Denudiamo chi ci opprime

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di Nello BALZANO

I lavoratori di AIR FRANCE, per la mia personale opinione, sono gli autori della prima vera battaglia contro il capitalismo, contro il liberismo che non rispetta più niente e pensa di sottomettere le persone sparando le cartucce dei loro freddi numeri.

Sì, questi lavoratori hanno fatto qualcosa, a mio giudizio se ben interpretato, di eccezionale. Non so se consapevolmente o no, ma io propendo per la prima ipotesi.

Hanno agito, pur se con la ragione accecata dalla rabbia di dover essere tra i 2900 da licenziare, secondo la compagnia aerea, ma non hanno usato la violenza fisica che facilmente poteva diventare l’arma che chiunque poteva aspettare di vedere.

Hanno compiuto un gesto altamente simbolico: hanno strappato di dosso la divisa di qualche soldato del piccolo, ma forte esercito finanziario comandato da pochi generali senza scrupolo, quelli vestiti in giacca, camicia e cravatta che con le loro armi del denaro, non uccidono il fisico, ma annichiliscono le menti.

Li hanno denudati e lasciati scappare, senza infierire, ma ferendoli nella dignità.

Io voglio dare questa lettura, perché può essere l’inizio di una nuova storia, che forte delle violenti lezioni del passato, fa comprendere come non si deve uccidere, ma umiliare.

Sbaglia il presidente Hollande a giudicare questo episodio, come un appannamento della democrazia francese, non è così. La democrazia francese l’ha offesa lui lasciando sola la Grecia contro il terrorismo dell’Eurogruppo e della BCE. L’ha offesa Schultz volendo mistificare il valore del referendum greco. Invece, per me, siamo di fronte a una grande lezione di civiltà, perché alla Potenza del denaro, si risponde con l’intelligenza della forza della ragione. Che denuda chi ci opprime.

VIVA LA FRANCIA, VIVA I LAVORATORI FRANCESI, VIVA I LAVORATORI DI TUTTA EUROPA

Varoufakis: dalla Francia lancio una rete progressista europea contro l’austerity e per la democrazia

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[Prima di partecipare alla Festa della Rosa di Frangy-en-Bresse, Yanis Varoufakis concede una breve intervista al Journal du Dimanche – JDD.  Ecco la traduzione dell’intervista di Cécile Amar]

Come interpreta le dimissioni di Alexis Tsipras?

Il 12 luglio, contro il mio parere e quello di molti altri membri del governo e del partito, Alexis Tsipras ha deciso di accettare le misure di austerità proposte dallEurogruppo nel vertice europeo. Che vanno in contrasto con tutta la filosofia di Syriza. La sua maggioranza si è ribellata. La sua conclusione è stata semplice: se vuole ripulire il partito, ha bisogno di nuove elezioni.

Lei sarà candidato?

No, non voglio essere un candidato a nome di Syriza. Syriza ora sta adottando la dottrina irrazionale alla cui mi sono opposto per cinque anni: estendere ulteriormente la crisi e sostenere che si è risolta, pur mantenendo un debito impagabile . Sono stato estromesso perché io stesso mi opponevo.

E’ proprio contro questa logica che avevo già rotto con Papandreou. Alexis Tsipras aveva scelto me perché gli si opponeva. Ora che ha accettato la logica che respingo, non posso essere candidato.

Al momento che questo piano è stato messo a punto, Hollande ha detto che la Grecia si sarebbe salvata. Aveva torto?

(Ride). Credo che Francois Hollande sia profondamente, sostanzialmente bloccato. Nicolas Sarkozy ha già detto nel 2010 che la Grecia è stata salvata. Nel 2012, la Grecia è stata salvata. E ora, siamo ancora salvi! Questa è una tecnica per nascondere la polvere sotto il tappeto facendo finta che non ci sia più. L’unica cosa fatta, il 12 luglio, è stato infliggere un grande schiaffo alla democrazia europea. La storia giudicherà severamente quello che è successo quel giorno e soprattutto i nostri leader che continuano questa farsa.

Perché dice che l’obiettivo dei creditori e di Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco, è in realtà la Francia?

La logica di Schäuble è semplice: la disciplina è imposta alle nazioni in deficit. La Grecia non è poi così importante. Il motivo per cui l’Eurogruppo, la troika, il Fondo monetario internazionale hanno speso così tanto tempo per imporre la propria volontà su una piccola nazione come la nostra, è che siamo un laboratorio di austerità. Ciò è stato sperimentato in Grecia, ma l’obiettivo è ovviamente quello di infliggerlo alla Francia, per il suo modello sociale, il suo diritto del lavoro.

“Nei vertici europei, la Francia non ha alcuna autorità”

Mentre era ministro, come si comportava la Francia?

All’interno dei vertici europei, in seno all’Eurogruppo, ho sentito che il governo francese non aveva alcuna autorità per difendere o addirittura presentare semplicemente il proprio punto di vista e perchè venga tenuto in conto nel processo di negoziazione. Sono cresciuto con l’Illuminismo, l’idea che anche la Francia è stato fondamentale nella creazione dell’Unione europea. Nell’avere tutto questo in mente, il silenzio dei francesi, sia di Michel Sapin all’interno dell’Eurogruppo, il fatto che una posizione diversa francese non è mai stata assunta ha provocato in me una grande tristezza.

Vuole lanciare un movimento europeo contro l’austerity?

A Frangy, lancerò una rete progressista europea. Nei giorni terribili della dittatura greca, i nostri genitori e nonni erano in Germania, Austria, Canada, Australia, per la solidarietà espressa verso la sofferenza greca. Non vengo in Francia per chiedere solidarietà alla Grecia. Ma i problemi che ha di fronte la Francia sono uguali come altrove. I francesi e i cittadini di altri paesi sono preoccupati per quello che ho da dire, perché sono preoccupati per lo stato della democrazia, l’economia, le prospettive future.

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Se lei fosse il primo ministro in Grecia o Arnaud Montebourg fosse presidente della Repubblica in Francia, sarebbe davvero diverso?

Non è una questione di persone. Sono sicuro che ci sono persone valide nel governo francese e altrove. I cittadini devono riappropriarsi del cammino europeo. Se i tedeschi, i francesi, gli italiani, gli olandesi, gli spagnoli diventassero consapevoli della totale mancanza di responsabilità e opacità dei loro capi nei confronti dell’elettorato, si sarebbero già svegliati e chiederebbero che vada in modo diverso. Dobbiamo rilanciare il dialogo e ripristinare ciò che è stato perso completamente: la democrazia.

(immagine dal web)

Alexis Tsipras: è la vittoria di tutto il popolo greco. E’ la vittoria della democrazia

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Dopo la storica vittoria del NO di oggi 5 Luglio, la vittoria della maggioranza degli OXI che hanno impedito che le forze politiche ed economiche neoliberiste estromettessero Alexis Tsipras e il suo governo dal tavolo delle trattative (per sostituirlo con un governo malleabile e prono alle richieste della Germania), ecco il discorso di Alexis Tsipras al suo popolo.

E’ un discorso di unità e di speranza positiva. Perchè ora dalla sua parte c’è la volontà democratica. C’è la forza della maggioranza politica contro la finanza. Una nuova storia europea sta iniziando. Grazie al popolo greco e Alexis Tsipras.

La redazione

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Donne greche, greci.

Il referendum odierno non ha vincitori e vinti.
È una grande vittoria dell’intera Grecia.
Oggi, tutti insieme, abbiamo scritto una brillante pagina nella moderna storia europea.

Abbiamo dimostrato che anche in condizioni molto difficili la democrazia non puo’ esser minacciata e costituisce il valore fondamentale  e la sola via d’uscita.

Abbiamo dimostrato anche che quando un popolo ha fede e una coscienza collettiva, può sopravvivere e superare anche le maggiori difficoltà.

Voglio ringraziare tutti e ciascuno di voi.
Indipendentemente da ciò che avete scelto di votare, da questa sera siamo un tutt’ uno.
E nostro dovere è fare il meglio che possiamo per superare questa crisi e risollevare le sorti la Grecia.

Dobbiamo proteggere come proteggiamo i nostri occhi l’unità nazionale, ripristinando la coesione sociale ma anche la stabilità finanziaria.Vorrei inoltre ringraziare dal profondo del mio cuore, le migliaia di cittadini europei in tutte le grandi città europee che sono scesi in strada dimostrando concretamente la loro solidarietà al popolo greco.

Donne greche, greci,

Donne greche, greci,
Oggi, alla luce delle condizioni sfavorevoli che hanno caratterizzato la scorsa settimana, avete fatto una scelta coraggiosa.
Tuttavia, sono perfettamente consapevole che quello che mi date, non
è un ordine di rottura con l’Europa ma l’ordine di rafforzare le nostre posizioni durante i negoziati al fine di raggiungere un accordo sostenibile. In termini di giustizia sociale, in termini di prospettiva e di riscatto dal circolo vizioso di austerità.
E questo ordine io lo eseguirò senza indugio.
Sappiamo tutti che non esistono soluzioni facili.
Ma ci sono soluzioni eque.
Ci sono soluzioni sostenibili.
Basta che lo desiderino entrambe le parti.

Vorrei anche sottolineare che con la storica e coraggiosa scelta di oggi popolo greco ha risposto alla giusta domanda e allo stesso tempo ha cambiato anche la questione del dialogo in europa.

Non ha risposto alla domanda “dentro o fuori dall’euro”.

Questa domanda deve lasciare in modo definitivo la discussione.
L’Europa non può essere il senso unico dei memorandum di austerità.

Il popolo greco oggi ha dato una risposta alla domanda: “Quale Europa vogliamo”?
E ha risposto: “Vogliamo l’Europa della solidarietà e della democrazia“.

Da domani la Grecia parteciperà al tavolo del negoziato. La nostra priorità immediata è il ripristino del funzionamento del  sistema bancario e il raggiungimento della stabilità economica.

E sono certo che la BCE comprende appieno non solo la situazione economica generale, ma anche la dimensione umanitaria che ha preso la crisi nel nostro paese.

Allo stesso tempo siamo già pronti a continuare la negoziazione.
Con un piano credibile di finanziamento.
Con un progetto di riforma, ma che avrà l’accettazione della società greca. Secondo la giustizia sociale, lo spostamento cioè degli oneri fiscali dai piu’ deboli ai piu’ economicamente forti.

E con un piano credibile di investimenti diretti allo sviluppo, in collaborazione con la commissione europea.
Allo stesso tempo, questa volta al tavolo del negoziato si trova e la questione del debito: persino lo stesso FMI nella sua relazione lo ammette.
Relazione che è mancata finora dai negoziati, poiché soltanto l’altro ieri ha visto la luce dei riflettori, e conferma le ragioni delle posizioni greche per la necessaria ristrutturazione del debito al fine di una soluzione duratura definitiva di uscita dalla  crisi, sia per la Grecia che per l’Europa.
Donne greche, greci.
In questo momento, il paese ha più che mai bisogno di unità e coesione,  solidarietà e sincera coerenza per superare le difficoltà.
Andrò immediatamente a far visita al Presidente della Repubblica e gli chiederò domani mattina la convocazione del consiglio dei diversi leader politici, al fine di informarli al riguardo delle iniziative dirette del governo, ma anche di sentire le loro proposte.
Oggi celebriamo la vittoria della democrazia.
Da domani tutti insieme continuiamo e completiamo il tentativo nazionale  per trovare una via d’uscita.
Con un potente alleato: la fede del nostro popolo nella sua forza.
Con un potente alleato: la democrazia e la ragione, che è dalla nostra parte.
Ce la faremo.
(Grazie a Luigi Brancato per la traduzione)

Io dico OXI

oxi

di Andrea PROVVISIONATO

Qualche tempo fa ho scritto un articolo per Essere Sinistra in cui ipotizzavo un’uscita della Grecia dalla zona Euro. In quel pezzo tentavo di analizzare le conseguenze che questo avvenimento avrebbe avuto sull’Europa tutta. Oggi, quella che allora era solo un’eventualità, è divenuta una concreta possibilità.

Il prossimo 5 Luglio la Grecia potrebbe decidere di dire Oxi alla Troika. Potrebbe avere quel moto d’orgoglio che chiediamo noi italiani ai commercianti taglieggiati a Palermo. I greci potrebbero dire: “Oxi! Non ci stiamo più. Noi non vi paghiamo e voi spiegate ai vostri elettori perché e come avete perso 150 miliardi di euro”. Un bel problema per i creditori Europei, Francia e Germania in primis, ma anche per l’Italia che sarebbe esposta per miliardi di euro. Ma, al contrario di quello che leggiamo oggi sui giornali è un’opportunità per i greci.

Ipotizziamo che domenica 5 luglio, le cose vadano come tutti si aspettano: Oxi vince con schiacciante maggioranza. A questo punto la Troika avrebbe due opzioni a disposizione: fare un passo indietro, prendendo atto politicamente che non sta trattando con un governicchio di Sinistra, ma con milioni di greci alquanto alterati; per usare un eufemismo. Oppure iniziare immediatamente la procedura di default.

La prima opzione creerebbe il famoso “precedente”: le banche si piegano al volere popolare e le trattative tornano a Bruxelles, spostandosi dalle scrivanie dei banchieri a quelle dei politici.

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Il debito dei colonizzati

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di Giuseppe SCHERPIANI

Il debito. Parola che oggi evoca scenari tetri, di rovina e di squallore. La dissipazione delle risorse nazionali da parte di una borghesia folleggiante e spendacciona. L’incosciente “vivere al di sopra delle proprie risorse” di una certa gente comune greca, italiota, spagnola, portoghese e magari un tantinello anche francaise. Latina, in definitiva.Così, giusto per dare alle argomentazioni dei convinti saccenti un tocco di cipria.

Da contrapporre ai rigidi e seriosi calvinisti anglo-americo-germanici, gente che, osservante dell’evangelio, si comporta sempre in modo che il sì sia sempre sì e il no, no.

Invece il debito, oggi, è la prosecuzione della politica delle cannoniere con altri mezzi.

Non c’è bisogno di creare il casus belli, infatti, come fu nel 1964 fra Nord VietNam e USA nel Golfo del Tonkino. Ci si può servire di altri strumenti, quali il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale e della loro dependance europea BCE. Che del resto non a caso furono il frutto (BCE esclusa) degli accordi di Bretton Woods del 1944. Guerra mondiale seconda ancora in corso. Accadde dunque che, per rendere molti paesi emergenti assoggettati alla maggior potenza mondiale, fu messo a punto un meccanismo che si muoveva sulle seguenti direttrici:
1. concessione di un prestito da parte di Banca Mondiale o FMI ad una nazione qualsiasi a condizioni apparentemente vantaggiose;
2. stipula di contratti bilaterali fra i paesi poveri e (più spesso di altri paesi ricchi) gli USA;
3. obbligazione per il paese povero contraente, di fornitura di una materia prima, di cui esso era produttore, al paese ricco sua controparte, il quale, dal canto suo, si impegnava a fornire al suo partner prodotti finiti;
4. a questo punto le Borse manovravano in modo di far correre al ribasso i prezzi delle materie prime e al rialzo quelli dei prodotti lavorati:
5. dopo un periodo medio-breve la situazione diventava insostenibile per i poveri che venivano poi costretti ad “onorare “(si dice cosi?) i contratti firmati. Era, ed è, semplicemente COLONIALISMO DI RITORNO.

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Ma che cos’è questa robina qua?

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di Massimo RIBAUDO

Mentre il mondo conosce il dolore e la sventura di masse umane costrette a fuggire dalle proprie terre di appartenenza a causa di guerre civili e religiose in gran parte finanziate, quando non direttamente provocate, da interessi europei e occidentali, abbiamo assistito a un piccolo siparietto – comprendo chi lo considera insignificante – diplomatico-commerciale tra Italia e Francia che rivela in modo molto netto cosa è oggi la socialdemocrazia europea: un supermarket.

E’ questa la situazione in cui si trovano quelle che ancora qualcuno vuole pensare come componenti di sinistra politica dei rispettivi paesi.

Il governo francese, è noto,  è succube del bloc identitaire (suprematisti bianchi) e della destra lepenista francese. Teme di perdere voti popolari. Quindi, viola le norme comunitarie e ferma gli immigrati a Ventimiglia.

Ci si aspetterebbe, da una donna socialista e impegnata politicamente come Ségolène Royal una voce di condanna, sopratutto verso la vile prova di forza dell’ex marito. Macché. L’importante è avere un atteggiamento combattivo nei confronti dell’Italia. E quindi scagliarsi contro un prodotto simbolo (anche se la famiglia Ferrero paga le sue tasse in Lussemburgo): la Nutella.

Risposta italiana. Un bello spot per gli industriali dolciari (e il mangiar sano?) da parte della famiglia del Presidente del Consiglio che va a merendare con la crema di cioccolato allo stand Nutella presente in Expo 2015, a Milano.

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Nessuna speranza di pace in Ucraina

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di Giuseppe MASALA

Per come la vedo io non vi è alcuna speranza di pace in Ucraina.

Se si va a vedere un po’ di dati economici e finanziari si vede che le riserve in valuta estera della banca centrale ucraina sono ridotte al lumicino, meno di 7 miliardi di dollari. La moneta locale, la Ghryvna sta letteralmente sprofondando, in un paio di giorni ha perso oltre la metà del suo già infimo valore. In questa situazione è evidente che il collasso finanziario è questione non di mesi ma di settimane. Collasso finanziario che porterebbe ad un collasso istituzionale, politico e sociale del paese.
Al vertice di Monaco per la sicurezza gli ucraini infatti si sono spinti a dire che occorrono urgentemente altri 20 miliardi di dollari per andare avanti. Ovvio che per l’Unione Europea e per gli USA l’avventura ucraina, già politicamente folle, si sta dimostrando finanziariamente insostenibile.

In questo contesto le attuali trattative non possono essere un tentativo di ricerca equa di una pace possibile, ma solo il tentativo – da un lato – di guadagnar tempo per riuscire a circoscrivere l’attuale ennesima catastrofe militare in corso e dunque il tentativo di tirar fuori dalla “sacca di Debaltsevo” i circa 8000 militari ucraini destinati a morte certa. Dall’altro lato vi è il tentativo europeo di crearsi un alibi di fronte alle proprie opinioni pubbliche sostenendo di aver cercato la pace con tutti i mezzi. Continua a leggere