Razzismo e paura sociale. Un distinguo

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di Turi COMITO

Il razzismo

Il razzismo è una cosa molto seria.
È una ideologia, cioè una visione del mondo basata su concetti più o meno astratti e più o meno sofisticati, che “spiega” il perché di alcuni fenomeni sociali, ne individua le ragioni, fornisce soluzioni. Fa, il razzismo, quello che fa qualunque altra ideologia o religione (pur’essa una ideologia): interpreta il mondo.
Il razzismo non è una ideologia che trova sostenitori solo tra le fasce di popolazione più ignoranti e culturalmente chiuse. Per niente. Storicamente è sempre stato una ideologia trasversale che si è radicato nel sottoproletariato come tra la colta borghesia.
La sua idea base è che le popolazioni umane non siano tutte uguali ma che esista, al contrario, un ordine gerarchico dove le popolazioni umane si posizionano in base a criteri variabili ma che, nella sostanza, tendono sempre a stabilire una graduatoria, dall’alto verso il basso.

Non esiste un solo criterio per definire la scala gerarchica, naturalmente. Di volta in volta, a seconda di dove l’ideologia razzista viene insegnata e praticata, può essere il colore della pelle, la religione, gli usi e costumi che alcuni gruppi etnici praticano, tutto questo e molto altro ancora variamente miscelato.

Il razzismo è discendente e ascendente. Cioè guarda verso l’alto e verso il basso. L’atteggiamento del razzista non è quello della repulsione verso la popolazione considerata inferiore o superiore. È, nel caso degli di razzismo verso gli “inferiori” quello della dominazione. Nel caso di razzismo verso i “superiori” la complicità, il desiderio di essere accettato. Salvo il caso, naturalmente, in cui il razzista si consideri facente parte della popolazione in cima alla scala.
Dunque per essere davvero razzisti occorre possedere un certo numero di informazioni, vere o false che siano, una discreta capacità di elaborazione intellettuale e la convinzione che le informazioni possedute e la logica che le tiene assieme siano vere, verificate e, in linea di principio, sempre verificabili.
Il razzismo è pertanto un fenomeno politico e della specie più strutturata: è ideologia.

La paura

Cosa ben diversa è la paura sociale. Cioè il sentimento di timore che una parte consistente di individui manifestano nei confronti di fenomeni sconosciuti o poco conosciuti ma considerati, complessivamente, a torto o a ragione, una minaccia alla propria sicurezza o alla propria tranquillità sociale e individuale.
La paura sociale si manifesta sempre attraverso la repulsione. Si respinge cioè il fenomeno col quale si viene in contatto o si scappa da questo per il timore che possa essere nocivo, al limite mortale.
I fenomeni che generano paura sociale sono quasi sempre fenomeni di grande cambiamento: politico (l’ascesa di partiti considerati pericolosi, di destra o sinistra che siano), economico (le crisi che determinano disoccupazione, malessere sociale), culturale (la richiesta di liberalizzazione delle droghe, lo sviluppo di tecnologie che stravolgono le abitudini consolidate) e demografico (l’immigrazione).
La paura sociale non è una ideologia. Non ha una visione del mondo organica e strutturata. E’ semplicemente un sentimento. Certo, allo stesso modo delle ideologie attecchisce trasversalmente. Si impossessa del sottoproletario analfabeta, come del borghese colto, come dell’intellettuale esterofilo ma, a differenza dell’ideologia, la paura è, come tutti i sentimenti, variamente esposta alle contingenze individuali e sociali che vengono percepite o fatte percepire. E’ mutevole, è instabile, è camaleontica e, il più delle volte, non sfocia in azioni politiche (cioè pianificate e coordinate) ma in episodi spontanei considerati di difesa in un certo momento e in un certo luogo: la fuga, l’atto violento, la sottomissione.

La paura usata per fare politica

Masse di popolazione che sono pervase da sentimenti sociali forti negativi (paura, odio) sono, come noto, più facilmente esposti alle manipolazioni politiche di qualcuno che freddamente pianifica azioni collettive mirate a raggiungere scopi specifici. L’indifferenza, l’apatia, non generano interesse verso qualcosa. La paura, l’odio, il risentimento sociale, sì. E se qualcuno offre risposte a questi sentimenti è facile che le risposte vengano prese sul serio. Senza rifletterci molto se vengono percepite come rassicuranti e risolutive del problema che genera il sentimento.
E’ in queste fasi, in cui le società sono attraversate da grandi sentimenti sociali forti (specie la paura e l’odio), che alcuni individui, politicamente esposti, vengono considerati o il capro espiatorio o, all’opposto, i salvatori della patria. Con tutto quello che situazioni del genere comportano.

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Iniziamo. Con il coraggio di agire

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Dopo avere aperto il gruppo Proposta di Essere Sinistra, abbiamo avuto numerose adesioni e volontà di partecipazione di cui ci ha colpito la profondità e l’intensità della voglia di contribuire alla rinascita di una nuova sinistra.

Di questa partecipazione pubblichiamo, e continueremo a pubblicare sia sul nostro blog che sulla nostra pagina Facebook  le adesioni, i dubbi, le incertezze, le opinioni e le proposte che ci aiutano a migliorare nel configurare insieme un pensiero (e quindi un’ideologia) ed una prassi concreta dell’essere sinistra nel XXI secolo.

Grazie a tutti per il contributo a questo progetto comune e collettivo.

La Redazione


di Nico Max Weber

Ho sempre creduto in una libertà totale, qualsiasi ne fosse il senso in cui la vogliamo rappresentare, ma sempre nel rispetto delle libertà altrui. Quando si parla di Libertà si parla di scelta, quella scelta che tutti pensano di agire nel rispetto delle proprie opinioni e convinzioni.

Scegliere, significa prendere delle decisioni ma anche farci carico delle responsabilità che conseguono alle decisioni prese.

Ebbene, se mi guardo intorno non posso non aver paura del menefreghismo e del lassismo come conseguenza del senso di rassegnazione imperante nella massa, i dati dell’astensionismo ne sono una prova.

Come è possibile non percepire quel senso di sfiducia dilagante e che rende difficile se non impraticabile qualsiasi voglia di riscatto o qualsiasi proposta di un progetto di rinnovamento da parte del cittadino, la Politica intesa come potere ha creato danni enormi e non da ora, ha avvelenato tutti i pozzi dove restava quel goccio di acqua chiamata “fiducia”, quella fiducia che ha lasciato il posto alla sopportazione per poter riuscire a “campare”.

Chi avrebbe il coraggio, la forza, la tenacia di mettersi di nuovo in gioco, quando chi dovrebbe farlo non riesce nemmeno a dare una vita dignitosa alla propria famiglia, in più colpevolizzandosi? Ed è questo il bello [sic!] di questa finta democrazia che prima ti mette in ginocchio con le scelte scellerate, poi riesce a farti credere che è tua la colpa della situazione in cui ti trovi: davvero non c’è limite alla spudoratezza della Politica.

Aveva ragione Tito Livio quando diceva che le decisioni sono le situazioni ad imporle agli uomini, piuttosto che gli uomini alle situazioni. Sfido chiunque di voi a prendere decisioni senza essere condizionati dalla situazione di degrado economico e culturale in cui sopravviviamo, non è possibile farlo e questa la politica lo sa bene.

Avete quindi ragione ad iniziare un nuovo percorso fuori dalle logiche partitiche e di interesse personale: i cittadini hanno bisogno di aprire gli occhi e guardare la realtà in faccia e non vivere una realtà apparente basata sulla speranza (come insegna la chiesa cattolica) di realizzare qualcosa che non avverrà mai, questo senza cambiare il sistema di Potere.

Sappiate che il percorso che si andrà ad intraprendere sarà lungo, perché le ferite (disillusioni) sono profonde, ricreare il senso di fiducia nella politica e nelle istituzioni sarà quasi impossibile, occorre avere tenacia, forza e volontà, doti che non mancheranno di certo a persone come me che hanno iniziato a “disobbedire” manifestando nelle piazze, alle fine degli anni settanta.

Occorrono persone disposte a mettersi di nuovo in gioco per il bene degli altri, fra cui i propri figli, far capire a questi ultimi che esiste un nuovo modo di concepire la politica, quella politica che dovrebbe risolvere i problemi dei cittadini in difficoltà tramite la solidarietà e non quella che pensa esclusivamente a mantenere in vita se stessa per prendere ordini dai superiori Poteri sovranazionali.

In tutto questo non esiste il determinismo di Spinoza o Kant raccolto poi dalla Chiesa cattolica a fortificazione del proprio Dogma, per cui tutto accade perché deve accadere per volere dell’Assoluto. Al contrario, le cose accadono quando si ha il coraggio di agire per i propri pensieri e le proprie idee.

Un grande in bocca al lupo per questo nuovo progetto e un abbraccio a tutti voi.
Ciao.

La civetta e la sentinella

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La civetta e la sentinella. Ragioni e passioni della sinistra di Walter TOCCI
la postfazione del libro di Walter Tocci “Sulle orme del gambero” (edito da Donzelli)

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C’è un verso di Hölderlin che mi accompagna da tanto tempo:

Ho vissuto una volta

Come gli dei: e di più non occorre.

Mi è capitato di dimenticarlo in diversi periodi della vita, ma poi è accaduto che mi tornasse in mente nei momenti più imprevedibili, come una folgorazione, ogni volta con risonanze diverse e pur sempre adatte alla situazione mutata nel mio animo o nel mondo. È stato il primo pensiero quando ho deciso di scrivere queste pagine. Così sono andato a riprendere Le liriche nella bella edizione Adelphi, turbata da pieghe e sottolineature inserite a suo tempo proprio per non dimenticare.

Nostalghia: scherzo della traduzione o del ricordo?

Un imprevisto, però, ha messo in discussione la mia interpretazione, almeno come l’avevo immaginata fino a quel momento. Il verso era scritto al tempo futuro:

Avrò vissuto un giorno

come gli Dei, e più non chiederò.

Ma come è possibile? È un dolore grandissimo scoprire che il verso tanto amato non è mai esistito, che la connessione spirituale con il poeta era infondata, che tante suggestioni erano invenzione, non poesia. Il primo moto è stato di dare la colpa a uno scherzo della mia memoria. Poi, però, ho cominciato a dubitare della traduzione, finché è uscita fuori l’edizione Einaudi degli anni cinquanta, nella bella versione di Giorgio Vigolo, con il verso al passato, nonché, bisogna dirlo, in perfetta corrispondenza con l’originale tedesco. Ne ricordavo perfettamente ogni parola, ma avevo dimenticato quella edizione, soppiantata nelle mie letture dalla successiva Adelphi.

Bisogna prendere questi incidenti di lettura come segni inviati dal cielo. Il tema, allora, è come leggere quel verso contemporaneamente al passato e al futuro, come trasformare una forzatura del traduttore in un punto di vista altrettanto legittimo della parola hölderliniana, come rimanere in bilico senza mai confessare se è stato uno scherzo della traduzione o della memoria.

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