Un fiero e deciso NO alla guerra!

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di Michele CASALUCCI

Alcuni anni fa, a Foggia, una insipiente decisione, della quale mai nessuno ha osato assumersi pienamente la responsabilità, ha portato all’utilizzo di un aereo da combattimento (dismesso) dell’Aeronautica militare, quale elemento dell’arredo urbano.

L’aereo in questione svetta sulla rotatoria (rondò, roundabout, chiamatela come volete), tra Via Paolo Telesforo, via Mario Natola (le tre corsie insomma), e via Silvio Pellico e Tratturo Camporeale.

L’iniziativa provocò discussioni assai accese e le motivazioni addotte da quanti sostenevano il valore della localizzazione erano sostanzialmente risibili; ne ricordo una che metteva in connessione l’aereo con i bombardamenti subiti dalla città di Foggia durante la seconda guerra mondiale. Ma si sa, quando si parla di guerra, la stupidità impera e la logica va a farsi quattro passi da un’altra parte.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

guerra

di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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Yanis Varoufakis: la democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo subito un colpo di stato

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[Intervista a Yanis Varoufakis rilasciata alla trasmissione El Búho, diretta da Mariano Alonso Freire su Radio 4G. Traduzione di Gianni Fabbris]

Nella sua prima intervista radiofonica ai media spagnoli, il controverso economista greco, prestigioso professore negli Stati Uniti, saggista, e per un breve periodo, ministro delle finanze Yanis Varoufakis non delude. Senza mezzi termini, il parlamentare di SYRIZA  parla dopo il suo breve ma intenso passaggio da Ministro delle Finanze greco, del suo ritiro dal gabinetto guidato da Alexis Tsipras e descrive in un linguaggio semplice le ragioni delle sue dimissioni e del perché non può funzionare il sistema “piramidale” del debito greco che la Troika insiste a voler applicare sotto l’eufemismo di “salvataggio”.

Varoufakis si addentra nei reali motivi della crisi dell’euro e li espone sia a Wolfgang Schäuble che a Luis de Guindos [Ministro delle Finanze spagnolo ndt] e sembra che voglia dare un consiglio a Podemos, il partito spagnolo per il quale esprime simpatia: le dimensioni contano.

Di seguito è riportata l’intervista completa fatta a Yanis Varoufakis durante il programma El Búho , diretto da Mariano Alonso Freire per Radio 4G, che è stato rilasciata la scorsa notte, 20 luglio.

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Mariano Alonso: Buonasera, signor Varoufakis, grazie mille per averci raggiunto qui a El Búho, come sta?

Yanis Varoufakis: Molto bene, e sono personalmente sollevato rispetto agli ultimi cinque mesi, anche se politicamente e collettivamente siamo di fronte ad una situazione molto complicata come greci e, soprattutto, come europei.

Mariano Alonso: Due settimane fa, dopo che si è dimesso dal governo greco, era necessario il referendum se poi la Grecia sta accettando il salvataggio, una volta respinto?

Yanis Varoufakis: Beh, questa è una domanda molto buona. Il 25 giugno ci hanno presentato un terribile ultimatum. Non abbiamo avuto il mandato di accettare a tutti i costi perché abbiamo pensato che fosse un accordo catastrofico per l’economia greca, e inoltre abbiamo ritenuto che fosse un male per l’Europa. D’altra parte, il modo in cui è stato presentato a noi, solo quattro o cinque giorni prima della fine del programma di aiuti greco, rifiutarlo avrebbe significato una rottura della zona euro, il che significava che la Grecia sarebbe restata senza un programma di aiuti e quindi, in pratica un chiaro caso di conflitto tra la Grecia e l’Eurozona. Non abbiamo avuto questo mandato. Il 25 gennaio siamo stati eletti con un programma di proseguire i negoziati all’interno della zona euro.
Così abbiamo fatto quello che qualsiasi democratico farebbe, consultare il popolo greco. Il nostro consiglio è stato quello di votare “no”. Semplicemente perché siamo stati eletti per non perpetuare il ciclo di debito e deflazione che aveva condannato la Grecia a cinque anni di umiliazione e una massiccia crisi economica e sociale.

Ci hanno messo con le spalle al muro, e non abbiamo avuto altra scelta che chiedere ai Greci. Ci hanno dato un “NO”, un “no” clamoroso molto coraggioso. Io dico che è stato coraggioso, prima di tutto, perché erano terrorizzati dai media che hanno mostrato il “no”  come una situazione per la Grecia che conosciamo, e allo stesso tempo, naturalmente, di essere stati terrorizzati dalla chiusura delle banche che era presentata come misura per il bene dell’Eurogruppo.

Hanno sollevato questo manto di terrore e hanno votato un sonoro “no”.

Sentivo che questo “no” doveva essere usato per darci energia e tornare in Europa, per dire ai nostri colleghi europei e alla troika che avevamo avuto un mandato per ulteriori negoziati, per continuare nella zona euro, con un accordo praticabile e, che se volevano continuare a imporre un accordo irrazionale e contrario ai diritti umani, che lo facessero.

Il Primo Ministro non era d’accordo con la mia opinione su questo, e ha deciso, nel suo ragionamento, con il quale io non concordavo, che come responsabilità di governo non poteva permettere che le banche fossero completamente distrutte. Ho perso la votazione nel Consiglio dei Ministri e quindi la decisione di ritirarmi era praticamente presa. Non potevo accettare questo, e quindi mi sono dimesso.

Luis Martin: Salve, Varoufakis, parla Luis Martin.

Yanis Varoufakis: Ciao Luis.

Luis Martin: Guardando negli ultimi cinque mesi in prospettiva, vorrei il suo parere su tutto ciò  che non andava o avrebbe fatto in modo diverso.

Yanis Varoufakis: Oh, certo. Chiunque abbia attraversato un processo di negoziazione come questo e che sostiene che non ha sbagliato nulla o non avrebbe dovuto fare le cose in modo diverso è un pazzo pericoloso. Naturalmente abbiamo commesso degli errori.

L’errore più grande è stato quello di immaginare che una solida argomentazione ci avrebbe portato al successo. Saremmo stati in grado di intenderci con le istituzioni e di convincere l’Eurogruppo, con la base di una potente ragione come la ristrutturazione del debito, che ci avrebbe permesso di ridare più soldi ai nostri creditori, e di far crescere l’economia greca permettendo riforme possibili. 

Questo è stato un errore di calcolo da parte nostra e, mentre avanzavano i negoziati, è diventato sempre più chiaro che gli argomenti ragionevoli non avrebbero attirato l’attenzione dei nostri creditori. Essi reclamavano indietro i loro soldi e chiedevano riforme dalla Grecia. 

Ma fu subito chiaro che né volevano i loro soldi indietro né volevano riforme in Grecia, volevano soltanto umiliare un governo che ha osato dire “no” al loro programma che è fallito.

A quel punto, combattiamo, penso molto bene e molto duramente, per mantenere l’accordo dell’Eurogruppo del 20 febbraio, che era composto essenzialmente di norme rivoluzionarie. Se leggete la dichiarazione dell’Eurogruppo del 20 febbraio vedrete qualcosa di molto importante, la parola “programma” non è usata e le iniziali del “memorandum d’intesa” (MoU) neppure. L’Eurogruppo ha precisato che il governo greco doveva essere giudicato in base alla lista delle riforme avviate dall’esecutivo, in modo da sfuggire, anche se solo per pochi giorni, al secondo piano di salvataggio che stava uccidendo l’economia greca. Non è stato un errore, anzi è stato un grande successo.

Gli errori iniziano due o tre giorni dopo, durante una conference call in cui le istituzioni tornano a enfatizzare di nuovo la questione sul tavolo del MoU [del salvataggio]. Ho risposto con decisione che non vedevo perchè si sarebbe dovuto tornare a un accordo di salvataggio dopo il 20 febbraio. Ma nel tentativo di trovare un terreno comune con la troika, le istituzioni e l’Eurogruppo, siamo caduti nella trappola di avviare negoziati nel contesto di un salvataggio non riuscito; lasciandoci trascinare di nuovo nella negoziazione di un processo di salvataggio fallito. Un processo noto anche come una revisione globale in cui tecnocrati ci hanno chiesto di parlare di tutto, il che ovviamente significava parlare poco o nulla.

Così, per molte settimane abbiamo avuto questa “super” trattativa senza fine in cui ci è stato chiesto cosa volevamo fare di ogni cosa, e ogni volta che dicevamo loro che non eravamo d’accordo, loro non presentavano alcuna proposta alternativa, ma hanno insistito per continuare con un altro tema come la privatizzazione, o il mercato del lavoro e un altro problema e un altro problema. Era un processo senza nessuna convergenza. Non ci rendevamo conto, lo sospettavamo ma non eravamo sicuri di ciò che stavano facendo; e si è scoperto che era vero che stavamo cercando di mandare tutto in fumo. Stavano cercando di mantenere una conversazione senza fine e senza accordi per liquidare le risorse della Grecia, per esaurirle completamente, e dopo che le nostre banche sarebbero state chiuse, mettere una pistola una sopra le nostre teste. Certo che questo è stato un errore.

Ed è stato anche un errore essere troppo permissivi. Abbiamo ceduto troppo in fretta su alcuni fronti importanti come quello di accettare l’austerità. Ero d’accordo con questo, ma la nostra squadra negoziale, alla fine di aprile, si era accordata su avanzi primari sicuri, che io ho considerato troppo elevati, e se l’idea doveva essere invece quella di cambiare la situazione attraverso una migliore ristrutturazione del debito, io non ero d’accordo perché una volta che si offrono delle eccedenze superiori poi non si hanno argomenti per una migliore ristrutturazione.

Fondamentalmente, mi pento, ci pentiamo, di essere stati troppo compiacenti, troppo permissivi e di aver concesso all’altra parte di chiuderci in un processo senza fine che in nessun caso ci avrebbe condotto ad un accordo reciprocamente vantaggioso.

Luis Martin: Pensi che avete perso un’occasione in quel momento?

Yanis Varoufakis: Certo, certo, ma abbiamo combattuto bene. E siamo arrivati alla fine di giugno con il popolo greco che stava affrontando la chiusura delle banche, essendo terrorizzato, e ci ha risposto con un magnifico referendum. Come dire che in ogni guerra puoi perdere battaglie, ma sperando di non perdere la guerra.

    Si tratta di un accordo impraticabile, e non è solo la mia idea, il primo ministro è completamente d’accordo con me su questo 

 

Luis Martin: Hai manifestato categoricamente la tua opposizione contro l’accordo firmato dal primo ministro Tsipras il 13 luglio e che voi stessi battezzato come “i termini della resa greca”. Se avete ragione circa la devastazione che questo accordo porterà nell’economia del suo paese, dato che anche il suo primo ministro non crede in quello che ha firmato, pensa davvero che il terzo programma di salvataggio sarà attuato nei prossimi tre anni o siamo davanti a un accordo condannato al fallimento?

Yanis Varoufakis: Certo, non è un accordo praticabile, e non è solo la mia idea, come lei ha detto, il Primo Ministro è d’accordo con me su questo completamente. Si tratta di un accordo impossibile, una nuovo “extend and pretend” addirittura peggiore del primo piano di salvataggio del 2010 e del seconda nel 2012, questo è peggio. E il tipo di accordo che si scrive se si vuole umiliare l’altra parte, non se si desidera consentire al debitore di crescere e recuperare. E io non ho dubbi, in ogni caso, che questo accordo passerà alla storia molto, molto presto. Non dovete credere a me o ad Alexis Tsipras: è proprio Wolfgang Schäuble che ha detto recentemente al Bundestag che non crede in un tale accordo, e Christine Lagarde e il FMI hanno detto che è un accordo ridicolo che spingerà il debito greco a circa il 200%. E non ho dubbi, anche se non ha fatto alcuna dichiarazione al riguardo, che la Commissione europea non ci crede. Mario Draghi è un uomo molto intelligente, non riesco a immaginare che veda bene questo accordo.

Quindi questo è ciò che sta accadendo in Europa: Abbiamo un accordo impossibile imposto allo stato membro più debole, semplicemente perché nessuno vuole ammettere che gli errori sono stati fatti in ragione del programma di austerità imposto ai nostri paesi negli ultimi anni.

Luis Martin: In un’intervista a gennaio, ha detto che lo scenario della “Grexit” non era né auspicabile né una merce di scambio. Tuttavia, mi ha anche detto che, anche se preferivi che la Grecia avesse continuato all’interno della moneta unica, i Greci non dovrebbero perdere testa a fare quello che dicono; in fondo non si dovrebbe aderire all’Unione monetaria a qualsiasi prezzo. Abbiamo raggiunto un punto in cui il prezzo è troppo alto?

Yanis Varoufakis: Beh, le due cose non vanno necessariamente insieme, possono, ma non devono andare insieme. La sospensione dei pagamenti e la “Grexit”, voglio dire. Eravamo in difetto: un mese o più fa, abbiamo sospeso i pagamenti al Fondo monetario internazionale. Penso che sia stato necessario, al momento: questa fu la mia raccomandazione al governo quando ero il Ministro delle finanze, nel momento in cui siamo stati minacciati con la chiusura delle banche poiché siamo entrati in amministrazione controllata dalla Banca centrale europea. I buoni della BCE hanno un valore nominale di 27 miliardi, che dovevano essere pagati. Si tratta di obbligazioni di diritto greco e la limitazione imposta dalla BCE era illogica: la Banca centrale greca, che è come la Banca di Spagna o giù di lì, aveva dichiarato solventi le banche che hanno dovuto sospendere le loro attività . Questo è stato un atto di aggressione massiccia, e si sarebbe dovuto assumere il prezzo dell’ inadempienza sulle obbligazioni da parte della BCE.

Penso che sarebbe stato una minaccia molto credibile, e che saremmo rimasti nella zona euro, perché, in ultima analisi, nessuno vuole una uscita della Grecia, tranne forse il Dr. Schäuble. Ma sono sicuro che la BCE, il cancelliere Merkel, il presidente Hollande, anche Mariano Rajoy non vogliono che la Grecia venga espulsa perché il costo sarebbe enorme e, soprattutto, perché l’Unione non sarebbe un ente unico, ma sarebbe diventato solo un regime di cambi fissi dove creditori, debitori, i cittadini, gli elettori e gli investitori cominciano a chiedersi e speculare su chi è il prossimo a uscire.

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Le lezioni alla Grecia che l’Italia non può dare

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di Luca MARCONI

Le analogie tra la situazione italiana e quella greca sono molte, e le differenze non permettono all’Italia di ergersi a maestra di virtù.

Sessantotto anni dall’Assemblea costituente ancora non sono bastati per mettere fine ai problemi che attanagliano questo paese.

Anzi, contro ogni logica la situazione è andata via via aggravandosi dopo lo scandalo di Tangentopoli che avrebbe dovuto riportare nelle istituzioni la parola Etica ma che invece è servito da esempio solo per delinquere ancora di più nonostante i valori sanciti dalla nostra Costituzione.

Ci dicono che l’Italia è retrograda a causa dell’articolo 18 e che la giustizia non funziona perché i magistrati godono di un periodo di ferie troppo lungo, quando in realtà ci sono gravi lacune legislative che combinate all’incapacità della politica di autoregolamentarsi (che poi è solo una conseguenza) rendono questo paese il più corrotto d’Europa.

Gli italiani che motteggiano sulla scia delle sciocchezze sulle babypensioni greche pretendono che Alexis Tsipras possa promulgare una legge anticorruzione efficace in soli cinque mesi e nonostante la crisi economica, mentre nemmeno si domandano cosa ha fatto Matteo Renzi in un anno e mezzo, salvo depotenziare, per tutte le piccole imprese, il falso in bilancio.

Se la mancanza di morale la rinfacciassimo alla nostra classe dirigente non avremo chi ruba l’acqua dalle fontane della Reggia di Caserta, ogni opera pubblica non sarebbe costellata dalle collusioni di ogni tipo, la Magistratura non dovrebbe intervenire per ristabilire l’ordine nei Comuni a trazione mafiosa, Roma non sarebbe un cantiere a cielo aperto con le fognature che tracimano ogni anno e Mafia Capitale sarebbe solo un comic book.

Se l’homo italicus anziché scialacquare tanto impegno per puntare il dito contro l’evasione fiscale ed i “furbetti” ellenici mostrasse con la stessa veemenza tanto senso critico nei confronti della propria classe politica con molte probabilità l’Italia non avrebbe gli stessi problemi e finalmente si arriverebbe alla radice della causa dello strapotere mafioso che soffoca questo paese.

La corruzione che impera in Italia e che ha gravi ripercussioni sul welfare, il lavoro, la sanità, la scuola, le infrastrutture e l’economia fa sembrare quei 40/60 miliardi de debito greco nei nostri confronti poco più che spiccioli.

L’italiano che fa la lezioncina al greco senza averne alcun titolo e restando a guardare il catafascio che lo circonda: questa è la triste morale della favola.

Carne da macello

bovini

di Immacolata LEONE

Leggo che molte persone accusano la quiescenza degli italiani, se si è caduti nella fogna in cui siamo, avendo sempre votato malamente.
Per quello che mi riguarda forse è proprio chi lo dice , seduto dietro la scrivania e anche con il suo bel lavoro pagato, ad averlo fatto per anni seppur, voglio ancora pensare, in buona fede.
Sentire, vedere , constatare e subire sulla mia pelle che dopo venti anni di  gavetta si è allo stesso punto da dove si è partiti, se mi si permette, fa rigirare le budella.
Perché, parliamoci chiaro chi ce l’ha fatta a costruirsi una posizione è stato aiutato dai genitori o parenti con possibilità, punto.

Oggi che per me è non è piu possibile farlo mi sento di dire ad un giovane, che è povero e che non ha un futuro già delineato, sempre grazie ai famosi soldi di madre e padre, di andarsene da questa nazione, perché se ha vissuto i suoi primi 30 anni qui, non ha visto niente di quello che lo circonda.
E’ rimasto indietro anni luce.
Perché qui ormai ci sono solo vecchi e cinquantenni, laureati e non, senza più la dignità di uno straccio di lavoro.

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Qualcosa stride

lagarde

di Claudia BALDINI

C’è un punto che solleva un interrogativo rispetto alle politiche dell’FMI ed ai meccanismi di rappresentanza e mandato propri del Fondo. Ovvero, Christine Lagarde dovrebbe rispondere al Board del FMI, dove siede anche il direttore esecutivo italiano, Carlo Cottarelli, che nel Board rappresenta pure la Grecia ed altri paesi. E’ una questione annosa: nel board del FMI vige il principio un dollaro un voto, quindi chi ha quote inferiori di partecipazione conta di meno.

I paesi più ricchi hanno più voce in capitolo mentre l’Italia rappresenta una “constituency” plurale, con Grecia (il vice direttore esecutivo dell’ufficio italiano non a caso è greco, Thanos Catsambas), Portogallo, Malta, San Marino ed Albania.

Allora di cosa stiamo parlando, di schizofrenia o di un problema assai serio?

Se il nostro direttore prende direttive dal MEF, e dovrebbe rappresentare pure la Grecia ed il suo governo, quale posizione ha rappresentato?

Quella in sostegno alla Lagarde o anche gli interessi della Grecia?

E perché il Parlamento non ha avuto la possibilità di dire la sua visto che di volta in volta gli viene richiesto di rifinanziare l’FMI con i cosiddetti Diritti Speciali di Prelievo, ossia con fondi del pubblico contribuente?

A chi parla tanto di democrazia e poi critica la scelta di Alexis Tsipras non viene un po’ di vergogna pensando al ricatto perpetrato da chi decide solo in base a chi ha più soldi?

Forse c’è in atto un processo di colonizzazione. E non vogliamo ammetterlo.

Il debito dei colonizzati

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di Giuseppe SCHERPIANI

Il debito. Parola che oggi evoca scenari tetri, di rovina e di squallore. La dissipazione delle risorse nazionali da parte di una borghesia folleggiante e spendacciona. L’incosciente “vivere al di sopra delle proprie risorse” di una certa gente comune greca, italiota, spagnola, portoghese e magari un tantinello anche francaise. Latina, in definitiva.Così, giusto per dare alle argomentazioni dei convinti saccenti un tocco di cipria.

Da contrapporre ai rigidi e seriosi calvinisti anglo-americo-germanici, gente che, osservante dell’evangelio, si comporta sempre in modo che il sì sia sempre sì e il no, no.

Invece il debito, oggi, è la prosecuzione della politica delle cannoniere con altri mezzi.

Non c’è bisogno di creare il casus belli, infatti, come fu nel 1964 fra Nord VietNam e USA nel Golfo del Tonkino. Ci si può servire di altri strumenti, quali il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale e della loro dependance europea BCE. Che del resto non a caso furono il frutto (BCE esclusa) degli accordi di Bretton Woods del 1944. Guerra mondiale seconda ancora in corso. Accadde dunque che, per rendere molti paesi emergenti assoggettati alla maggior potenza mondiale, fu messo a punto un meccanismo che si muoveva sulle seguenti direttrici:
1. concessione di un prestito da parte di Banca Mondiale o FMI ad una nazione qualsiasi a condizioni apparentemente vantaggiose;
2. stipula di contratti bilaterali fra i paesi poveri e (più spesso di altri paesi ricchi) gli USA;
3. obbligazione per il paese povero contraente, di fornitura di una materia prima, di cui esso era produttore, al paese ricco sua controparte, il quale, dal canto suo, si impegnava a fornire al suo partner prodotti finiti;
4. a questo punto le Borse manovravano in modo di far correre al ribasso i prezzi delle materie prime e al rialzo quelli dei prodotti lavorati:
5. dopo un periodo medio-breve la situazione diventava insostenibile per i poveri che venivano poi costretti ad “onorare “(si dice cosi?) i contratti firmati. Era, ed è, semplicemente COLONIALISMO DI RITORNO.

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Voglio vedere crescere tutti i bambini del mondo

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di Elena TORALDO
Kinshasa, Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), 1977.
Una bambina di circa 10 anni, nera, con indosso un vestitino liso di colore incerto, è distesa a terra un po’ discosta dal ciglio di una strada periferica, sotto il sole di un pomeriggio africano. Non si muove. Una bambina di circa 10 anni, bianca, grassottella, con indosso certamente degli abiti nuovi e puliti, passa in macchina con la mamma e chiede alla mamma come mai una bimba fosse distesa in terra sotto il sole. La mamma risponde che “dorme”. La risposta non avrebbe convinto neanche un bambino di 3 anni ma la bambina bianca preferisce non indagare oltre. Forse intuisce la verità, forse è il tono usato dalla mamma a sconsigliare ulteriori domande.

Non ricordo. Ma so che quell’immagine è rimasta indelebile nella mia memoria fino ad oggi e riacquista nitidezza ogni volta che in Italia, al verificarsi di un qualsiasi evento scatenante, si riaccende la propaganda razzista e xenofoba.

E ogni volta mi chiedo come sia possibile che persone che invocano le radici cristiane del nostro Paese come un’armatura di protezione contro la ricchezza culturale del Mondo, possano dimenticare allo stesso tempo l’insegnamento di solidarietà e carità (non di pietismo, come ci ricorda Papa Francesco) insito proprio in quelle radici.
E mi chiedo come uomini e donne che vivono in un Paese che è l’8° potenza industriale del mondo, possano anche solo immaginare di impedire ad altri uomini e donne, meno fortunati per nascita (e non per scelta), di vedere crescere i loro figli.

La più lunga crisi economica dall’avvento dell’industrializzazione ci ha reso la vita meno facile, a volte decisamente difficile, ed ha esacerbato gli animi. È un fatto.

Ma permettetemi di avere il dubbio che sfogare la rabbia contro i più deboli non sia solo una reazione istintiva ma anche e soprattutto indotta e funzionale a coloro che sono i veri responsabili delle difficoltà che i cittadini italiani vivono tutti i giorni. Indotta da un lato, per indurci a sfogare la nostra rabbia e la nostra frustrazione verso un “nemico” inesistente e, dall’altro, per impedirci di valutare appieno le responsabilità gravissime di chi non solo non ha saputo (voluto?) governare la crisi ma ha anche consentito che la disuguaglianza esistente crescesse a dismisura.

L’Italia è il Paese europeo con una presenza di immigrati non cittadini assolutamente in linea (anzi, leggermente inferiore) rispetto agli altri Paesi europei di dimensioni simili al nostro. In compenso, però, è anche il Paese meno multietnico e quello dove meno vengono accolte le domande di cittadinanza. In Italia, nel 2014 si registrava una presenza di immigrati di 4.922.085 unità pari all’8,10% della popolazione. Nello stesso anno si è avuta nuova immigrazione per 350.772 unità, pari allo 0,58% della popolazione.

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24 maggio 1915. Il doloroso inganno della guerra

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di Giovanni PUNZO

Sono trascorsi cento anni dal 24 maggio 1915. Le manifestazioni però – soprattutto in questi giorni, gravate dal fantasma dell’austerità e dal crisma dell’ufficialità –, stanno riversando anche un profluvio di luoghi comuni e banalità, prive del senso o delle interpretazioni che tutti attendono. Inutile d’altra parte cercarli nel quadro ufficiale perché le celebrazioni mai sostituiscono argomenti e ragionamenti, ma ne rappresentano semmai il punto di partenza.

C’è tuttavia da osservare – rispetto il trascorso centocinquantesimo dell’Unità d’Italia – che l’anniversario questa volta sembra più sentito, almeno a livello di curiosità, per la presenza di tante memorie familiari e collettive di un evento che rappresentò la vera nascita dell’Italia del XX secolo nella sua identità moderna. Parlando di Prima guerra mondiale soprattutto per il nostro Paese le domande restano sostanzialmente due: come e perché l’Italia entrò in guerra.

Dopo abili iperboli retoriche o aperte manipolazioni storiche, frutto dei regimi o delle tendenze culturali passate, sta emergendo con definitiva chiarezza l’aspetto principale: la maggioranza non voleva la guerra e fu trascinata lo stesso nel conflitto. Sappiamo che la regia, o meglio la ‘responsabilità’ dell’entrata in guerra, coinvolse solo pochissime personalità di alto rilievo: il re e due o tre ministri, appoggiati a loro volta da un confuso ed eterogeneo movimento interventista – molto attivo in piazza – che andava dalla sinistra rivoluzionaria ai nazionalisti, ma al cui interno agivano anche parte dei liberali, la quasi totalità della classe dirigente (industriali compresi), gli intellettuali e i giovani.

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Italia, ricorda

italiaricorda

di Claudia BALDINI

L’Italia dopo la prima guerra mondiale era nel caos, e anche la politica era andata in frantumi. Giolitti non era stato in grado di opporsi alla guerra – si, l’avevamo vinta, dicevano -, ma a quale spaventoso prezzo? – e ora i partiti italiani erano diventati ingovernabili persino per lui: la crescita del partito socialista e l’entrata della Chiesa in politica col partito popolare di don Sturzo avevano relegato i partiti liberali ad una parte politica sempre più piccola. Questo era un processo normale, secondo me, intanto la novità del suffragio universale maschile preludeva a partiti di massa, a quelli che potevano smuovere milioni di persone con la loro propaganda, e anche senza la guerra questo cambiamento si sarebbe realizzato probabilmente in modo civile.

Invece la prima guerra mondiale mise in crisi l’economia, fece vivere una terribile esperienza in trincea agli uomini, e fece fare una terribile figura alla democrazia italiana che non era stata in grado né di tenersi fuori dalla guerra (nonostante il parlamento fosse neutrale) né di vincerla in maniera decisiva.

La scalata di Mussolini avvenne quindi in questo contesto, in cui non c’era più nessuna fiducia nel governo democratico, c’era paura di una rivoluzione socialista, c’era miseria e scontento per la guerra.

Mussolini si presentò come la possibile soluzione di tutti questi problemi, come l’uomo che poteva riportare l’ordine e l’efficienza, risolvere la crisi, in uno slogan moderno: uscire dalla palude.

Il suo partito cambiò continuamente programma, passando dall’essere rivoluzionario e populista (chiedendo ad esempio la repubblica e la punizione di coloro che si erano arricchiti durante la guerra), nell’iniziale manifesto di San Sepolcro, al proteggere gli interessi dei ricchi, della monarchia e della Chiesa dopo aver preso il potere.

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