A proposito del documento “Abitare Bologna” dell’Associazione “La boa”

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di Claudio BAZZOCCHI

Propongo qui una lettura del documento presentato dall’Associazione La boa, che fa capo all’ex assessore alla cultura del Comune di Bologna Alberto Ronchi, in cui si fa il punto sul rapporto tra istituzioni e privato sociale a proposito di welfare e cultura a Bologna. Il documento è dunque particolarmente importante perché esce all’indomani della revoca delle deleghe all’assessore a seguito della vicenda Atlantide, che trova eco, seppur indirettamente, nel documento stesso.

Una strana lettura della postdemocrazia

Il documento si apre con una valutazione positiva dell’elezione diretta del sindaco e dell’autonomia della giunta dai partiti che avrebbero – a detta degli estensori del documento – ancora troppo potere di condizionamento assieme ai cosiddetti poteri forti della città.

Dunque, la sinistra dell’associazione La boa si pone in continuità diretta con le retoriche antipartitiche degli anni Novanta del secolo scorso, che hanno portato all’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione e che hanno inferto un colpo mortale ai partiti e alla loro rappresentanza sul territorio a favore dei tecnici della cosiddetta società civile, delle persone dotate di visibilità mediatica (imprenditori, uomini e donne di spettacolo, professionisti) e di nessuna competenza amministrativa e vicinanza alla propria gente (cosa che invece i partiti garantivano), in un’ottica tipicamente postdemocratica che, a sua volta, ha sortito l’effetto di sottrarre autonomia alla politica e di concedere sempre più influenza – fino alla vera e propria coincidenza tra economia e politica, anche in termini di classe dirigente – ai poteri forti. Quindi, rileviamo che la lettura della postdemocrazia contemporanea è piuttosto confusa nel documento in oggetto e avvertiamo che non vi è alcuna preoccupazione circa la fine dei partiti e l’estrema debolezza dei corpi intermedi in genere.

Questo non deve sorprendere e lo capiremo proseguendo nella lettura del documento, anche se fa comunque impressione notare che un’associazione che si pone il tema della partecipazione cittadina non si periti di dedicare attenzione alla deriva postdemocratica della nostra società e alla conseguente crisi di rappresentanza dei corpi intermedi. D’altronde, noteremo che anche nell’analisi della produzione culturale all’interno di una città non viene spesa una parola non solo per la definizione di cultura – che viene data evidentemente per scontata – ma anche per l’analisi del rapporto tra industria culturale, divertimento, consumo, atomismo sociale, identità nazionale e conseguente degenerazione della cultura stessa a intrattenimento. Ma, come vedremo, anche questo non deve sorprenderci.

Proseguendo nella lettura del documento, possiamo leggere che l’accesso dei privati nel sistema del welfare e della cultura viene considerato come una risposta da incoraggiare a fronte della scarsità di risorse del pubblico e anzi si considera auspicabile anche uno snellimento della macchina comunale al fine di recuperare risorse da investire sul personale. Insomma meno dirigenti e meno assessori e più personale: siamo di fronte al solito refrain populista/liberista che vorrebbe la politica come zavorra dello sviluppo e del benessere di una comunità.

Come vedremo anche più avanti, il documento non mette in discussione, in alcun luogo, le politiche di austerità neoliberista che sottraggono risorse alle istituzioni pubbliche, ma si limita a prendere atto del calo di risorse per proporre ancora più intervento privato nelle politiche sociali e culturali.

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La crediamo innocenza ma è ancora violenza

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di Serena CORTI

Faccio parte di alcuni gruppi su Facebook, come la maggior parte di noi.

In uno di questi ieri un giovane uomo ha asserito che noi donne non dobbiamo fare un dramma se non abbiamo un bel fisico o una pancia piatta perché in fondo la cosa più importante per una donna è che quella pancia verrà riempita da un figlio, che una donna realizza pienamente se stessa solo quando è incinta e poi diventa madre. Che addirittura in quel momento raggiunge l’apice della sua bellezza.

Io sono madre. Amo mia figlia profondamente. Ho adorato tenerla dentro di me per 9 mesi.
Ma sono rimasta decisamente senza parole quando ho letto queste affermazioni benché fatte, immagino, in buona fede.

Ho trovato violento il commento.

Violento sottilmente perché il ragazzo in questione non si è reso nemmeno conto di aver rimandato un immagine sessista delle donne, un’immagine che ci “ autorizza” ad essere belle e realizzate solo ed esclusivamente nel momento in cui ci riproduciamo popolando il mondo di altri uomini.

Violento perché non ha tenuto minimamente conto di tutte quelle donne che per volere o per impossibilità non saranno mai madri, che di questo soffrano o ne facciano un punto di forza.

Violento perché pensare che tutto il mondo di una donna si riduca all’essere madre e che questo ci debba bastare è come sentirsi dire tutti i giorni che non valiamo abbastanza per avere altro nella vita o come venire schiaffeggiate quotidianamente.

Violento perché non considera che nessuna donna ha bisogno del benestare di un uomo per sentirsi realizzata, nessuna di noi ha bisogno che siano gli uomini a dirci quali sono i motivi per cui dobbiamo essere serene e sicure di noi stesse.

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La mano invisibile ora la vediamo. E’ un artiglio

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di Cosimo D. MATTEUCCI

C’è crisi, vero?
Una crisi amarissima, devastante, globalizzata, che sta erodendo non solo i patrimoni e i salari, ma anche credenze, dogmi, privilegi, idee radicate, tante speranze, e tanti diritti, specialmente quelli delle persone che stanno là, in fondo alla scala sociale.

E’ una crisi che ha investito gli Stati, che ha investito l’Italia e tutti i suoi comparti economici: dall’industria al commercio, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, sia manuale che intellettuale, colpendo innanzitutto i più deboli di ciascuna di esse; tuti gli altri infatti hanno sicuramente un reddito sufficiente per resistere ed attendere congiunture economiche più favorevoli, salvo non stiamo traendo profitto proprio da quelle attuali..

Ma perchè? Quali sono le sue cause di questa crisi? Ci avete mai pensato?
La risposta viene da sé: basti pensare che di fatto stiamo vivendo in una società modellata in base alle esigenze del mercato.

Quella “MANO INVISIBILE” E’ DIVENTATA VISIBILE e governa la politica, la morale, ed anche il diritto.

Quella mano opera in quello Stato, e poi in quell’altro, si inframmette in quel rapporto e in quell’altra relazione perchè deve prendere, deve prendere sempre, deve prendere il tuo lavoro, deve prendere i tuoi soldi, deve prendere la tua energia, deve prendere la tua vita, e deve prenderla per alimentare la sua.

Quelle che noi stiamo vivendo sono le conseguenze del liberismo, del libero mercato, delle libertà economica, che è solo arbitrio del più forte, in cui tutto è subordinato al profitto, a cominciare dai diritti delle persone.
E’ un sistema che non dovrebbe far stare tranquillli nemmeno i capitalisti, perche c’è sempre un capitale più grande di un altro.

E adesso prova ad alzare la testa: la vedi quella mano?

Un po’ di memoria storica?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

In questi giorni ho tentato di scrivere qualcosa sul razzismo crescente, sul rigurgito fascista che il nostro Paese sta vivendo, sull’omofobia dilagante e mi sono reso conto che l’impresa non è certamente facile perché, il fascismo, con tutto il resto appresso, non è per lo più un movimento politico, è una patologia di massa, come la definì Wilhelm Reich, il famoso psicoanalista allievo di Freud in “Psicopatologia di massa del fascismo”.

Tutto ciò che non tollera, tutto ciò che non ammette opinione diversa dalla propria, tutto ciò che è certezza, ma senza la fatica dello studio, della controanalisi, del dialogo, tutto ciò che è ricerca di una sicurezza posticcia alle proprie paure e alle proprie nevrosi da addebitare a un nemico, può essere inquadrato appunto nel fascismo.
Bisognerebbe quindi analizzare ogni genere di comportamento per poi determinare chi si può definire fascista.

Tralascio la violenza che è peculiare dei loro gruppi organizzati, che il ministro degli interni “tollera” in contrasto con la legge n. 645/1952 che “sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma,la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ossia quello nazista). Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni
“.

Tra l’altro questo tipo di fascismo è riconoscibile quindi in teoria più “controllabile” ed emarginabile, naturalmente se lo si vuole fare.

Quello che fa più paura è quello, appunto patologico, dell’uomo della strada, delle masse che incitate dai nuovi fascisti – con propaganda subdola ampiamente gonfiata dai media – a pratiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di agire, anche senza saperlo, abbracciano questa ideologia e con le loro considerazioni trascinano chi non è in grado di capire dove arriva il ragionamento cadendo quasi sempre nel luogo comune, fascista, e nel qualunquismo, fascista.

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Credo che per essere di sinistra…

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Maurizio SANTAROSSA

Valori di sinistra?

Il valore della giustizia sociale, di una Società che non imponga una uguaglianza artificiale ma che dia a tutti eguali opportunità. Una Società che creda nella condivisione di questi valori e nel sostegno ai deboli e questa si chiama solidarietà. Solidarietà che non si esaurisce nelle idee e negli atteggiamenti ma che si concretizza nei fatti e questo significa welfare e stato sociale.

Libertà, che deve dissociarsi dal significato distorto imposto oggi dalla globalizzazione , perché non significa liberismo anarcoide, ma mantiene il suo antico significato che prevede la libertà propria sempre in relazione con la libertà degli altri. Quella libertà all’interno di precise regole che costituisce la base della democrazia. Democrazia che significa governo del popolo mediante le partecipazione ed il controllo e non solamente mediante la delega.

Credo che essere di sinistra significa credere che i diritti debbano essere quali per tutti e che debbano essere stabiliti da Leggi e regole e non concessi dal paternalismo di oligarchie basate su una gestione distorta del potere. Credere che non vi possa essere sviluppo se esso non comporta un miglioramento della esistenza per l’intera Società, che non vi possa essere vero sviluppo senza giustizia sociale.

E che non vi possa essere libertà in un Paese nel quale vi sono uomini e donne in vendita e chi ha il denaro per comperarli.

E che non vi possa essere speranza di futuro in un Paese nel quale il dieci per cento delle famiglie detiene l’ottanta per cento della ricchezza del paese, ed a pagare le tasse sono soltanto il restante novanta per cento di famiglie che tutte insieme si debbono accontentare di dividersi il restante venti per cento.

E che non si può pensare di cominciare a ricostruire un futuro per i nostri figli in un Paese nel quale la criminalità organizzata è talmente collusa con il suo Governo che alcuni suoi esponenti siedono sugli scranni del Parlamento.

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Giù le barriere

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di Elisabetta DESTASIO

Sono impopolare, lo so.

E me ne fotto.
Dopo il familyday, come incipit di questo solstizio, io scelgo la libertà di scelta.

Ieri, rispondendo ad un post straordinario del mio compagno, avevo dato la risposta che segue:  “… Io verrei a cena fuori con te anche non sapendo cosa indosseresti ed ancor di più non conoscendo la natura del tuo sesso. Amo la persona, senza genere di appartenenza. Il muro è nella testa ed in special modo, nella non condivisione e nella mancanza di laicità di uno Stato. In certi casi è proprio là, che ha luogo ed attecchisce la “cultura catto-fascio-maschio-cazzo dipendente” ed è proprio quella che, spesso, lascia indietro “la realtà dei sentimenti” e che si affida al pudicismo, al bigottismo, fino a giungere alla violenza per non condivisione. Viva pure la famiglia, sì. Ma la famiglia che mi pare e piace, anche col rossetto rosso e le scarpe alte di vernice e tra le gambe infinito Amore.”

Avevo scritto un brano, qualche anno fa, in merito alla questione di cui sopra.
Bene: siccome ognuno è libero di professare il proprio credo e di vivere in base alle proprie filosofie di vita, in egual misura mi sento libera anche io di esprimere la mia.
Puttane, trans e papponi, sono un po’ ovunque. E opportunisti e stronzi poi, non vi dico quanti! Magari anche potenti, politici, intellettuali.

E non comprendo sinceramente, dove sia il problema, visto che i più si nascondono proprio dietro altre identità.
Alcune signore che incontro lungo i viali hanno da raccontare storie più interessanti di chi prega un dio in chiesa e poi si traveste in gran segreto, per paura di far torto a qualcuno, di non essere adeguato.

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Cenere celere. Un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore

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di Salvatore VIVENZIO

[dal suo Blog Cronache di un uomo morto]

Cenere Celere è un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore. E’ denuncia di un ambiente, di un ripetersi di situazioni.

Con queste righe io non mi espongo politicamente ma ideologicamente. Io non giustifico nessuno, anzi condanno. Io sono per la libertà e mai per l’oppressione. Non c’è buono e cattivo in questo racconto, ci sono solo esseri umani. Non c’è partito ma solo immedesimazione. Per me non esiste lo sbirro ed il black bloc, per me esistono gli uomini.

Non contano la divisa o il passamontagna ma chi c’è sotto la divisa o dietro il passamontagna. Ho cercato di capire cosa potrebbe pensare una persona in una determinata situazione.

Cenere Celere. E’ cenere tutto ciò che viene represso. Cenere veloce, celere, che scorre e sparisce. La Celere trasforma in cenere tutto ciò che si trova davanti. Questo racconto è puro frutto della mia fantasia, non c’è nulla di reale (nel senso stretto del termine).

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“Tanto contro i sogni c’hanno messo il manganello. “

– Mezzosangue

Che ci fanno qui questi ragazzi? Cosa vogliono? Cosa urlano? Attraverso questo casco non riesco a sentirli. Quello somiglia a mio figlio Andrea.

Dalle retrovie qualcuno grida, ma non riesco a comprenderne il motivo, i ragazzi sembrano tutti tranquilli. Sento qualcosa che batte continuamente sulle spalle mentre gli scudi rimbombano.
Qualcosa precipita dall’alto colpendo alcuni di noi. Cosa succede? Sono pietre? Da qui sotto non vedo niente, avverto solo l’ennesimo forte grido che rimbomba tra la Celere. Avverto le sillabe: Ca – Ri – Ca – Re. Caricare. Ma perché? Mi chiedo cosa abbiano fatto questi ragazzi. Mi sembrano innocui, mentre i miei colleghi appaiono minacciosi, imbronciati, con lo sguardo irato sotto la visiera. Sono studenti, alcuni sono minorenni, si vede dallo sguardo. Qualche coglione ha tirato una pietra, e allora? I coglioni sono dappertutto. Lasciamoli stare, restiamo al nostro posto. Poi penso : voi non protestereste contro questa casta, questa mafia, questa gente che ruba e gioca con il futuro di giovani e vecchi di questa nazione? Non siete, anche voi, un po’ stanchi?
Quasi penso di unirmi a loro, poi mi ricordo che chi gioca con le nostre vite è la stessa persona che mi paga. I rumori aumentano, sento le urla fin dentro la gabbia toracica. Alla fine il mormorio esplode.
Ancora: Caricare.

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La sinistra risorgerà da sola

germogliorosso

E’ ragionevole, chiunque lo capisce: E’ facile.
Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere.
Va bene per te, informatene.
Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio.
E’ contro il sudiciume e contro l’idiozia.
Gli sfruttatori lo chiamano delitto.
Ma noi sappiamo:
è la fine dei delitti.
Non è follia ma invece
fine della follia.
Non è il caos ma
l’ordine, invece.
E’ la semplicità
che è difficile a farsi.

(Bertolt Brecht – 1933)

di Antonio DITARANTO

E’ la semplicità che è difficile a farsi”: sono le parole con le quali si chiude “lode del comunismo”, una splendida poesia di Bertolt Brecht.

Ecco, ho voluto citare questa frase per cominciare a scrivere queste mie personalissime riflessioni proprio perché credo che ciò che manca al mondo dove per decenni mi sono onorato di appartenere è appunto quella semplicità che oggi è divenuta ancor più difficile da farsi, ma forse anche solo da immaginare.
Se pensiamo che ciò che può essere racchiuso nel concetto di quello che significhi sinistra sia un qualcosa ipotizzato ed immaginato con la nascita del pensiero liberale del periodo post rivoluzione francese e con il proliferare di tendenze ideologiche e filosofiche avanguardiste dell’Europa del 1700 e 1800, sbagliamo di grosso.

A Marx, ma anche a Bakunin, Engels ed altri filosofi rivoluzionari del periodo va senz’altro il merito di aver ipotizzato una società che potesse opporre la gestione comune dello stato a quella di pochi che avanzava nel nuovo assetto europeo e gestito dai nuovi latifondisti e industriali che avevano sostituito le signorie.

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Non mi vergogno di essere di sinistra

puntina

Rubrica “IN BREVE”


di Nada FRASTOR

Quelli come me possono parlare di sinistra senza scadere nel ridicolo.

Perchè ho vissuto l’essere di sinistra quotidianamente, da 50 anni…

Ho vissuto Democrazia Proletaria, ho vissuto Rifondazione, ho vissuto i primi radicali, ho vissuto stragi, scioperi, manifestazioni per la pace…
Ho vissuto il non aver chi votare, ma votare chi era più a sinistra.

Ho vissuto il lavoro in nero, ho vissuto il precariato, ho vissuto Beppe Grillo speranzosa.

Ho vissuto le pallottole della guerra in Jugoslavia che mi fischiavano sopra la testa, ho vissuto la paura di quella guerra per i miei parenti e amici che vivevano lì, e ho vissuto la paura per i miei amici negli Usa…Per il Vietnam quando finivano incarcerati, o scappavano in Canada.
Ho vissuto la paura delle Twin Towers, ho vissuto la paura del Cile con la mia amica rifugiata.

Ho lottato sul lavoro per avere unione tra colleghi, ho insegnato a mio figlio la solidarietà, la pace, l’onestà e la libertà di essere ciò che è..

Si, io penso che posso parlare di “sinistra” senza cadere nel ridicolo…

Anche se non ho mai avuto una tessera di partito, ma ho sempre ragionato con la mia testa. E non mi sento di giudicare chi ha votato un partito che io non ho mai votato: conta la voglia di riunirsi in un comune sentire, di realizzare, nella propria testa e nelle azioni, che si deve cambiare. Che la vita è una e tutti hanno il diritto di viverla serenamente.

Oggi ho scelto di rinunciare alla mia pensione minima perchè volevo vivere questi anni che mi rimangono. Preferisco vivere modestamente che lavorare sino a 67 anni. Si ho lasciato un posto ad una persona più giovane e che ha più bisogno di me.

Si, credo proprio di non essere ridicola nel parlare di sinistra.

Lorenza Carlassarre: la Costituzione è un progetto di vita

di La Redazione

Il 6 giugno a Roma, l’Assemblea costitutiva di Coalizione Sociale si è aperta con l’appello dell’illlustre giurista Lorenza Carlassarre a difendere principi e prassi costituzionali che stanno per essere divelte e colpevolmente messe in disparte dalla legislazione dell’attuale governo di Matteo Renzi.

La Costituzione Italiana è la grammatica della nostra libertà, della nostra democrazia parlamentare, dei diritti sociali.

E’ un progetto di vita per le generazioni attuali e quelle future. Il potere governativo deve applicarla, non ignorarne i principi e tradire il progetto su cui si fonda la coesione del Paese.

Lorenza Carlassare si è quindi rivolta agli operatori del diritto: magistrati e avvocati. Si deve fare di tutto per far riconoscere come incostituzionali le norme del Jobs Act che violano i principi relativi all’equa retribuzione e ai diritti di chi lavora. Così come si devono portare l’Italicum e la Buona Scuola, che non è affatto buona, davanti alla Corte per verificarne tutti gli aspetti che non attuano il dettato costituzionale, ma che invece ne distorcono il progetto. Il suo progetto di democrazia dove la sovranità APPARTIENE al popolo. Che ne è stato defraudato.

Ascoltiamola.