Pare un castigo “divino”, ma quelle morti pesano solo sui potenti del mondo

Un profugo siriano porta suo figlio in braccio mentre nuota al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

Un profugo siriano nuota con suo figlio piccolissimo in braccio al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

 

di Luca SOLDI

Ancora morti, mentre ognuno di loro cullava la speranza di arrivare in Europa.
Questa volta quarantacinque esistenze distrutte in tre naufragi avvenuti nelle ultime ore.
E fra di loro ben venti bambini, sono morti.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all’1.30.
Un’imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell’isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera che però ha recuperato i corpi di sei bambini e di una donna.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell’isola Kalolimnos.
La polizia portuale ha recuperato 14 corpi (due bambini, 9 donne e 3 uomini); sono state salvate 26 persone. Continua a leggere

Basta!

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di Ivana FABRIS

Non riesco a non pensare a lui.
Non faccio che chiedermi se avrà sofferto, se si sarà reso conto, se avrà avuto paura.
Sì, parlo di Aylan, la cui immagine ha devastato tutti quelli che ancora provano una morsa dentro ogni volta che pensano alla disperazione del popolo siriano come a quella del popolo palestinese e a quella di ogni popolo che soffre una guerra che non ha voluto.

La guerra…non possiamo nemmeno pensarci senza provare angoscia, se non addirittura terrore.
Eppure siamo al sicuro, ci sentiamo fortunati ma il più delle volte non comprendiamo che non si possa volgere altrove lo sguardo e tirare un sospiro di sollievo solo perchè non ci investe direttamente il fatto che, in paesi lontani, vite umane si spezzano come fossero matite di carta che qualcuno accartoccia con ferocia tra le dita.

Abbiamo paura di renderci conto che nessuno è salvo, che nessuno si salva da solo.
Qualcuno si illude che sia così, qualcun altro addirittura gioisce di queste morti e su questi non entro nel merito, non sono neanche degni di avere la mia rabbia, posso solo compiangere la loro sconfitta, il loro assoluto fallimento come esseri umani.

No, a me importa riflettere su chi, tra noi, ancora prova dolore per quei bambini morti ma poi recita una parte, poi finge con se stesso che tanto non gli sta succedendo in prima persona, che tanto non può nulla contro tutto questo orrore.
Non siamo mostri e quelle immagini e quelle informazioni comunque dentro lavorano e la coscienza, la civiltà che diciamo di aver acquisito insieme a quel po’ di sensibilità e di empatia che ancora residuano, ci portano inevitabilmente a sentirci colpevoli.
Non di rimanere vivi, non di essere fortunati a non vivere in paesi che vedono fame, miseria, dolore e morte.
Ci sentiamo colpevoli di non reagire.

In giro per la rete si legge un po’ ovunque un moto di dolore collettivo per l’immagine del corpicino di Aylan riverso sull’arenile.
Sembrerebbe dormire come tutti i bambini della sua età, a pancia in giù, sereno.
Ma basta un attimo e gli occhi corrono all’acqua che lambisce il suo corpo e alla sabbia bagnata che sporca il suo faccino.
Ed è a quel punto che l’orrore allaga la mente.
Un orrore senza confini che in un attimo si tramuta in dolore, in una sorda disperazione.

Ed è a quel punto che il senso di impotenza si fa spazio, perchè è a quel punto che ognuno di noi, capisce che non abbiamo la capacità di raccogliere tutto il dolore collettivo e per farne uno strumento che possa gridare un BASTA! da ogni paese del mondo.

Così, il vuoto si appalesa nella mente.
Un istante di vuoto in cui molti sentono di avere il dovere di gridare quella semplice parola e la gridano, ma non contro quei governi che stanno provocando le migrazioni di questi popoli ormai alla disperazione assoluta, non contro chi foraggia l’ISIS, non contro chi genera morte a danno di un’umanità fatta di migliaia e migliaia di bimbi come Aylan.
Non la gridano contro l’ONU che si prende tutto il tempo che le comoda per porre fine ad un genocidio, non contro la UE che non solo finge che il problema non la riguardi ma che addirittura attraverso alcuni dei suoi paesi appartenenti, fa affari con i signori della guerra vendendo loro armi e soprattutto non lo gridano contro il capitalismo che col suo imperialismo sta trascinando milioni di innocenti verso una fine atroce.
No. La gridano, invece, contro chi mostra la foto di Aylan.

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Non potete girare la testa dall’altra parte

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di Luca SOLDI

Lo shock delle foto di questi bambini violati dall’indifferenza, non può lasciare indifferenti.

Una racconta, nello spazio di un istante, una delle tante storie di guerra avvenute in Vietnam, nel piccolo villaggio Trảng Bàng, nella provincia di Tây Ninh.
Racconta di un finimondo arrivato in un istante. Della terra che trema e subito dopo brucia avvolgendo tutto e tutti. Poco importa sapere che si sia trattato di bombardamento fatto per errore. Di vietcong non c’era nemmeno l’ombra, ma l’effetto fu devastante.

Il fotografo Huynh Cong «Nick» Ut che si trovava per dei reportage nella zona, quando vide arrivare i superstiti del bombardamento non riuscì altro che a fare istintivamente alcuni scatti alla piccola Kim che si era strappata i vestiti in fiamme e completamente nuda stava fuggendo e gridando.

Subito dopo trasportò i bambini della foto nel più vicino ospedale e si assicurò che venissero curati.

L’immagine di quella bambina che gridava, urlava dal dolore fece il giro del mondo e svegliò tante coscienze distratte tanto da diventare il simbolo dell’infamia della guerra.

Allo stesso modo, oggi, nel 2015, nella stessa indifferenza di molti il mondo globalizzato viene raggiunto dall’immagine di un altro bambino. Questa volta senza vita, depositato, in modo pietoso, dalle onde del mare sulla dorata spiaggia di Bodrum, in Turchia.

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A faccia in giù, solo lambito dall’acqua che insieme all’indifferenza degli uomini lo ha ucciso.

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La solidarietà è la nostra arma. Sul terzo memorandum in Grecia

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di Francesca COIN

Un reportage da Atene, da Pedio tou Aeros, per capire che aria tira in Grecia e per conoscere la lezione di civiltà che la solidarietà greca sta impartendo all’Europa.

[Pubblicato l’11 agosto 2015 su Effimera]

* * * * *

Atene, Grecia.

Una lastra di cemento bagnata dal sole.

Cemento e asfalto, sopra e sotto, file di condomini costruiti durante la dittatura, identici e ossessivi, sempre sole, dentro e fuori i condomini, sempre sole sull’asfalto, sempre sole senz’aria.

Siamo a Pedio tou Areos, oramai da diversi giorni. Pedio tou Areos è un parco nel centro città in cui decine di tende sono diventate casa per centinaia di rifugiati in arrivo dall’Afghanistan e dalla Siria. Ci sono quaranta gradi anche dentro le tende, forse di più, ci sono quaranta gradi nel parco. Ci sono quaranta gradi nei bagni, di quelli di plastica che sanno di formaldeide, sei per cinquecento persone, ci sono quaranta gradi nella tenda per l’assistenza medica, quaranta gradi nei furgoncini che portano il cibo, quaranta gradi e centinaia di persone, anzitutto donne e bambini ma anche uomini giovani, e poi turisti politici come li chiamano, joggers, giornalisti e fotografi, tossici e spacciatori, anziani finiti sulle strade, ex carcerati, accattoni, prostitute e pastori.

I numeri li ha dati in questi giorni l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: un quarto di milione di profughi sono arrivati in Europa dall’inizio del 2015 e di questi più della metà sono arrivati in Grecia, anzitutto nelle isole di Lesvos, Chios, Kos, Samos e Leros. Un aumento del 750% rispetto allo scorso anno – tale è l’effetto non tanto di un cambio nelle rotte migratorie ma della guerra diffusa in Siria, Afghanistan, Libia e ora Turchia.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite parla di crisi umanitaria e chiede al governo ellenico di porle soluzione.

Evidentemente all’Alto Commissariato sono stati in vacanza negli ultimi cinque anni e nessuno gli ha detto che la Grecia è in bancarotta – la Grecia è stata strangolata e addirittura secondo la testata Ekathimerini nel mese di Agosto sarà in grado di pagare solo il 10% dei beni importati. In Grecia nessuna crisi umanitaria troverà soluzione: laddove il debito si avvita le crisi non finiscono ma proliferano e si moltiplicano come le malattie.

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