La fine dell’egemonia tedesca

merkelpensierosa

[Traduzione dell’articolo di Daniel Gros The End of German Hegemony. Daniel Gros è direttore del Center for European Policy Studies a Bruxelles. Ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, e come consulente economico per la Commissione europea, il Parlamento europeo, e il primo ministro e ministro delle finanze francese. Gros è editor di Economie Internationale e International Finance]

Senza che nessuno se ne stia accorgendo, l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è sembrata totale a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo – con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.

Naturalmente il solo fatto che le persone credono che la Germania sia forte rafforza la posizione strategica e lo status del paese. Ma non ci vorrà molto prima che le persone comincino a rendersi conto che il principale fattore di quella percezione – che l’economia tedesca sta continuando a crescere, mentre la maggior parte delle economie dell’Eurozona hanno vissuto una lunga recessione – rappresenta una circostanza eccezionale, che presto scomparirà.

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Dichiariamo illegale la povertà. Nel nome della nostra Costituzione

povertà

di Luca SOLDI

La giornata mondiale contro la povertà arriva, oggi sabato 17 ottobre, in un Paese che faticosamente prova a risalire la china, ma che ospita, malgrado i richiami ad essere positivi, più di 8 milioni le persone in povertà relativa e 4,5 milioni in quella assoluta. Non bastano i famosi ristoranti pieni ed i locali esclusivi con il tutto esaurito a nascondere un quarto della popolazione, che secondo i dati Eurostat è in povertà, mentre un terzo ne viene minacciato.

Nel nostro Paese il rischio di diventare povero, anche per la classe media e’ altissimo.

La probabilità di rimanere in condizioni di indigenza poi, è tra i più alti d’Europa. Il rischio e’ 32,3% rispetto alla media europea del 26%. Devastante anche la situazione dei minori indigenti. In Italia sarebbero un milione. Non troviamo aggettivi a definire, poi, la situazione legata alla dispersione scolastica. Arriva al 17,6% contro il 13,5% della media europea.

Un flagello di portata inimmaginabile dal punto di vista morale e sociale per un Paese che vorrebbe essere considerato come esempio per tutta l’Europa. Le nuove generazioni sono dunque inconsapevoli vittime di una lotteria genetica che ne vede segnato il destino fino dalla nascita.

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Quando serve, l’Europa non c’è mai

mentone

di Roberto RIZZARDI

Ascoltando le prime battute di Omnibus sul problema immigrazione (volevo ascoltare Corradino Mineo, ma il tracimante interventismo oratorio di Osvaldo Napoli mi ha convinto a spegnere il televisore) io e mia moglie abbiamo tratto una conclusione collaterale al dramma umano dei profughi.

In Europa non è esisitito un “problema immigrazione” fino a quando il flusso di persone non è diventato folla ai confini francesi prima e a quelli britannici poi, e la “rotta balcanica”, vera e propria autostrada per la mitteleuropa, non è divenuta cronaca.

Per due anni Italia, Grecia e Spagna, le “cicale” europee con finanze già sfibrate, hanno dovuto gestire il problema.
Lo hanno fatto con accenti diversi e investite da consistenze di flussi differenti, ma in solitudine e con crescente affanno, nell’indifferenza generale.

Siamo Europa quando si deve aderire ai dogmi finanziari ed economici di una BCE che è filiale a Bruxelles della Bundesbank, quando si richiede la rimozione di leggi nazionali che escludono il latte in polvere nella lavorazione del formaggio, ma non quando c’è qualche problema che dovrebbe rimanere confinato nelle “marche esterne” dell’impero, dato che questo è il destino delle zone di frontiera.

Ora il profugo è un problema di tutti, ma ognuno lo affronta come gli pare, incolpando altri, e quando l’esecutivo europeo prova a emanare linee guida e provvedimenti, ma solo perché la cosa ha raggiunto il cuore dell’impero, emerge chiaramente la verità: l’Europa, semplicemente, non c’è.

Ne avremmo un gran bisogno, ma si è fermata da qualche parte, smistata su qualche binario di parcheggio dove non può danneggiare i maneggi dell’ideologia neoliberista.

Ne avrebbero un gran bisogno anche i profughi, ma questi non lo sanno ancora, paghi, per il momento, di non essere più sotto le bombe.

(I’m) migrati

trenoaustria

di Michele CASALUCCI

Un interessante articolo di Alberto Ziparo pubblicato su “il Manifesto” dell’11 settembre (“Ridisegnare le città dell’accoglienza”), ha costituito lo spunto per alcune riflessioni, che si erano vagamente affacciate nella mia mente, e per le argomentazioni che seguono.

L’articolo prende in considerazione l’impatto (e avanza alcune specifiche proposte) che il gran numero di migranti hanno ed avranno sul patrimonio abitativo, sulla sua attuale dislocazione e individua alcuni possibili scenari di modifica e di intervento.

Mi ha colpito perché è un articolo, un intervento che, tralasciando la tematica generica dell’immigrazione, il prender partito rispetto alla questione dei migranti, a quanto sta avvenendo in Italia e in Europa, a quanto la cronaca di questi giorni riempie i giornali e le televisioni, affronta una questione specifica di merito, ed ipotizza alcune soluzioni concrete, di merito, rispetto ad una questione ben precisa come quella dell’urbanistica e del problema abitativo.

Ed io credo che sia proprio questa l’ottica che una posizione alternativa e radicalmente di sinistra debba assumere con decisione, oggi rispetto al problema dell’immigrazione. La capacità, cioè, di affrontare i problemi e le questioni conseguenti alla consistente quantità di persone che bussano alle frontiere dell’occidente, superando generiche prese di posizione, ed affrontando invece i problemi concreti e reali che essa pone, con tutto il suo carico di potenti contraddizioni e questioni.

Le forze politiche dominanti, i governi degli stati dell’europa, sono rimasti disarmati e confusi rispetto alla massa enorme di profughi che, sempre più massicciamente, si è presentata alle sue frontiere. Prima dal nord africa attraverso la frontiera spagnola; successivamente, affidandosi ad improvvisati barconi, navigando nel Mediterraneo è giunta in Italia per poi disperdersi, attraverso mille rivoli, verso l’europa del nord; dopo ancora attraverso la grecia e la turchia, utilizzando i paesi dell’est europeo per giungere ancor più rapidamente nelle zone ritenute più ricche e capaci di offrire migliori prospettive di sopravvivenza.

Che i governi europei e la stessa unione europea siano disarmati e confusi non è neppure un giudizio o una valutazione politica, ma la semplice osservazione delle continue e contraddittorie prese di posizioni da parte dei diversi governi o, addirittura, da parte di diversi rappresentanti di uno stesso governo!

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Donarsi

donarsi

di Nello BALZANO

Ci sono momenti della vita che lasciano un segno, possono essere traumatici, ma possono arrivare anche da opportunità che si presentano per caso.

Quei momenti, quei periodi passano, ma ti possono cambiare, come quello che ho vissuto io, quando, dopo aver deciso di iscrivermi all’albo dei donatori di midollo osseo (ADMO), risultai identico ad un paziente in attesa di ricevere questa possibilità di cura, non sempre il risultato è la guarigione, ma la speranza che si possa risolvere la malattia ti dà la forza.

Non è di questo che voglio parlare, ma dei due giorni che ho trascorso in ospedale in attesa dell’espianto, due giorni non da sofferente, ma da persona in grado di osservare tutto ciò che ti accade intorno, in un reparto di malati di leucemia o di gravi malattie del sangue, per la maggior parte bambini e ragazzi giovani. Non c’è spazio per spensieratezza e sorrisi, se non per quelli che il personale medico e paramedico, con la sua professionalità, riesce a strappare.

Due episodi mi hanno colpito, il rancore di una bambina verso la madre, da mesi al suo capezzale, stanca del dolore, riversava la sua disperazione verso il genitore, voleva vedere altri familiari, voleva che se né andasse, è chiaro che ciò non erano le sue reali intenzioni, ma solo un modo di sfogare la sua rabbia verso qualcosa che la rendeva inerme nel letto.

Poi ci fu un secondo episodio che mi colpì e mi riguardò direttamente. Ero nella mia stanza poche ore dal ricovero entrò un infermiere insieme ad un paziente, il primo gli spiegò perché ero lì e lo sguardo del ragazzo si fece cupo: poco dopo uscì e l’infermiere, comprendendo quel momento di disagio,  mi disse che il suo comportamento era dovuto al fatto che anche lui in attesa di trapianto, non ha potuto godere della possibilità, che gli poteva arrivare dal fratello, che accettava di sottoporsi solo in cambio di una cospicua cifra economica che non era nelle sue possibilità.

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La solidarietà è la nostra arma. Sul terzo memorandum in Grecia

syrian

di Francesca COIN

Un reportage da Atene, da Pedio tou Aeros, per capire che aria tira in Grecia e per conoscere la lezione di civiltà che la solidarietà greca sta impartendo all’Europa.

[Pubblicato l’11 agosto 2015 su Effimera]

* * * * *

Atene, Grecia.

Una lastra di cemento bagnata dal sole.

Cemento e asfalto, sopra e sotto, file di condomini costruiti durante la dittatura, identici e ossessivi, sempre sole, dentro e fuori i condomini, sempre sole sull’asfalto, sempre sole senz’aria.

Siamo a Pedio tou Areos, oramai da diversi giorni. Pedio tou Areos è un parco nel centro città in cui decine di tende sono diventate casa per centinaia di rifugiati in arrivo dall’Afghanistan e dalla Siria. Ci sono quaranta gradi anche dentro le tende, forse di più, ci sono quaranta gradi nel parco. Ci sono quaranta gradi nei bagni, di quelli di plastica che sanno di formaldeide, sei per cinquecento persone, ci sono quaranta gradi nella tenda per l’assistenza medica, quaranta gradi nei furgoncini che portano il cibo, quaranta gradi e centinaia di persone, anzitutto donne e bambini ma anche uomini giovani, e poi turisti politici come li chiamano, joggers, giornalisti e fotografi, tossici e spacciatori, anziani finiti sulle strade, ex carcerati, accattoni, prostitute e pastori.

I numeri li ha dati in questi giorni l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: un quarto di milione di profughi sono arrivati in Europa dall’inizio del 2015 e di questi più della metà sono arrivati in Grecia, anzitutto nelle isole di Lesvos, Chios, Kos, Samos e Leros. Un aumento del 750% rispetto allo scorso anno – tale è l’effetto non tanto di un cambio nelle rotte migratorie ma della guerra diffusa in Siria, Afghanistan, Libia e ora Turchia.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite parla di crisi umanitaria e chiede al governo ellenico di porle soluzione.

Evidentemente all’Alto Commissariato sono stati in vacanza negli ultimi cinque anni e nessuno gli ha detto che la Grecia è in bancarotta – la Grecia è stata strangolata e addirittura secondo la testata Ekathimerini nel mese di Agosto sarà in grado di pagare solo il 10% dei beni importati. In Grecia nessuna crisi umanitaria troverà soluzione: laddove il debito si avvita le crisi non finiscono ma proliferano e si moltiplicano come le malattie.

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Il coach di cocc (shish!)

di Alfredo MORGANTI

“L’idea di Renzi sui migranti: dare più poteri ai sindaci”. Lo scrive il Corriere della Sera e c’è da crederci.

Matteo Renzi per tutte le cose ha una sola soluzione, quella di dare più potere a qualcuno, immaginando così di risolvere il problema. La scuola? Il Preside sceriffo! Il governo? Il Sindaco d’Italia! Il partito? Un leader con pochi fedelissimi attorno! La governance Rai? Un amministratore delegato che risponde all’esecutivo, più un consiglio di amministrazione con due terzi dei membri anch’essi di nomina governativa (grazie al potere parlamentare dopato dall’Italicum)!

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Il razzismo, gli italiani. E la sinistra?

neritreviso

di Riccardo ACHILLI

Il non stupefacente recente sondaggio che mostra come gli italiani siano i più razzisti d’Europa ha riaperto un dibattito lunghissimo sulla natura presuntamente “razzista” del nostro popolo. Dibattito che si intreccia con quello sulla natura “fascista” degli italiani, ovviamente correlando il fascismo con un substrato culturale razzista.

Il che in realtà, per il fascismo italiano delle origini, cioè prima dell’emanazione delle leggi razziali, fortemente indotta dalla Germania, non è vero. Il razzismo alla “faccetta nera” nei confronti delle popolazioni africane era un elemento comune a tutti i Paesi europei colonizzatori dell’epoca, persino quelli a democrazia liberale, ne costituiva la giustificazione ideologica, ed il fascismo delle origini non aveva una base eugenetica, a differenza del nazionalsocialismo.

Personalmente non credo ad una natura intimamente razzista o fascista degli italiani, che li differenzierebbe dagli altri popoli. Le ricostruzioni in merito (ad es. si veda il “Processo a Mussolini” di Pavolini, che addirittura chiama in causa Dante e Machiavelli per cercare di dimostrare una vena criptofascista nella cultura italiana) non sono convincenti, non sono contestualizzate, e sembrano perlopiù molto faziose. Il razzismo, inteso come paura ed odio del diverso, è un elemento patologico presente nelle strutture difensive dell’Io nevrotico di ogni uomo. Assurge ad elemento socialmente rilevante quando le condizioni materiali e di classe della società lo consentono.

Così come la nascita del fascismo in Italia fu causata principalmente da un elemento materiale, ovvero il basso livello di sviluppo della borghesia nazionale in un Paese in cui la rivoluzione industriale non si era manifestata, in condizioni di un’economia ancora prevalentemente agraria dove la classe dei piccoli proprietari agricoli era ancora molto forte, un elemento cioè di sottosviluppo economico e sociale che non consentì alle classi dirigenti del Paese di veicolare dentro meccanismi democratici le contraddizioni di classe che si palesavano con la fortissima crescita dei movimenti socialisti, comunisti ed anarchici del nascente proletariato, così anche il razzismo italiano del dopoguerra (iniziato con il razzismo del Nord nei confronti degli immigrati meridionali nella fase del boom industriale, e poi deviato progressivamente verso gli zingari, poi verso gli stranieri in generale) deriva da condizioni sociali e materiali: la natura caotica del boom industriale in un Paese che non aveva ancora cementato completamente un sentimento nazionale, l’esigenza del padronato di sfruttare e “sradicare” le nuove leve di manodopera industriale dalle radici contadine e meridionali, per integrarle dentro la nuova società industriale e metropolitana (che poi assunse anche toni grotteschi, si pensi al personaggio che ha reso famoso l’attore Diego Abatantuono, ovvero l’immigrato meridionale che cerca disperatamente di integrarsi dentro la cultura popolare milanese).
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Siamo perfetti?

alterazioni

di Vincenzo G. PALIOTTI

Ci siamo chiesti molte volte quali sono i difetti degli italiani: a sentire tanti non ne abbiamo.

Quando poi si è messi di fronte all’evidenza, si cercano le giustificazioni che però, invece di migliorare le cose, le peggiorano perché è allora che vengono fuori tutti i difetti, primo fra tutti quello della totale mancanza di autocritica o se volete di ammettere di poter sbagliare. In questi giorni sta venendo fuori il peggio della nostra “razza”, per parafrasare un “totem” della “perfezione”: Salvini. Altro difetto, quindi, tra i tanti.

In questi giorni si discute sul destino dei migranti e qui si potrebbe, e si dovrebbe, scrivere un libro. Oltre alla lunga sequela di luoghi comuni ci sono appunto quelle “giustificazioni” che peggiorano le cose invece che migliorarle e trovare una soluzione. La più comune delle giustificazione è la nostra crisi economica e la disoccupazione, tirate fuori anche nei periodi delle immigrazioni interne: una volta erano i terroni che andavano al nord a togliere il lavoro a quelli del nord e a mangiare il “pane a tradimento”, poi c’è stata un’escalation e l’attenzione si è rivolta ai “clandestini” che arrivano da altri paesi.

Altra giustificazione meschina e falsa che si dà chi è contro l’accoglienza è quella della minaccia alla salute pubblica: pare che questi “clandestini” infatti siamo portatori di varie malattie, ultima delle quali è la scabbia, smentiti pubblicamente e puntualmente poi dagli addetti ai lavori.

Poi c’è quella di volerli aiutare in casa loro destinando aiuti economici ai paesi dai quali scappano ignorando che uno dei motivi principali delle fughe è la guerra. Quella guerra resa possibile dagli “aiuti” che il nostro Paese concede ai “potenti” vendendo loro armi invece che viveri, ma di questo nessuno si sente indignato.

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Si scrive austerity si pronuncia schiavitù

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di Massimo RIBAUDO

Quando si pensa in termini di azione politica si risponde ad un bisogno sociale. Vi sono bisogni, necessità razionali – mangiare, bere, dotarsi di un tetto sopra la testa, studiare, avere dei figli – e vi sono bisogni irrazionali, o che vogliamo ritenere tali.

Noi raffiguriamo sempre la società come una proiezione di noi stessi. La società pensa, o dovrebbe pensare per il suo bene, come me che la osservo, ed è una. Non è così. La società è plurale. Dentro vi sono classi, ma anche ceti, corporazioni, club, gruppi di Facebook, associazioni, sindacati, partiti. Varie gerarchie. La massa è divisa e multiforme. Un modo di suddividere in forze di pensiero e di azione politica la società è stato quello di dotarsi della rappresentanza di una Destra e di una Sinistra, entrambi fedeli ai principi costituenti del patto politico originario: la Costituzione di uno Stato. Dovrebbe essere così. Abbiamo combattuto due guerre mondiali perché fosse così.

La possibilità che queste forze si alternino al governo mediante il libero volere dei cittadini, rappresentato dalla loro partecipazione alla vita politica è la forma di democrazia che, al momento, viene ritenuto il miglior sistema per garantire libertà e diritti. Per garantire la risoluzione dei conflitti tra bisogni sociali diversi senza guerre civili. Sempre di più viene il sospetto che in molti Paesi europei, e soprattutto in Italia,  questa possibilità di alternanza sia solo una finzione. In più ci dicono che dobbiamo competere economicamente – l’unica competizione possibile – con quei Paesi che non hanno istituzioni democratiche e non hanno tutele sindacali.  E come? Trasformandoci in oligarchie economiche, garantite da partiti unici, dittatori o monarchi,  come loro. Assurdo, vero? E’ quello che si è fatto in questi ultimi venti anni.

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