I bambini ci guardano

bimbi

di Ivana FABRIS

In questo ultimo periodo molti sipari si stanno alzando lasciando definitivamente intravvedere la realtà. Una realtà ormai completamente nuda. E cruda.
Crudo è guardare il treno ungherese, quel treno carico di dolore, di disperazione, di umiliazione di povere genti, brutalizzate dalla civile e moderna Europa che ancora una volta si è macchiata le mani di un crimine contro l’Umanità.

Umanità, che bellissima parola…
Una parola che in sè racchiude un mondo di immagini e di sensazioni calde e pacificanti, rassicuranti e luminose se pensiamo ad essa come al sentimento che dovrebbe connotare i popoli della Terra, tutti, senza distinzione di pelle, di religione di sesso e di censo.
Una parola che dovrebbe evocare esclusivamente sentimenti di dolcezza, di solidarietà e di affettività perchè racconta la fratellanza, quando la riferiamo al genere umano.

Eppure il tempo che viviamo ha svilito tutto il suo senso più alto e nobile.
Siamo sempre più isolati, sempre più guardinghi e sempre più afflitti da comportamenti che sfiorano la patologia quando addirittura non la esplicitano completamente.
L’anaffettività ci circonda e impregna sempre più ogni fascia sociale. Il conflitto non è più tra classe borghese e classe lavoratrice ma soprattutto tra tutti i ceti che costituiscono la società partendo dalla base della piramide, spesso solo per invidia e per una competitività mutuata, come comportamento, dalle classi più agiate.
Il solidarismo è quasi sparito persino nelle classi meno abbienti che lottano fra loro per avere un frammento in più di vivibilità ed è sgomitato di lato dal familismo amorale che permea con pervicacia quei ceti che ancora pensano di essersi salvati da soli.
E, l’unica verità, è che nessuno si è salvato da solo, unicamente siamo tutti più soli.

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Anatomia del renziano che si dice di sinistra

boschi

di Riccardo ACHILLI

Per lavoro devo operare con giovani super renziani. Il contatto con loro conferma le mie opinioni con evidenze oggettive, al di là della mia assoluta idiosincrasia soggettiva nei loro confronti. Questa è gente nata negli anni Settanta, insieme a me o poco dopo di me, o nei primi anni Ottanta. Sono cresciuti negli anni del benessere e del riflusso ideologico (o forse sarebbe stato meglio usare il termine medico di “reflusso”, invece che “riflusso”, rende di più l’idea).

I loro educatori, genitori e professori, sono ex sessantottini protagonisti della degenerazione dei valori della sinistra tipica del ’68: da un’idea di lotta di classe ad un’idea generica di lotta contro ogni tipo di autorità, da un’idea di collettività ad una liberale idea di autorealizzazione dell’individuo, e un anelito confuso quanto bruciante verso un concetto totalizzante, e quindi in realtà regressivo, della libertà.

Che spesso, diciamolo pure, ha fatto di loro dei pessimi genitori, incapaci, in nome della responsabilità familiare, di resistere alle tante tentazioni della società liberista e liberalizzata degli ultimi trent’anni. E nella loro vita professionale ne ha fatto dei pescecani assetati di successo e denaro, come veicoli per ottenere l’agognata liberazione personale.

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Basta con la politica dei selfie

puntina

Rubrica “IN BREVE”


di Mario GALLINA

Ieri davanti ad una buon bicchiere di vino, con alcuni compagni ed amici si faceva il discorso sulle difficoltà che incontra Landini. L’analisi ci ha portato a considerazioni, forse astratte ma giustificabili, che la difficoltà di far nascere una formazione di sinistra-sinistra (finalmente senza aggettivi) nasce anche perché quei soggetti che dovrebbero farla, come noi per intenderci, si sono disabituati al confronto e poiché sono diventati (alcuni ritornati), da un ventennio, cani sciolti, perdendo quell’humus che prima trovava nelle sezioni ovvero nei momenti di discussione propositiva.

Una volta caduti in questa trappola, per loro predisposta, per mantenersi “vivi” culturalmente e politicamente si sono costretti ad elaborare punti di vista personali, elaborando analisi sulla scorta di quello che il vuoto politico formatosi intorno a loro e le agenzie di informazione credibili, seppure da filtrare, mettevano loro a disposizione.

Tutto questo ha fatto sì che spesso ci siamo comportati e ci comportiamo da monadi del pensiero politico, ci innamoriamo del nostro punto di vista, elaborato con fatica ed anche una certa dose di onanismo, diventiamo poco propensi a ridiscuterlo nei fatti o rielaborarlo collettivamente. Quindi di fatto la solitudine, l’essere entità culturale autonoma, e produrre quindi un punto di vista soggettivo personale, che cosa altro non è questo se non un SELFIE?
E ora Landini ci sfida. Smettiamola. E coalizziamoci.

La disintermediazione e il “capitale sociale”

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di Sil Bi

Il “capitale sociale” è un concetto introdotto in sociologia all’inizio del Novecento dallo statunitense L.J. Hanifan.
Una sua definizione è la seguente: «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento».

Il termine “capitale” si riferisce a una “riserva” alla quale l’individuo può attingere; “sociale” indica che esso è basato sulla solidarietà tra i membri di un determinato gruppo o, più in generale, dalla reciprocità entro “reti” di relazioni. Esso genera una “fiducia collettiva” che induce a comportamenti desiderabili (bassa criminalità, tendenza alla solidarietà e alla collaborazione, impegno nel sociale ecc.) e limita anche problemi individuali (isolamento sociale, alcoolismo, depressione, suicidi); pertanto, crea benefici per tutti gli individui coinvolti.

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Ma è tutta colpa di Renzi?

disperazione

di Nino CARELLA

Sono un noto “gufo&rosicone” ma trovo comunque intellettualmente disonesto attribuire tutte le responsabilità dei problemi italiani (o della loro mancata soluzione) a Renzi, come pure si tende a fare.
Il senso è che o ci rendiamo conto dei reali problemi del Paese, e uniti ci sforziamo di superarli, oppure continuiamo una lotta intestina che non porterà da nessuna parte. L’ultimo gufo pare sia Ferruccio de Bortoli, direttore – ora uscente – di quel giornale che certo non ha alzato barricate quando l’ascesa dell’ex sindaco poteva essere arrestata, o resa meno impetuosa.

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