Renzi e il dialogo sulla scuola che non c’è

nonsente

di Vincenzo SODDU

Insomma, Renzi una cosa finalmente l’ha fatta, dopo lo sciopero degli insegnanti, anzi due…
Ha mandato una mail a tutti gli insegnanti e ha scritto alla lavagna, sì, avete capito bene, ha scritto alla lavagna, mica una lavagna multimediale, una LIM, uno di quei mostri tecnologici di cui ci hanno dotato senza insegnarci come usarle… ma una vecchia lavagna d’ardesia… una lavagna a righe con dei gessetti colorati.

I politici, si sa, ormai sono uomini di spettacolo, e Renzi non poteva certo perdere un’occasione come questa.

Parlare agli insegnanti sostituendosi a loro, però facendo loro da maestro, perché come diceva il “suo” maestro Berlusconi bisogna parlare all’elettorato come a degli ipotetici bambini di 11 anni, magari anche scemi…

Dare lezioni e darle su un supporto vecchio, per lui che è solito usare mezzi all’avanguardia tecnologica, significa in realtà scendere al loro livello… magari gli insegnanti non capiranno, ma gli altri, quelli che la scuola l’identificano con le lavagne in ardesia, genitori in prima fila, sì, e infatti il gradimento, assoluto, allo show del Presidente del Consiglio, c’è stato. Insomma, alla fine niente di nuovo.

Continua a leggere

Trafficanti di parole e spacciatori di menzogne

trafficanti

di Luca SOLDI

Paese strano il nostro, attraversato di continuo, da un capo all’altro, da destra e ora da quella che si credeva – e purtroppo qualcuno vuole continuare a credere – sinistra, da correnti continue che favoriscono non solo il propagarsi di batteri killer ma anche nuove categorie del genere umano che a quanto pare, sembra che non abbiano ancora ben chiara la storia recente del Paese.

Veri e propri trafficanti di parole. Ad alto valore aggiunto, come quelle dei pubblicitari. Più probabilmente veri e propri spacciatori di menzogne che mirano ad accreditare la tesi della “pericolosità” del Sindacato in Italia.

Distinte e graziose figure senza remore, senza rispetto che si accalorano, appunto, caldeggiando la tesi che vede, oggi, il movimento sindacale utile solo come dispensatore di un’accozzaglia di servizi per pensionati, e poco altro.
Pieno di tutori solo per chi ha diritti acquisiti e di centurioni pronti al sacrificio ed al sostegno solo per il pubblico impiego.
Magari, una congrega dispensatrice di sostegno ai “vagabondi” di ogni genere.
Elemento fastidioso per un’economia che, ormai risulta chiaro, trova la sua strada, solo lasciandola andare dove vuole.
Dopo la resa incondizionata, favorita dalla globalizzazione ( e dal ventennio berlusconiano) verso tutto quello che veniva espresso come inevitabile declino del settore manifatturiero.

Continua a leggere

La scuola vera è anche un videogioco.

videogioco

di Vincenzo SODDU

Voglio scrivere sulla scuola di oggi, quella vera, quella che incontro domani mattina, in aula. Non “La Buona Scuola” patinata, ancora in fieri, di Renzi, ma quella vissuta tutti i giorni, sulle barricate, piena di difetti, certo, ma forse proprio per questo vera e capace di essere migliorata per davvero.
Userò naturalmente per i ragazzi, come al solito, dei nomi fittizi.

L’altro giorno, alla radio, ho sentito che in Olanda la storia viene insegnata con i fumetti.
Una buona idea, se non fosse che gli unici fumetti che questi ragazzi leggono sono delle improponibili storie post futuriste di disperata sopravvivenza… va a finire che questi mi scambiano Cleopatra per una mummia post-industriale…
Far lezione non è facile, non è da tutti, e soprattutto non è improvvisabile.
Te lo devi guadagnare il DIRITTO di far lezione.
Giorno per giorno.
Davanti a te non hai più quegli antichi alunni disciplinati e compunti che si alzavano in piedi quando tu entravi in aula, ma piccoli geni informatici convinti di sapere tutto ciò che possa servir loro su questo pianeta.
Continua a leggere

Un insegnante, gli studenti e la violenza contro le donne

violenza_di_genere_big

di Gianfranco MENEO

Sono un insegnante ed ho scelto di parlare di femminicidio, violenza, abuso, accettazione dell’abuso, protezione da parte di alcune vittime del proprio aggressore.

Sono lì fermi ad ascoltare, alcuni attenti altri meno.
Inizio dal rosso, il colore del sangue. Il caldo del sangue che scorre dopo uno schiaffo, un pugno.
Poi scelgo un altro colore: il nero, quello dei lividi e delle sofferenze inferte per una parola di troppo o per non aver parlato, per uno sguardo concesso o ritratto, per essere semplicemente se stesse.

Io so che sto parlando in luogo particolare, io so che qualcuna di loro dovrà ascoltare queste parole che si mescolano alla speranza del mio cuore di poter salvare anche chi non chiede aiuto.
Quel tutti sanno, nessuno sa, mi logora, mi rende impotente.

Parlo del corpo, della necessità di custodirlo, di renderlo libero da ogni forma di costrizione.
Sento concezioni ancestrali sulla superiorità del maschio. Ma perché? Guardo il calendario, segna il 2014, perché devo sentire ancora queste cose?

Loro si guardano. Io parlo della paura, della sopraffazione e ancora del dolore e dell’isolamento che la violenza comporta perché non la puoi raccontare, non la puoi vivere, non la puoi condividere.
Vedo una penna intenta a fare scarabocchi su un foglio fermarsi. Esita lo sguardo di chi avevo immaginato.
Alzo la voce e sostengo che si può piegare un corpo, non la mente e l’anima di una persona, che non esiste il concetto di possesso ma di scelta, che amore è riuscire a leggere nel volto del proprio ragazzo, uomo, compagno o marito la gioia di essere parte integrante di un faticoso cammino che è la vita.

Un cammino spesso alleviato da sprazzi di felicità e cementato dalla quotidianità.
Continuo chiedendo di denunciare tutto ciò che a loro viene estorto, di scegliere uno qualsiasi di noi, dal più vecchio al più giovane, uomo o donna che sia, a riprova che la scuola è questa perché solo chi riesce a salvare una vittima o a trasmettere ai futuri uomini la necessità di nuove forme di comunicazione che siano verbali, magari forti e veementi ma mai fisiche o aggressive, solo quella sarà la scuola che avrà donato qualcosa di vero, spendibile nel tortuoso sentiero dei sentimenti lastricato da tante spine di ignoranza, paura e arretratezza.

Il tempo termina, una parte di me anche. Ma domani continuo, perché domani, dopodomani o ancora dopo per me sarà sempre 25 novembre.

(foto dal web)