Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

emilianomeloni

di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
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Due ragazzi, il mio ricordo per loro: Elena Pacinelli e Walter Rossi

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di Marcello COLASANTI

Il 29 Settembre del 1977 una Mini Minor bianca passa per Piazza Igea e dal suo interno vengono fatti esplodere numerosi colpi d’arma da fuoco, indirizzati verso un gruppo di ragazzi che stazionano nella piazza.

Piazza Igea (oggi Piazza Walter Rossi), nel quartiere Trionfale di Roma, costituiva un ritrovo per i militanti della sinistra di Roma nord, grazie agli edifici occupati della “Casa Rossa”, ma allo stesso tempo, è geograficamente il crocevia tra le zone della Balduina, Monte Mario e Vigna Clara, quartieri feudo della Roma nord di estrema destra, con all’interno alcune delle sezioni del Movimento Sociale Italiano più attive della capitale, da dove partivano soventi raid contro i luoghi d’aggregazione della sinistra romana.

Di quei numerosi colpi, tre colpiscono Elena Pacinelli di 19 anni, che morirà prematuramente data la sua condizione di salute precaria, aggravata dalle complicanze innescate dall’attentato.

Scossi dall’accaduto e dai ripetuti attacchi che si verificavano quotidianamente nella capitale in quei pesanti anni, il giorno dopo, 30 Settembre, con l’obiettivo di distribuire volantini e rendere noto l’attentato ai residenti del quartiere Balduina, viene organizzata una manifestazione con i ragazzi del “Pomponazzi”, palazzo popolare con all’interno un grande cortile, luogo di ritrovo per molti militanti e ragazzi di quartiere.

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L’Italia del 12 dicembre. L’Italia che resiste.

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1969. Un vento di libertà, fantasia e progresso proveniva, durante tutti gli anni ’60 dagli Stati Uniti, dall’Europa, soprattutto dalla Francia, dall’Italia. Il fermento dei “tempi nuovi” prodotti dalla progressiva emancipazione delle masse dagli orrori della guerra e dell’ignoranza era una forza propulsiva che sembrava inarrestabile. Diritti civili e sociali richiesti, pretesi come sacri ed inviolabili in tutto l’Occidente. Si voleva finalmente attraversare la nuova frontiera per tutta l’umanità. Attraverso la democrazia e non sotto il potere tirannico dei partiti unici.
Ma a Dallas (dove fu ucciso John F. Kennedy) e Los Angeles (dove morì suo fratello Robert), si iniziò a reprimere, nel sangue, tutto. Il ’68 era stato spontaneo, fantasioso e disordinato. La volontà di repressione, calcolata, fredda e metodica.
Arrivò il 1969, in Italia. E la “fabbrica dell’obbedienza”, la forza del moderatismo reazionario si colluse, ancora, con il fascismo.
Uno dei più chiari e analitici documenti di quell’epoca, fu il libro “La Strage di Stato” dal quale riprendiamo alcuni passi per dimostrare quale clima si voleva costruire per condurre ad un modello presidenziale forte ed autoritario.
Vi viene in mente qualche attinenza coi giorni d’oggi?

Non state sbagliando.
Ma non ci fu isteria. L’Italia seppe resistere. W l’Italia, del 12 dicembre e del 25 Aprile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.

E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto. Continua a leggere