Colpire l’ISIS nel loro punto debole. Accoglienza e integrazione

integrazione

di Antonio DITARANTO

Quello che forse non è ancora del tutto chiaro dello scenario terroristico cui assistiamo negli ultimi tempi è il fatto che non ci troviamo di fronte a gruppi armati classici che usavano l’arma del terrore per minare dall’interno il sistema statutario di una nazione. Quello che poteva valere per le BR in Italia, o per l’IRA in Irlanda, gruppi “terroristici” percepiti e ritenuti dalle rispettive intelligenze nazionali bande delinquenziali da combattere con le normali strutture poliziesche e non militari, ha continuato ad avere un senso anche con Al Qaeda e il suo leader storico Osama Bin Laden, che – se pure in uno scenario diverso ed allargato con interventi anche oltre confine – , era rimasto circoscritto ad azioni mirate contro poteri di Stati costituiti al solo scopo di innescare momenti di panico e di tensione o di colpire per ritorsione quegli Stati ritenuti colpevoli di aver in qualche modo defraudato dei loro averi le popolazione arabe.

Le azioni di natura terroristica odierne si innescano in un contesto molto più raccapricciante e pericoloso, in quanto non sono semplicemente concepite  a colpire per ritorsione, ma hanno come obiettivo primario quello di mandare il messaggio di una grande potenza di fuoco ai musulmani sparsi nel mondo che faticano nell’avviamento di un vero processo di integrazione culturale con i paesi ospitanti e quindi possibili adepti dello stato islamico che si intende costituire.

Appunto lo stato islamico, o per meglio dire la riproposizione del califfato del settimo-ottavo secolo dopo Cristo, fondato da Maometto e cessato di esistere nel 1924 con il dissolvimento dell’Impero Ottomano.

Gli stessi protagonisti di questo progetto tanto velleitario quanto pazzesco per gli obiettivi che si propone in un mondo di natura completamente diversa rispetto a quello di alcuni secoli fa, non a caso sono due personaggi, uno giordano, il primo, Al Zarqawi che dopo un periodo di addestramento nei campi di Al Qaeda in Afghanistan si trasferisce in Iraq e fonda il primo stato islamico definito ISI (stato islamico dell’Iraq) proprio perché in contrapposizione con l’idea di Bin Laden che preferiva la guerra agli USA mentre il giordano era per la guerra agli stati sciiti del medio oriente, e Abu Bakr al Baghdadi che divenuto capo del gruppo terroristico armato alla morte di Al Zarqawi, approfitta del caos lasciato dal ritiro degli americani dall’Iraq e della guerra settaria tra sunniti e sciiti per proclamarsi califfo del nuovo stato islamico di Iraq e Siria, dando cosi inizio ad una vera e propria guerra di conquista territoriale cominciata con la conquista di Fallujah e continuata con l’occupazione dell’intera area della cintura di Baghdad allo scopo di isolare il Governo della fragile democrazia imposta dagli americani.

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L’Orso e il cane

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di Immacolata LEONE

In questa situazione, dove la minaccia terroristica del Daesh appare sempre più un Golem sfuggito di mano ai suoi creatori, e mette a nudo tutte le fragilità e le divisioni dell’Europa, che non riesce neppure a mostrarsi come una somma di stati, Vladimir Putin esce dall’angolo in cui avevano provato a isolarlo.

Gli Stati europei hanno condizioni asimmetriche. La Francia e la Gran Bretagna, potenze nucleari, che siedono nel Consiglio di sicurezza ONU come nazioni vincitrici (non così Italia e Germania o gli Stati già nel patto di Varsavia) sono poco disposte a discutere e condividere l’orientamento delle proprie decisioni, salvo proporle per una mera ratifica. La Russia di Putin, invece, si pone, di fatto, come elemento fondamentale per la “soluzione” del problema.

E con essa, mentre la si costringe a vergognose e controproducenti sanzioni economiche a causa della situazione in Ucraina, si dovrà per forza colloquiare e accordarsi.

Ha una strategia, una politica e sfoggia una notevole capacità di comunicazione: regalare un cucciolo di cane alla Francia. Meglio che la “Statua della Libertà”.

Analisi di una strage

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di Alice CARELLA

Sono passati alcuni giorni dall’attentato di Parigi ed io ancora mi sento confusa e frastornata. Mi sono limitata a condividere post su Facebook e fare copia e incolla di pensieri altrui ma non sono riuscita a scrivere un mio pensiero.

Forse perché non ne ho. O forse perché ne ho troppi. Non sono riuscita nemmeno a commentare quei post superficiali e xenofobi condivisi e scritti da alcuni miei contatti.

Questa mattina mi sono resa conto che era arrivato il momento di riordinare le mie idee e cercare di fare un’analisi personale ma il più possibile obiettiva dei fatti avvenuti. Sono una psicologa. Come tale non posso permettermi di dare un parere che non faccia riferimento a fatti precisi e condivisi. Mi devo attenere alla verità. Ma qual è la verità? Non ne esiste una sola.

I francesi hanno la loro ma anche i terroristi ne hanno una che, seppur difficile da capire, è meritevole di essere considerata.

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Voglia di pace

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Sono tre giorni che sono bloccato, scioccato, cercando di scrivere qualcosa per esprimere il mio stato d’animo su quanto è accaduto a Parigi.

E’ difficile perché sono tante le emozioni che mi ha provocato quella strage, ma penso anche a quanto è accaduto a Beirut, e sta avvenendo in Siria, e contro il popolo curdo, a quello che ogni giorno avviene in Palestina e mi rendo conto come sia triste fare discriminazione anche in queste circostanze, considerando una più importante dell’altra solo perché una provocata nel cuore della cosiddetta civiltà ed un’altra in posti dove, secondo alcuni, è da considerarsi quasi “normale”, tanto normale da non costituire più nemmeno notizia.

Ma non siamo noi quelli della “Livella” di Totò che spesso tiriamo fuori per ricordare a tutti che la morte rende uguali? Che è l’unico atto di giustizia sul quale possiamo contare perché questa “tratta” alla stessa stregua il potente, il ricco, il prepotente e il povero, il negletto, il diverso? Dove è finito quindi tutto questo?

Io non l’ho trovato in questi due giorni se non da parte di chi ha veramente capito che la tragedia non era solo quella di Parigi, che non appartiene solo ai francesi o a noi perché hanno “violato” la nostra civiltà: quando si tratta di violenza non c’è posto al mondo dove questa può essere giustificata o addirittura considerata “quasi normale”.

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Cuore di pietra

strage

di Immacolata LEONE

Negli ultimi anni non esco quasi più la sera, per svariati motivi di natura economica, per comodità, per stanchezza e altro.

A volte mi sforzo per fare contento mio figlio, amore di mamma.

Ho pensato a quella mamma che era nel locale con i suoi figli , magari per passare un venerdì sera in serenità con la famiglia, un momento di pace, un attimo di svago, dopo una settimana di lavoro o altro.

Posso solo immaginare il terrore puro, agghiacciante, infinito, come un brivido che parte da dietro il collo fino a scendere alla spina dorsale.

Il primo pensiero sono i tuoi figli, li guardi uno ad uno, pensi a come farli stare in silenzio per non far arrabbiare questi esseri immondi , che sono qui per trucidare, ammazzare, seviziare, senti il tuo sudore freddo, la paura può essere glaciale, non può essere vero proprio qui, ora, con i tuoi bambini, speri che non piangano, li prendi per le mani e sussurri loro con occhi imploranti, di stare immobili e in silenzio.

Questi uomini con lo sguardo buio come un pozzo magari sono qui solo per spaventare e magari una volta spaventati tutti e fatti mettere tutti giù per terra se ne andranno, se ne devono andare.

Invece no, cominciano a prendere uno ad uno le persone e sparano loro a sangue freddo.

L’orrore genera altro orrore, è solo un incubo, abbracci i tuoi bambini, loro, i mostri vestiti da umani, ti vedono e ti prendono , urli in silenzio ai tuoi bimbi di non piangere, sì fate quello che volete basta che lasciate vivi i miei figli.

Un colpo due o tre, questo non lo so, ma la mamma è a terra davanti ai suoi bambini.
Non contenti i mostri prendono i bambini e li ammazzano.
Tutto è buio.
E’ finito tutto.

“Libero”: i bastardi siete voi

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di Antonio DITARANTO

Dobbiamo sconfiggere la cultura dell’odio.

Il quotidiano Libero titola a tutta pagina “BASTARDI ISLAMICI” in riferimento alle terribili stragi di Parigi.
Stragi che sconvolgono noi tutti e che ci sprofondano in un grandissimo senso di rabbia e di impotenza di fronte a tali azioni e attacchi alla nostra quotidianità. Questo però non deve mai farci perdere la ragione e abbandonarci alla generalizzazione nella ricerca dei colpevoli e della parte dalla quale arrivano i pericoli.

Sotto gli attacchi del terrorismo oggi non è solo Parigi o il mondo occidentale; l’atroce notizia naturalmente ci scuote molto da vicino e ci colpisce nell’intimo al punto da spingerci verso sentimenti di reazione immediata.

Non va dimenticato però che oltre a noi europei e cittadini del cosiddetto mondo occidentale, sotto gli attacchi del fondamentalismo e del fanatismo, ci sono da anni milioni di persone di cultura diversa dalla nostra, arabi e musulmani che vengono trucidati negli attacchi quotidiani nelle città del medio oriente, della Turchia e dell’Africa, gente che pure crede nello stesso Dio al quale si riferiscono i terroristi, ma che vengono allo stesso modo massacrati e cacciati dalle loro terre.

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Dopo aver pianto i morti

attentato

di Alessandro GALATIOTO

Dopo aver pianto i morti, e prima che i rutti di Salvini coprano tutto e il berciare dei fascistelli da tastiera impedisca di fare riflessioni sensate, avrei qualcosa da dire.

Passato lo sgomento per i fatti di Parigi, se avremo il coraggio di guardare, scopriremo che “la guerra in casa” non viene dal medioriente: la guerra in casa ce la siamo allevata.

Scopriremo che gli attentatori di Parigi, molto probabilmente, sono cittadini francesi nati e cresciuti in Francia, figli di quel sotto proletariato che popola le banlieu (chiamiamole borgate o coree che si capisce meglio), che riempie le liste della evasione scolastica e quelle dei disoccupati. Rimandarli a casa loro è una corbelleria gigante.

Parigi è la loro casa. I loro nonni, i loro padri ci sono venuti da cittadini francesi perché nativi delle colonie: rimandarli a casa è stata la follia. Relegarli tra i loro eguali, rinchiuderli ai margini della ricchezza, creare scuole ghetto, respingerli verso il peggio delle interpretazioni islamiche invece che includerli laicamente: questo è l’errore più grande.

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Un fiero e deciso NO alla guerra!

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di Michele CASALUCCI

Alcuni anni fa, a Foggia, una insipiente decisione, della quale mai nessuno ha osato assumersi pienamente la responsabilità, ha portato all’utilizzo di un aereo da combattimento (dismesso) dell’Aeronautica militare, quale elemento dell’arredo urbano.

L’aereo in questione svetta sulla rotatoria (rondò, roundabout, chiamatela come volete), tra Via Paolo Telesforo, via Mario Natola (le tre corsie insomma), e via Silvio Pellico e Tratturo Camporeale.

L’iniziativa provocò discussioni assai accese e le motivazioni addotte da quanti sostenevano il valore della localizzazione erano sostanzialmente risibili; ne ricordo una che metteva in connessione l’aereo con i bombardamenti subiti dalla città di Foggia durante la seconda guerra mondiale. Ma si sa, quando si parla di guerra, la stupidità impera e la logica va a farsi quattro passi da un’altra parte.

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Bombe ad Ankara: stanno uccidendo la pace

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di Luca SOLDI

Ad Ankara stanno per uccidere, ancora una volta, la pace. E per farlo hanno ucciso quasi cento persone – 250 sono rimaste ferite – della grande folla umana che chiedeva: “pace, lavoro, democrazia“. Sono questi i valori sotto il fuoco nemico in tutto l’Occidente.

Le due esplosioni che si sono succedute sono il segno di quanto sia potente e devastante il muoversi insieme nel nome della Pace. Ancora una volta corpi di giovani, di uomini e donne che volevano gridare forte “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”.

Le due esplosioni si sono verificate quando diverse persone si erano radunate sul posto per una marcia per la pace che aveva anche l’obiettivo di protestare contro l’escalation di violenza nelle regioni curde della Turchia. Al corteo stavano già arrivando migliaia di partecipanti.

Suat Çorlu, vicepresidente del partito filocurdo Hdp e Selahattin Demirtas, leader dello stesso partito che ha conquistato il 13% alle precedente elezioni politiche non hanno dubbi: “La manifestazione per la pace è stata organizzata da civili. Tante persone, provenienti da città diverse, hanno preso parte all’iniziativa. Ecco, questo tipo di manifestazioni sono oggi pericolose perché è difficile controllarle”.

 

“E’ evidente che dietro l’attentato di Ankara sia dietro quello di Suruc (dello scorso 20 luglio) ci sia l’Akp – ha affermato a Il FattoQuotidiano Suat Çorlu– vogliono aumentare la paura nelle persone, paura che loro stessi hanno creato, e dare come unico antidoto la vittoria del loro partito alle prossime elezioni. Questa è la loro propaganda.” Si ferma, alza il tono di voce e poi attacca l’Akp senza mezzi termini: “La loro campagna elettorale è sporca di sangue. Erdogan sta utilizzando le bombe per fini elettorali, per riprendere il potere assoluto in Parlamento. Ma non ce la farà neanche questa volta”.

Intanto, il PKK ha deciso il “cessate il fuoco” unilaterale in relazione alle aggressioni del governo turco.

Una domanda.

Cosa succederà quando in tutta Europa i popoli grideranno in piazza: “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”?