I pescecani

lavorotessile

di Dunia SARDI

Come ogni giorno, quando aveva il turno di mattina, Giulia era arrivata al cancello della fabbrica trafelata e con i capelli scarruffati; aspettava sempre l’ultimo minuto ad alzarsi tanta era la fatica che le costava. Da quando sua madre cominciava a chiamarla, verso le cinque e mezzo, a quando metteva le gambe fuori dal letto di solito passava un quarto d’ora e a volte sua madre doveva aiutarla a vestirsi quando era ancora mezza addormentata; il lunedì specialmente era difficile farle aprire gli occhi che sembravano incollati dal sonno; era andata a letto a mezzanotte la sera prima, d’altra parte Giulia aveva quindici anni e la domenica sera voleva andare a ballare. Scendeva le scale come una sonnambula e giù, in cucina, beveva in fretta una tazza di caffè e latte poi si metteva nel marsupio di tela le due fette di pane con la mortadella o con la marmellata che le aveva preparato sua madre e usciva con la sua bicicletta Bianchi; mentre pedalava più forte che poteva il vento fresco del mattino le sferzava il viso e le sgombrava la mente; ora era sveglia del tutto e pensava che a quel punto il più era fatto.

Già, per lei era meno faticoso lottare con i filati e le rocche di lana da rappezzare correndo su e giù per otto ore avanti e indietro alla macchina piuttosto che lottare con il sonno che la inchiodava a letto e staccarsi dai sogni senza aver visto come andavano a finire. Così arrivava in fabbrica ansante per aver pedalato a tutta birra e timbrava la cartolina sempre pochi minuti prima delle sei.
Correva a infilarsi la vestaglia blu, raccoglieva i capelli lunghi e ribelli in una treccia e entrava nel suo reparto come una folata di vento. Prima che i piccoli gruppi delle compagne cominciassero a sciogliersi, si fermava con loro per ascoltare, curiosa, le novità della domenica sera; di solito le ragazze, approfittando dei pochi minuti che restavano prima del secondo suono della sirena, si raggruppavano per raccontarsi storie di fidanzati o di giovanotti che le facevano confondere.

Continua a leggere

Perchè a Brescia?

brescia

 

di Essere Sinistra

E’ bello sapere la verità, si dice.
Per fare cosa? Per cambiare scelte? Per conoscere i meccanismi che hanno coinvolto le nostre vite in un patto tra economia industriale e potere che oggi ci lascia tutti senza alternative e futuro?
Per sapere come si è svolta la guerra fredda tra fascisti e operai nel dopoguerra?
E dopo averlo saputo, cosa faremo?

Diventeremo migliori, più consapevoli e attenti?
Domande.

Ecco il ricordo della strage di Piazza della Loggia a Brescia, il prof. Giuseppe Casadio, insegnante e sindacalista al tempo della strage, e membro del CNEL. Dal suo discorso di commemorazione all’Università di Bologna nel 2012, gentilmente inviatoci da sua moglie, Milena Garoia, che ringraziamo.

Io, per ragioni fortuite, stavo entrando nella piazza, di fianco al Comune, proprio nel momento in cui la bomba esplodeva.
Ma non intendo raccontare quello che si vide in quella piazza, perché questo ciascuno lo può immaginare. Chi è meno giovane, anche fra i presenti, di certo avrà visto tante documentazioni – televisive, cinematografiche-, avrà letto tante cose utili a capire la violenza che lì si manifestò.
Non è di questo che voglio parlare: invito ciascuno di voi a immaginare.
Lo scenario che fa da fondale anche ad un arco di anni: avanzamento di conquiste sociali, di conquiste civili, sostenute da una parte dal movimento studentesco (il ’68) e dall’altra dal movimento operaio in grande crescita.

Continua a leggere