Credo che per essere di sinistra…

rivoluzione

Maurizio SANTAROSSA

Valori di sinistra?

Il valore della giustizia sociale, di una Società che non imponga una uguaglianza artificiale ma che dia a tutti eguali opportunità. Una Società che creda nella condivisione di questi valori e nel sostegno ai deboli e questa si chiama solidarietà. Solidarietà che non si esaurisce nelle idee e negli atteggiamenti ma che si concretizza nei fatti e questo significa welfare e stato sociale.

Libertà, che deve dissociarsi dal significato distorto imposto oggi dalla globalizzazione , perché non significa liberismo anarcoide, ma mantiene il suo antico significato che prevede la libertà propria sempre in relazione con la libertà degli altri. Quella libertà all’interno di precise regole che costituisce la base della democrazia. Democrazia che significa governo del popolo mediante le partecipazione ed il controllo e non solamente mediante la delega.

Credo che essere di sinistra significa credere che i diritti debbano essere quali per tutti e che debbano essere stabiliti da Leggi e regole e non concessi dal paternalismo di oligarchie basate su una gestione distorta del potere. Credere che non vi possa essere sviluppo se esso non comporta un miglioramento della esistenza per l’intera Società, che non vi possa essere vero sviluppo senza giustizia sociale.

E che non vi possa essere libertà in un Paese nel quale vi sono uomini e donne in vendita e chi ha il denaro per comperarli.

E che non vi possa essere speranza di futuro in un Paese nel quale il dieci per cento delle famiglie detiene l’ottanta per cento della ricchezza del paese, ed a pagare le tasse sono soltanto il restante novanta per cento di famiglie che tutte insieme si debbono accontentare di dividersi il restante venti per cento.

E che non si può pensare di cominciare a ricostruire un futuro per i nostri figli in un Paese nel quale la criminalità organizzata è talmente collusa con il suo Governo che alcuni suoi esponenti siedono sugli scranni del Parlamento.

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Questo è un paese per giovani (vecchi)

job

di Alessandro GALATIOTO

È un paese di vecchi.

Attraversando per lavoro l ‘Italia mi sto rendendo conto di quanto molta della retorica giovanilista assai di moda oggi – in quanto abilmente cavalcata dai media che devono fargli aprire nuovi conti in banca -, contrasti con la realtà.

Basta non fermarsi ai termini mezzo-inglesi, all’affabulazione delle startup, al diventare imprenditori di te stesso grazie alla lettura di un manuale, all’imparare la comunicazione politica dopo tre giorni a pagamento con il guru dello staff di Obama, e si scopre che sotto nuove definizioni si nascondono vecchie aspettative.

C’è il trentacinquenne che aveva aperto un baretto sulla spiaggia, poi il negozio di magliette alla moda e ora, plurisegnalato in centrale rischi, cerca fondi in crowdfunding per una “startup innovativa”.

In genere, per vendere fuffa.

Sono i nuovi protagonisti di quella classe disagiata che, nell’avere come punto di riferimento i beni posizionali di Veblen, ha visto crollare il suo status in relazione al crollo delle retribuzioni provocato dalla stessa ideologia alla quale si era completamente votato. Quella del successo a ogni costo, della competizione individualista e del desiderio effimero. Un desiderio, la cui realizzazione, nessuno è più interessato a pagare.

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La speranza è l’ultima a gioire

miseria

di Franz ALTOMARE

LA SPERANZA E’ L’ULTIMA A GIOIRE
ma la prima a dire di metterci in cammino.
Non giudico chi resta ancora fiducioso dopo mille delusioni
e si mette all’ascolto ancora nella stessa direzione.
Parole senza suono, concetti senza pensiero
cento sigle che vogliono diventare una
come se la somma di cento fallimenti
può per miracolo trasformarsi in un successo.

Non giudico chi ancora attende qualcosa dalle stesse persone di sempre
ma giudico quelle persone che non sanno giudicarsi
e ci chiedono ancora di seguirle nella nebbia.

Quelle persone in cui abbiamo avuto fiducia
ma che quando hanno potuto non hanno fatto
e non hanno neanche cercato di opporsi con forza a chi ci ha comandato
e ancora oggi ci comanda
perché sono sempre gli stessi quelli che hanno comandato.

Il segreto di ogni impresa di successo è nell’INNOVAZIONE.
Tutti sappiamo che è più facile a dirsi che a farsi
ma è inutile nascondersi che questa è l’unica strada.

Bisogna saper essere visionari e giocare in anticipo.
Occorre competenza, coraggio e a volte un pizzico d’incoscienza.
La passione sostiene la competenza che resta fondamentale.
La passione porta al cuore del problema
e la competenza mette in condizione di ascoltare e di capire.

Troppi cuori pulsanti sono restati inascoltati in questi anni
e nessun progetto avrà futuro se questi cuori resteranno inascoltati.
Per questa ragione non considero credibili le operazioni politiche costruite dall’alto.
Quell’altezza è solo un rischio per chi ha le ali tarpate
e per chi resta giù a guardare.

Chi ha invece passione e amore per la giustizia
sa in che direzione deve volgere lo sguardo
e non possiamo fingere di non vedere
dove abita chi subisce il torto di un tempo iniquo.
Là vorrei essere adesso
là vorrei che fossimo tutti noi
per dare un senso a questi cuori pulsanti
per avviarci insieme verso l’agognata meta
e scalzare dalle loro oscene poltrone i tiranni di sempre.

E se quando saremo stati capaci d’ascoltare
quando non ci ritroveremo più soli
e qualcuno più astuto sarà nei paraggi a osservare
cercando di cogliere qualcosa
mentre altri si limiteranno a schernire
col solito fare tronfio di chi è abituato a stare in campo senza aver mai giocato
noi sapremo di non essere più soli
e di essere sulla strada giusta.

 

 

(immagine dal web)

Arnaud Mountebourg: “La politica di Hollande soffoca l’economia”

arnaud-montebourg

[Traduzione di Giuliana Fabris, che ringraziamo, dell’intervista all’ex Ministro dell’Economia francese Arnaud Montebourg, che si è dimesso dal suo incarico nell’Agosto 2014. Testo originale su Les Echos]

 

Dopo la sconfitta della sinistra l’ex ministro dell’Economia ha rotto il suo silenzio, per  “Les Echos”.

In sette mesi è rimasto in silenzio. A cosa attribuisce la sconfitta della sinistra nei dipartimenti?

Questa è la quarta sconfitta e pesantissima. E’ interessante osservare che la crescita territoriale del Fronte Nazionale è direttamente correlata all’aumento della disoccupazione. Nei territori in cui le difficoltà economiche sono aumentate, in cui la deindustrializzazione è aumentata, in cui il senso di abbandono è aumentato, il FN è cresciuto drammaticamente. Il sentimento di impotenza dei dirigenti politici economici fa la fortuna, oggi, del FN.

Durante la campagna, il primo ministro si è esposto in prima linea, imputa a lui il risultato elettorale ?

La sconfitta è principalmente il risultato delle grandi scelte che sono state fatte dal 2012 – dibattiti ai quali ho partecipato aspramente. Dal maggio 2012, vi erano 570.000 disoccupati in più di classe A e 880.000 più di classe A, B e C. Uno studio dell’OFCE [l’Osservatorio francese della congiuntura economia – n.d.t.] mostra che la perdita media di potere d’acquisto per famiglia 2011-2014 – dopo l’azione dei governi Fillon, Ayrault e Valls – ha raggiunto € 1.650.

Ciò è significativo. La conseguenza sono pensionati in lacrime nelle tesorerie perché non possono pagare le tasse, poi i “superfiscalizzati” della classe media sono altrettanto furiosi, questo raccontano gli eletti dei territori, fin dal 2012. E il programma di austerità fiscale iniziato da destra e che la sinistra prosegue che è al cuore del grande disaccordo nazionale. Si è molto lontani dalle promesse del 2012. Pertanto parte dell’elettorato di sinistra non sa più chi votare e un’altra parte dell’elettorato vota il FN.

Secondo lei, la politica di Hollande è peggiore di quella di Nicolas Sarkozy?

No, è la stessa, nei termini economici. Io non mi sono mai stancato di scrivere note al presidente – e ho pubblicato questi archivi – offrendo un’altra strategia economica e fiscale, che non ha portato né discussione né risposta. Da qui la mia uscita. Si può dire che sono stato costretto. Ma devo anche confessare che ero proprio intenzionato a lasciare. Non si può stare in una squadra con tali disaccordi. Oggi vedo che il governo non ha la maggioranza nel paese o del Parlamento per realizzare questa politica.

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