo Stato tedesco) per porre un veto alle decisioni rilevanti della società, quando per tutte le altre aziende tedesche questo è posto al 25%.
Per anni la commissione europea ha criticato aspramente queste norme che, oltre a essere leggi “ad aziendam”, ne minano le più basilari regole di libero mercato.

Le uniche modifiche che furono apportate riguardavano il numero dei membri del consiglio di amministrazione e le limitazioni di voto, mentre per il veto, la Germania fu legittimata dalla Corte di Giustizia Europea a mantenere intatta la “legge Volkswagen”, salvando così il diritto di veto per la Bassa Sassonia, anche se questo è formalmente contrario agli standard europei; abbiamo già avuto modo di vedere il “peso e misura” differente dell’Unione Europea nei confronti della Germania: in questo caso, anche sulla Volkswagen.
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Un messaggio per il signor Renzi

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di Yanis VAROUFAKIS

[Traduzione dal suo blog della risposta di Yanis Varoufakis alle affermazioni di Matteo Renzi nel corso della direzione del Partito Democratico]

Il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è molto contento di essersi sbarazzato di me – prendendo a esempio la mia “rimozione” dalla “scena” come un segnale che coloro che dividono un partito – gli apostati – sono buttati fuori. La sua è una pia illusione. Lo scorso Luglio “loro” si sono sbarazzati di qualcosa di molto più importante di me. E questo è il mio messaggio per il presidente del Consiglio italiano.

Il signor Renzi mi presenta come un apostata che ha lasciato SYRIZA ed è ora in un deserto politico. La verità è molto più sobria. A differenza di alcuni miei compagni, io sono rimasto fedele alla piattaforma SYRIZA che ci ha visti eletti il 25 gennaio, in quanto partito unito che ha portato speranza ai greci e all’Europa dei popoli. Speranza per cosa?

Speranza per la fine del sistema dei salvataggi basati sui prestiti “extend and pretend“, che costano cari agli europei, e che hanno condannato la Grecia a una depressione permanente e che hanno permesso di minacciare politiche fallimentari per il resto dell’Europa.

Che cosa è successo? Sotto l’estrema minaccia dei capi di Stato e di governo europei, tra cui il signor Renzi (che ha rifiutato di discutere ragionevolmente le proposte greche) il mio primo ministro, Alexis Tsipras, è stato soggetto il 12 e 13 Luglio all’insopportabile prepotenza, al nudo ricatto, a pressioni disumane. Il signor Renzi ha svolto un ruolo centrale nell’aiutare a spezzare la resistenza di Alexis, con la sua tattica di “poliziotto buono”, sulla base del racconto “Se non ti arrendi, vi  distruggeranno – accetta, per favore”. Io e Alexis divergevamo in quanto non eravamo d’accordo sul fatto se “loro” stessero bluffando oppure no, e se noi, in ogni caso, avevamo il diritto morale di firmare un altro accordo impossibile , consegnando le chiavi di ciò che resta dello stato greco alla spietatezza della troika.

Che era, è e rimane una contrarietà tra me e Alexis.

Dopo quel disaccordo, Alexis è stato costretto ad una svolta nella politica di SYRIZA sul salvataggio mediante l’estensione del prestito (che per la prima volta nella storia del SYRIZA, accoglie come necessario il male) e, di conseguenza, una gran parte di membri del partito ha deciso di non seguire lo stesso percorso. E non è stato solo il segmento di Unità popolare che ha lasciato. Sono state persone come Tasos Koronakis, segretario del partito, io e molti altri, che non hanno mai condiviso Unità popolare.

Non siamo “apostati”, siamo compagni che non sono d’accordo sul fatto che SYRIZA dovrebbe diventare il nuovo PASOK, che si sono rifiutati di unirsi alla schiera dei piccoli partiti, come Unità Popolare, e che hanno scelto di non candidarsi in questa triste elezione parlamentare, che non potrà produrre un parlamento in grado di attuare un valido programma di riforma per la Grecia.

E torniamo al signor Renzi. Signor Renzi, ho un messaggio per lei: può gioire per tutto il tempo che vuole per il fatto che io non sono più ministro delle finanze, anche in Parlamento. Ma non si è “sbarazzato” di me.

Io sono vivo e vegeto politicamente, come le persone che si trovano in Italia mi ricordano quando cammino per le strade del vostro splendido paese. No, quello di cui  si è sbarazzato, partecipando a questo vile colpo di Stato contro Alexis Tsipras e la democrazia greca nel luglio scorso, è stata la sua propria integrità come democratico europeo. Forse anche della sua anima. Per fortuna, questo non è irreversibile.

Ma è necessario fare una profonda ammenda.

Non vedo l’ora di vederla tornare nei ranghi dei democratici europei.

 

 

Malinconia greca. I deboli accettano quello che devono accettare?

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Una legge naturale spinge a dominare chi puoi sopraffare

Tucidide, il Dialogo dei Meli, in La Guerra del Peloponneso

di Massimo RIBAUDO

No, non ce la faccio per la terza volta a urlare un grido che non era da stadio, non era tifoseria. Era ribellione, era sperare e contribuire a sperare che si sarebbe spezzata la grigia catena del “non ci sono alternative”. Che qualcuno finalmente avrebbe impedito ai ragionieri della politica di applicare le loro regole ferree. “La democrazia finisce dove inizia l’insolvenza”: questa è la regola dei forti. Di Jeroen Djiissembloem e Wolfgang Schauble. Dei sempre più forti, perchè gli altri sono deboli.

Perché lo stato, oggi, è sottoposto alle regole privatistiche che vogliono che i servizi pubblici siano deficit, e i salvataggi bancari siano una funzione pubblica.

Quel grido era fatto di nomi e parole greche. Syriza, Alexis, Oxi.

Quando dite: “non poteva fare diversamente”, dite che ha ragione Margareth Thatcher. Non si può fare diversamente. Se le banche chiudono, un referendum, che nelle parole di Alexis Tsipras, doveva insegnare la dignità di una nazione al mondo – e, visto il suo risultato, lo ha fatto – non ha nessun valore.

Certo, Syriza, che ha vinto nuovamente le elezioni greche, potrà amministrare in modo più onesto il bilancio pubblico. Ma le regole per amministrarlo, sono quelle imposte dalla Troika. Privatizzazioni. Deregolamentazioni. Potere delle banche straniere. I soldi sono quelli per creare una partita di giro che li riporta alle banche greche, francesi e tedesche. Non possono creare sviluppo in Grecia. Ci proverà, ne sono certo. Ma dentro la prigione del debito è impossibile riuscirci.

E i tagli saranno quelli imposti dal memorandum di intesa. Ora, nessuna vittoria elettorale può negarlo.

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Pablo Iglesias: benvenuto Jeremy Corbyn. Camminiamo insieme!

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di Pablo Iglesias

[Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, saluta la vittoria alle primarie del partito laburista di Jeremy Corbyn. E si affianca a lui nella lotta contro il modello ideologico e politico del capitalismo finanziario. Traduzione dal suo articolo su The Guardian]

Risulta sorprendente, paradossale, e anche ironico, che gran parte dei media stiano confrontando il veterano laburista Jeremy Corbyn a noi di Podemos. E, senza dubbio, hanno tutte le ragioni per farlo. Ma cosa può avere in comune il nuovo leader del vecchio partito politico fondato dai sindacati britannici con un movimento nato appena 18 mesi fa in Spagna? In sostanza una cosa: il fallimento della “terza via” liberal-socialista.

Si è spesso detto del mio partito che rappresentiamo gli indignati, gli oltraggiati.
Questo non è sbagliato, ma è solo la metà di una spiegazione. Questo movimento in Spagna è l’espressione del fallimento del neoliberismo, l’ideologia politica che ha distrutto le protezioni sociali, l’industria e i sindacati, ha prodotto le bolle peculative e il consumo basato sul credito, e non si è dimostrato in grado di fornire soluzioni accettabili quando la crisi finanziaria ha accelerato la distruzione dei servizi pubblici impoverendo i lavoratori e la classe media. Quando la crisi ha colpito la Spagna, il PSOE partito socialista, tradizionalmente identificato con lo stato sociale, era al governo e non è riuscito a fornire un’alternativa.

Non solo il partito socialista spagnolo non ha saputo reagire come socialista, ma non ha neanche avuto il coraggio di rifiutare le politiche di austerità e di riduzione della spesa pubblica o di offrire un minimo di programma keynesiano di salvataggio. Il primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero, semplicemente, si è arreso alla crisi, accettando le stesse misure che avrebbe approvato un governo conservatore. Lui stesso ha ammesso in un suo libro di memorie che sapeva che le misure che ha preso gli sarebbero costate le elezioni e la leadership del suo partito.

Questo fallimento ha contribuito a una percezione pubblica dei due maggiori partiti spagnoli come quasi identici; essi incarnavano l’élite politica privilegiata, mentre i tagli imposti al welfare hanno impoverito la maggioranza della popolazione. La più grande espressione sociale della conseguente disaffezione del popolo è stato 15-M, un movimento il cui messaggio principale è stato il rigetto per l’élite politica ed economica. Podemos è diventato solo l’espressione politico-elettorale di quel movimento perché il partito socialista spagnolo è apparso a molti elettori come i conservatori del partito popolare.

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