La Volkswagen E’ lo spirito del capitalismo

capitalismo

di Francesco BORGHESAN

Mentre stavo leggendo su Il Fatto Quotidiano l’articolo di Loretta Napoleoni “Volkswagen, il gigante del capitalismo ha mentito ai suoi clienti. Avanti il prossimo“, mi sono venute in mente alcune considerazioni su uno scandalo che non lo è. Quello del gruppo Volkswagen è il modus operandi delle corporation capitaliste e dei loro manager.

Loretta Napoleoni definisce correttamente “delinquenti”, i vertici della VW.
Io evidenzio che servirebbe tenere una precisa distinzione tra gli uomini a capo dell’azienda, dall’azienda stessa. Gli uomini vanno rimossi e severamente sanzionati, anche penalmente. Altro che dimissioni del Presidente, c’è almeno tutta la prima linea gerarchica che va processata. L’azienda va tenuta in vita e deve continuare a produrre per garantire lavoro, occupazione e reddito. La sanzione amministrativa dovrebbe realizzarsi nella confisca temporanea dell’azienda per un congruo lasso di tempo e la riconsegna agli azionisti dopo che sono stati coperti, maggiorati delle appropriate sanzioni, tutti i danni, compresi, soprattutto, quelli ambientali.

Più in generale nelle analisi di fatti simili diviene fondamentale distinguere sempre la proprietà dall’oggetto posseduto, chi detiene le leve di comando da chi deve eseguire materialmente il lavoro all’oscuro delle conseguenze (le aziende per chi vi lavora internamente non sono luoghi trasparenti, al contrario le informazioni importanti sono detenute da pochi in quanto il segreto è una leva interna di potere).

Questo doveva essere anche il criterio guida per le azioni di “salvataggio” (bailout) delle banche travolte dalla crisi del 2007-2008: distinguere le banche dai banchieri. Le banche andavano correttamente salvate, perché con esse si salvano i risparmi dei cittadini e i posti di lavoro.  I banchieri-manager, vista la dimensione dei danni,  andavano fatti invecchiare nelle galere e gli azionisti dovevano essere privati della proprietà per vedersela riconsegnare dopo i risarcimenti. Invece, cosa è stato fatto lo sappiamo tutti: USA, Germania, Francia e Inghilterra con i soldi pubblici hanno salvato le banche e mantenuto i banchieri al loro posto. Perfetto esempio di libero mercato: lo dico per i feticisti del neoliberismo.

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Il babbo di Renzi. Parliamo ancora di capitalismo di relazione: quello dei “papi” e dei papà

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di Luca SOLDI

Tutto comincia, sotto il sole della Toscana, un caldo 22 giugno 2009.

Quel giorno, il giovane Matteo Renzi diventa sindaco di Firenze. In quelle stesse ore la Bcc di Pontassieve, città dove vive la famiglia del presidente del Consiglio, concede al suo papà Tiziano, un mutuo da 697mila euro.

A firmare le carte è il funzionario della banca, Marco Lotti, papà di quel Luca, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro del premier, che poco dopo sarebbe diventato responsabile della segreteria del neo sindaco.

La vicenda ruota attorno ad un mutuo concesso quell’anno alla Chil Post, fondata nel 1993 ed allora gestita da Tiziano Renzi, il padre del nostro Presidente del Consiglio. Un’azienda per la distribuzione di giornali e la diffusione di campagne pubblicitarie.

Dalle carte sul procedimento sul fallimento che Libero dice di aver letto, emerge il nome di Marco Lotti, ascoltato dalla procura di Genova come persona informata dei fatti.
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Donne e lavoro? Siamo rimasti ai tempi di Battisti

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“La sensazione è che, a livello di mentalità, per molti aspetti, sul tema del lavoro femminile, si sia rimasti al 1977. Quando cioè il cantautore pubblicava l’album “Io, tu, noi tutti”, nel cui lato B c’era “Neanche un minuto di non amore”.”
L’articolo da Il Fatto Quotidiano del 19 ottobre 2012 di Carlotta Scozzari che tra il serio e il faceto (molto amaro come faceto) descrive il quadro con una precisione ineccepibile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

Una donna senza lavoro è una donna senza libertà”. C’era scritto così su uno dei cartelli di protesta con cui domenica alcune sindacaliste hanno attaccato la ministra del Lavoro, Elsa Fornero. Una verità tanto palese quanto banale, visto che chiunque percepisca uno stipendio “dignitoso” dovrebbe essere in grado di mantenersi e vivere come crede la propria indipendenza, da solo o all’interno di una famiglia. Senza contare, poi, che è ovvio che se a lavorare non è soltanto il marito ci sono più soldi per tutti.

Insomma, “two job is mej che one”, tanto per parafrasare un vecchio spot dove l’attore Stefano Accorsi parlava di un gelato in un inglese maccheronico. Eppure, per le donne italiane la situazione resta critica: il tasso di disoccupazione in rosa continua a essere altissimo, al 9,6 per cento nel 2011 contro quello maschile del 7,6 per cento. E la situazione appare grave soprattutto al Sud, dove, secondo un recente dossier di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, lavora a malapena una giovane su quattro. Continua a leggere

L’Edicola di Essere Sinistra del 17 agosto 2014

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Ottimismo inconsistente, come dimostra la realtà, di Nichi Vendola

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Elezioni europee: Università Estiva della Sinistra Europea, un resoconto sardo, di Enrico Lobina

 

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 Condivisione, di Associazione dei Comuni Virtuosi
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Cos’è la sinistra, oggi?, di Giorgio Cavagnaro

 

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Sergio Staino: “Serve un giornale con la lettura di sinistra del mondo”, Donatella Coccoli