Sinistra è amore

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di Antonio DITARANTO

Carissimi compagni,

è un mondo strano quello che stiamo vivendo: alla temuta vigilia di una guerra globale che potrebbe segnare in modo irreversibile il destino di questo nostro straordinario pianeta. E non solo per il disastro e le distruzioni che essa inevitabilmente causerebbe, ma anche per il progressivo imbruttimento, veramente già in atto da tempo, dei rapporti tra i popoli del mondo, tra le differenti culture e il divario sempre più incolmabile tra i ricchi e i poveri della terra.

Sembra quasi che tutti, e con tutti intendo anche noi che crediamo in valori universali di fratellanza e solidarietà, abbiamo perso la bussola della speranza che un mondo migliore possa essere possibile.

Ecco, la speranza, ossia quella grande forza interiore che ha spinto sempre milioni di uomini a guardare oltre i propri confini, verso un infinito dove l’amore per le cose belle della vita possa in qualche modo costituire quell’eden dove sia finalmente possibile una coesistenza armoniosa tra tutti gli esseri viventi, la natura e le infinite cose belle che ci è stato consentito poter ammirare durante questa nostra vita. Il più bel regalo che il destino potesse farci: consentirci di ammirare questo interminabile insieme di cose di straordinaria bellezza.

La speranza appunto, cosa se non la speranza spinge ancora oggi i migranti di terre martoriate dalla fame e dalle distruzioni ad affrontare viaggi senza una meta, viaggi che si perdono nel tempo e che per tanti, per troppi purtroppo, alla fine del viaggio altro premio non c’è se non il crudele destino della morte?

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Vajont. Per ricordare sempre

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di Ivana FABRIS

Avevo 2 anni e mezzo, quella notte. Probabilmente alle 22.39 di quel 9 ottobre del 1963, io e la mia famiglia già dormivamo, al sicuro nei nostri letti.
Per me nulla sarebbe cambiato, il mattino dopo, ma per i miei genitori molte cose sarebbero state profondamente diverse.
Mio padre, mia madre e mia sorella, al loro risveglio, avrebbero avuto la certezza che lassù, sulle montagne della loro terra, una ferita si era aperta e aveva spazzato via interi paesi. E migliaia di vite.

Non vissi in prima persona quei momenti ma sono cresciuta di e con quei momenti, di un lutto intimo che se anche non veniva esplicitato, c’era, lo si percepiva, lo si coglieva nell’aria in più e più occasioni.
La mia era una famiglia di emigranti con il richiamo della propria terra nel sangue. Una famiglia migrata a Milano perchè il Friuli era una regione povera, senza futuro, dicevano, ma ogni friulano che ha dovuto andarsene per il mondo, di quella terra ha sempre portato, inscritto in sé, un richiamo che mai ha conosciuto confini.
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Delle cose della natura e della politica

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di Ivana FABRIS


“Se riesci ad avere chiaro tutto questo,
la natura ti apparirà improvvisamente libera e priva di superbi padroni,
capace di realizzare ogni cosa spontaneamente da se stessa, senza interventi divini.”
(Lucrezio, De Rerum Natura)

Progettando giardini, se c’è una cosa che ho imparato e imparato bene, è che la stragrande maggioranza delle persone, ormai abituate alla velocità, al non saper aspettare, all’avere tutto e subito, al non conoscere la pazienza del rispetto dei cicli della vita, al consumare smisuratamente, vorrebbe un giardino nato oggi e adulto domani, dove domani significa esattamente domani.
Questo, spesso, obbliga chi progetta, quando non riesce a far capire al cliente che un giardino così non esista in natura, ad utilizzare il sistema del giardino di pronto effetto.
Non è una diavoleria o chissà quale arcano metodo, semplicemente si mettono a dimora più piante già cresciute, si riempie lo spazio che normalmente rimarrebbe vuoto a causa delle dimensioni delle giovani piantine, con un sovrannumero di essenze e di solito già adulte, così da far sembrare il giardino creato bell’è pronto, come avesse già qualche anno di vita. Continua a leggere

Res Publica

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di Massimo RIBAUDO

Non si può fare politica, cultura, azione sociale soltanto resistendo, come una diga, al flusso degli eventi.
Ha ragione Walter Siti: “Resistere non serve a niente“.
Al meccanismo economico e sociale che privatizza le vite umane, che fa delle informazioni, dei servizi alla persona – anche i più essenziali e necessari – e delle capacità relazionali una merce di scambio, che fa dell’esistenza umana una scommessa da vincere o perdere in base alla situazione famigliare e di nascita è inutile opporsi con ragioni e metodi del passato.

Vogliamo più cultura e più possibilità. Uguali possibilità“.
Ci rispondono, sorridendo beffardi, che abbiamo Internet.
Poco importa che senza le basi del gusto, dell’estetica, del discorso, del ragionamento, della grammatica, della sintassi, della logica – gli elementi di una coscienza e conoscenza umana che i primi anni scolastici e ottimi docenti ti offrono – questa immensa mediateca non sia fruibile.

Lo sarà per chi si può permettere quei docenti, quei metodi, quelle aule, quei tempi che servono ad apprendere, ad “imparare ad imparare”. E poi, per scalare società e guadagnare sui fallimenti in Borsa, non serve cultura e capacità. Basta un buon algoritmo matematico.

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