Il mio 25 Aprile

fiori

di Vincenzo G. Paliotti

Buon 25 Aprile a tutti compagne e compagni.
Celebriamo tutti questa festa che sancì la fine del fascismo, della schiavitù del popolo italiano, la fine di un periodo oscuro del nostro Paese.
Grazie a tutte le donne, agli uomini che contribuirono alla riscossa del Paese, che ci regalarono la libertà, un bene ineludibile, che a prezzo della loro vita liberarono il Paese. Non li dimentichiamo, facciamo in modo che siano sempre vivi e che siano d’esempio per tutti.

Oggi, però, a distanza di 70 anni sono tanti i 25 Aprile che io mi aspetto arrivino. Un altro 25 Aprile che ci liberi da chi ha preso in ostaggio il Parlamento sostituendosi a questo organo dello Stato per fare leggi e riforme concentrando ogni decisione su di sé e sulla direzione del suo partito instaurando di fatto una dittatura di partito con il pericolo di riportarci indietro, a prima di quel 25 Aprile 1945.

Un 25 Aprile che ridia ai lavoratori quei diritti conquistati in anni di lotte e cancellati con una riforma, il Jobs Act, illiberale ed anacronistica che riporta le condizioni dei lavoratori a quelle esistenti nel secolo scorso che tenevano i lavoratori in una condizione di servitù.

Un 25 Aprile che impedisca di privare il cittadino del diritto a scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento. Un 25 Aprile che ci liberi dalla corruzione, dalle infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale del Paese e che pesano in modo determinante sui nostri problemi economici. Un 25 Aprile che riporti la legalità nel Paese, quella legalità che lo stesso premier/segretario disprezza approvando l’arrivo nel suo partito, per poi candidarli a cariche pubbliche, di personaggi che hanno conti in sospeso con la giustizia buttando nella spazzatura la questione morale.

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Figli della stessa madre

europaancient

di Davide ENIA

Da dove c’è la guerra, non si scappa in aereo. Si fugge a piedi e senza visto per il semplice motivo che non vengono rilasciati. Quando la terra finisce, si sale su una barca.

In mezzo, ci sono i trafficanti di uomini, i soldi che pretendono, il deserto, gli stupri, il carcere in Libia, le botte, gli abusi, le mutilazioni.
Ci sono donne trasformate in giocattoli, fino a che non si rompono.
Ci sono bambine di nove anni incinte. Per una donna, è sempre peggio. Se si corrompono i carcerieri, si può salire sul barcone, spinti dai mitra, ammassati fino allo stremo, altrimenti si muore lì, di fame, di botte, di percosse.

Gli italiani, considerati bestie fino a pochi anni fa, migrarono per disperazione, la stessa che porta persone che mai hanno visto il mare ad affrontarlo in queste condizioni allucinanti. È necessario ribadire codeste ovvietà per fare chiarezza, in un momento in cui i cadaveri vengono accumulati uno sull’altro per fare campagna elettorale.

Parto quindi dalle origini, ché è la fonte da cui sgorga l’acqua che ci abbevera.

Una ragazza fenicia scappa dalla città di Tiro, attraversando il deserto fino al suo termine, fino a quando i piedi non riescono più andare avanti perché c’è il mare Mediterraneo di fronte.
Allora incontra un toro bianco, che si piega e la accoglie sul dorso, facendosi barca e solcando il mare, fino a farla approdare a Creta.
La ragazza si chiamava Europa. Questa è la nostra origine.
Siamo figli di una traversata in barca.

Restare umani

puntina

Rubrica “IN BREVE”


di Paola Cecilia CORSI

Di fronte a queste morti mi sento in colpa ed impotente. Mi sento in colpa, perché ho tutto e loro hanno meno di niente; hanno solo la libertà di decidere se morire per la guerra o tentare di non morire su una barca che, forse, li porterà alla non morte…

Parlare di vita mi sembra un concetto ancora troppo lontano per loro.

Mi sento impotente, perché lo sono, almeno nell’immediato. Ho immaginato 700 o 900 corpi distesi uno accanto all’altro ed io che mi muovo lungo questa fila, fermandomi davanti ad ognuno di loro.

Vedo donne, vedo uomini, vedo bambine e bambini, vedo cuori che hanno palpitato per amore, per paura, per orgoglio, per felicità.

Vedo mani che hanno accarezzato, che hanno sostenuto, che hanno lavorato, che hanno consolato, che hanno asciugato lacrime, che hanno giocato. Vedo gambe che hanno corso per fuggire da un orrore che i loro occhi non volevano più vedere…vedo ciò che loro non vedranno più!

Scusatemi, scusatemi, scusatemi.

Blowin’ in the wind

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento

Questa è la prima strofa di una notissima canzone degli anni ’60 di Bob Dylan, “Blowin in the Wind”, che si pone tante domande che dovrebbero risuonare nelle coscienze di tutti.

Domande che si sono perse nel vento, come il senso di umanità, in questo inizio di nuovo millennio.

Chissà perché, rileggendo la tragedia di più di 700 anime perse nel “Mare Nostrum”, come lo chiamavano gli antichi, mi è venuta in mente questa canzone. Forse perché queste parole si rivolgono alle coscienze della gente, forse perché parlano di guerre che dovrebbero finire e con esse gli esodi di quei disperati che stanno trasformando il “Mare Nostrum” in una grossa tomba, qualcuno l’ha chiamata “fossa comune”, alla quale sappiamo opporci soltanto con l’indignazione, la pietà di chi dovrebbe e potrebbe invece fare molto di più.

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Ti chiedo scusa

immigrati

di Nello BALZANO

Ti chiedo scusa se solo oggi e per qualche altro giorno ancora, fino a quando vedrò le notizie sulla tua disgrazia, mi ricordo che esisti anche Tu con le Tue necessità.

Ti chiedo scusa, ma sai forse questo sentimento lo abbiamo solo io e “pochi altri” e forse, visto che non possiamo pretendere con queste forze di cambiare il mondo, alla fine rinunciamo a salvarTi.

Ti chiedo scusa, perché io non sono razzista, però a volte guardo quelli come Te con sospetto e timore, perché forse non abbiamo ancora compreso appieno cosa significa integrazione e rispetto delle sofferenze altrui.

Ti chiedo scusa, so che forse stai scappando dal Tuo Paese in guerra e io non è che faccio tanto perché il mio non venda più le armi a chi uccide i Tuoi cari.

Ti chiedo scusa, ma sai abbiamo l’EXPO e non possiamo permettere di occupare luoghi che possono servire ad ospitare i visitatori che hanno già comprato i biglietti, poi forse per qualcuno, non è una bella immagine l’eventuale Tua presenza da dare a loro.

Ti chiedo scusa, avevamo un sistema di controllo delle coste che permetteva di arrivare vicino ai luoghi della Tua partenza si chiamava Mare Nostrum, ma erano tanti quelli che si salvavano e non sapevamo dove ricoverarli, allora abbiamo chiesto aiuto all’Europa, così si è trovata la soluzione TRITON si sono ridotte le risorse umane ed economiche e si salvano solo quelli che con le loro carrette, hanno la fortuna di avvicinarsi molto di più a noi.

Ti chiedo scusa, ma vivo in un Paese dove qualcuno che si candida a governare, dice che Ti devo aiutare a casa Tua e bloccarTi prima che la Tua barca possa salpare e me lo dice tutti i giorni con tutti i mezzi messi a sua disposizione, perché aumenta lo share e si può vendere più pubblicità, noi abbiamo bisogno di tutto questo perché siamo in crisi.

Ti chiedo scusa perché forse i Tuoi cari che aspettano notizie di un Tuo futuro migliore, non sapranno mai cosa Ti è successo e nessuno potrà venire a piangerTi, anche perché sulla tomba non ci sarà nemmeno il Tuo nome.

Ti chiedo scusa se domani mi sarò dimenticato di Te, come mi sono dimenticato di quelli prima di Te e probabilmente succederà che dovrò commuovermi nuovamente, quando succederà di nuovo a quelli come Te.

E chiedo scusa anche a te, che non ritieni di doverti far perdonare qualcosa, perché forse hai ragione: non è colpa nostra se siamo nati qui.

Non abbiamo più bisogno di Frontex, di Triton, di nulla

salvataggio01

di Luca SOLDI

Non abbiamo davvero più bisogno dell’aiuto europeo di Frontex.
Neppure di Triton, della sua vergognosa ed inutile messa in pratica ed evoluzione.

Non abbiamo bisogno delle elemosine di chi offre un obolo solo davanti alle bare che riempiono la terra di Sicilia.
Non abbiamo bisogno di proteggere le nostre coste con tre barchette targate Europa
.

Occorre l’impegno e la volontà di chi ha a cuore la vita.
Le nostre “amate forze” bastano da sole.
Quelle navi della Guardia Costiera, della Marina, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto.
Ma anche i pescherecci di Mazzara e le navi mercantili. Ci sono solo loro.

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