La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

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Generazione di schiavi

servo e padrone

di Immacolata LEONE

Il nostro è proprio un sistema marcio alla base, mancano le fondamenta del rispetto delle leggi e delle persone.
Tempo fa mi sono trovata, per conto terzi, ad una di quelle visite con la Commissione di accertamento delle invalidità, là dove simpatici doctors, competenti e non, facevano le verifiche, appunto, delle invalidità.

Hanno attirato la mia attenzione alcuni soggetti. C’era un giovane, chiaramente e inequivocabilmente, non vedente; tre o quattro anziani in carrozzina con patologie a mio avviso irreversibili, un giovane chiaramente con disturbi mentali e una ragazza apparentemente normale. A tutti erano state sospese le mensilità di invalidità previo accertamento delle stesse e successiva visita annuale di controllo.

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I Protocolli degli Anziani di Sion

Una bugia pericolosa: "I Protocolli degli Anziani di Sion", mostra inaugurata nel Gonda Education Center del Museo Statunitense dell'Olocausto nell'aprile 2006. Fonte: US Holocaust Memorial Museum

Una bugia pericolosa: “I Protocolli degli Anziani di Sion”, mostra inaugurata nel Gonda Education Center del Museo Statunitense dell’Olocausto nell’aprile 20
Fonte: US Holocaust Memorial Museum



Vorremmo tanto concludere questa giornata con una buona notizia com’è ormai consuetudine della pagina Facebook del blog di Essere Sinistra e purtroppo, sugli argomenti che abbiamo trattato, non è possibile, tant’è che ancora oggi viene contrabbandata come verità questa nefandezza della propaganda che sono i “I protocolli degli Anziani di Sion” di cui parla ampiamente il sito dell’Enciclopedia dell’Olocausto.

Chiudiamo riprendendo nuovamente la frase di Primo Levi che ha aperto questa giornata sulla nostra pagina: “Auschwitz è fuori di noi ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia

NON DIMENTICHIAMOLO

La Redazione



“Se mai è esistita un’opera in grado di generare odio di massa, i Protocolli di Sion sono quell’opera… Questo libro contiene solo bugie e calunnie”  Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace

I Protocolli degli Anziani di Sion costituiscono la pubblicazione antisemita più famosa e più diffusa dell’era moderna. Le bugie che essi contengono sugli Ebrei, anche se più volte screditate, continuano a circolare ancora oggi, specialmente su Internet. Le persone e i gruppi che hanno usato i Protocolli sono legati da un unico obiettivo: diffondere l’odio contro gli Ebrei.

I Protocolli sono in effetti un’opera di pura fantasia, scritta appositamente con l’intento di addossare agli Ebrei la colpa di tutta una serie di problemi. Coloro che li diffondono sostengono che essi documentino una cospirazione ebraica che avrebbe come obiettivo il dominio del mondo. In realtà, la cospirazione e i suoi supposti ideatori, i cosiddetti Anziani di Sion, non sono mai esistiti.

LE ORIGINI DI UNA MENZOGNA

Nel 1903, alcune parti dei Protocolli degli anziani di Sion furono pubblicate in serie da un giornale russo, Znamya (Il Manifesto). La versione dei Protocolli poi tramandata e tradotta in dozzine di lingue è però quella pubblicata per la prima volta in Russia nel 1905, come Appendice a Il Grande all’interno del Piccolo: la Venuta dell’Anti-Cristo e il dominio di Satana sulla Terra, dello scrittore russo Sergei Nilus.

Nonostante l’esatta origine dei Protocolli rimanga sconosciuta, il suo intento è chiaramente quello di rappresentare gli Ebrei come cospiratori contro lo Stato. In 24 capitoli – che contengono la presunta trascrizione di incontri dei capi della comunità ebraica – i Protocolli “descrivono” i “piani segreti” degli Ebrei per governare il mondo attraverso il controllo dell’economia e dei media e attraverso la provocazione di conflitti religiosi.

Dopo la Rivoluzione russa del 1917, alcuni fuoriusciti anti-bolscevichi portarono i Protocolli ad Occidente. In poco tempo essi cominciarono a circolare in tutta Europa, nonché negli Stati Uniti, Sud America e Giappone. Una traduzione araba apparve per la prima volta negli anni Venti.

A partire dal 1920, il giornale di proprietà del magnate dell’automobile Henry Ford, il The Dearborn Independent,, iniziò la pubblicazione di una serie di articoli basati in parte sui Protocolli. Il libro contenente questa serie di scritti, L’Ebreo Internazionale, venne poi tradotto in almeno 16 lingue. Sia Adolf Hitler sia Joseph Goebbels, che sarebbe poi diventato Ministro della Propaganda, lodarono Ford e l’ Ebreo Internazionale.

LA TRUFFA SMASCHERATA

Nel 1921 il London Times confermò che i Protocolli erano stati in larga parte copiati da un satira politica francese in cui gli Ebrei non venivano mai menzionati: Maurice Joly Dialogo all’Inferno tra Machiavelli e Montesquieu (1864). Altre ricerche rivelarono che i Protocolli si erano ispirati anche a un capitolo del romanzo dell’autore prussiano Hermann Goedsche Biarritz (1868).

L’ERA NAZISTA

L’ideologo del Partito Nazista Alfred Rosenberg portò all’attenzione di Hitler i Protocolli all’inizio degli anni Venti, quando Hitler stava lavorando alla sua ideologia e visione del mondo. Hitler fece riferimento ai Protocolli in alcuni dei suoi primi discorsi politici e, per tutta la durata della sua carriera, sfruttò il mito degli “Ebrei-Bolscevichi” che cospiravano per controllare il mondo.

Durante gli anni Venti e Trenta, i Protocolli degli Anziani di Sion giocarono un ruolo importante nella propaganda nazista: il Partito infatti pubblicò almeno 23 edizioni dei Protocolli, tra il 1919 e il 1939. Inoltre, dopo la presa del potere da parte del Nazismo, nel 1933, alcune scuole usarono i Protocolli per indottrinare gli studenti.

LA TRUFFA SMASCHERATA

Nel 1935, un tribunale svizzero multò due leader nazisti per aver fatto circolare a Berna (Svizzera) un’edizione in tedesco dei Protocolli. Il giudice che presiedeva il processo dichiarò i Protocolli “diffamatori”, “un chiaro falso” e “un cumulo di ridicole sciocchezze “.

Nel 1964 il Senato Americano pubblicò un rapporto che dichiarava i Protocolli un’opera di pura “invenzione”. Il Senato definiva i contenuti dei Protocolli “privi di senso” e criticava coloro che li “diffondevano”, accusandoli di usare gli stessi metodi propagandistici di Hitler.

Nel 1993, un tribunale russo deliberò che Pamyat, un’organizazione di estrema destra, aveva commesso un atto antisemita pubblicando i Protocolli.

Nonostante questi episodi in cui i Protocolli sono stati pubblicamente dichiarati un falso, essi rimangono il testo antisemita più influente pubblicato negli ultimi cento anni e continuano ad attirare gli antisemiti, sia gruppi sia singoli individui.

I PROTOCOLLI AL GIORNO D’OGGI

Secondo il “Rapporto sull’Antisemitismo Globale” redatto nel 2004 dal Dipartimento di Stato Americano, “L’obiettivo dei [Protocolli è] chiaramente quello di incitare all’odio contro gli Ebrei e contro Israele”.

Negli Stati Uniti e in Europa, i Protocolli vengono promossi e fatti circolare dai Neo-nazisti, da coloro che sostengono la supremazia della razza bianca, e dai Negazionisti. Libri basati sui Protocolli sono disponibili in tutto il mondo, persino in paesi dove non vi sono che pochi Ebrei, come il Giappone.

Molti testi scolastici in tutto il Mondo Arabo e Islamico sostengono che i Protocolli siano autentici. Innumerevoli discorsi politici, così come articoli di giornale e persino cartoni animati per bambini si ispirano ai Protocolli. Nel 2002, la televisione egiziana, sponsorizzata dal governo, mandò in onda una miniserie basata sui Protocolli, un evento condannato dal Dipartimento di Stato Americano. L’organizzazione palestinese Hamas utilizza in parte i Protocolli per giustificare gli atti terroristici contro i civili israeliani.

Internet ha aumentato drammaticamente la possibilità di accesso ai Protocolli. Anche se molti siti denunciano i Protocolli come una frode, Internet ha reso facile usarli per diffondere l’odio contro gli Ebrei. Oggi, una semplice ricerca su Internet restituisce diverse centinaia di siti che disseminano, vendono o discutono i Protocolli, mentre, in altri casi, li denunciano come una frode.


Testo e immagine: http://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10007058

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

La costruzione del consenso: il fascismo e la comunicazione

IL RAZZISMO

 

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NELLA SOCIETA’

 

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DUCE! DUCE!

 

IL DUCE COMBATTENTE

DUCE COMBATTENTE

 

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DUCE PADRE

 

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DUCE ARTISTA

 

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DUCE E RE (FRANCOBOLLO)

 

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DIO
PATRIA-FAMIGLIA

 

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IL DUCE DOMINA IL TEMPO (CALENDARIO)

 

IL DUCE HA PARLATO!

IL DUCE HA PARLATO!

 

VINCERE!

VINCERE!

 

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L’ORA SEGNATA DAL DESTINO E’ SCOCCATA!

 

 

(immagini dal web)

Dichiarazione sulla razza

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Con questa dichiarazione anche in Italia si arriva alla genesi dell’orrore.
Un orrore ottenuto con il consenso, il consenso costruito, inculcato e ben radicato di un germe che non è mai morto.
Non dimentichiamolo mai.

La Redazione



Dal sito Olokaustos

Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale.
Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.

Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale. Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero.

Ebrei ed ebraismo

Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale, specie dopo l’abolizione della massoneria, è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoriuscitoè stato, in taluni periodi culminanti come nel 1924/25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al fascismo.
L’immigrazione di elementi stranieri, accentuatasi fortemente dal 1933 in poi, ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona. Continua a leggere

La costruzione del consenso: il fascismo, i giovani, la famiglia

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COLONIA ELIOTERAPICA

 

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MILANO - raccolta della lana durante il regime fascista due giovani studenti durante il tragitto per una via del quartiere portano a mano la busta con la lana.

MILANO – raccolta della lana durante il regime fascista due giovani studenti durante il tragitto per una via del quartiere portano a mano la busta con la lana

 

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(foto dal web)

La costruzione del consenso: il fascismo e la scuola

Le materie di studio

Le materie di studio

 

Obbedire, obbedire, obbedire

Obbedire, obbedire, obbedire

 

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QUADERNO DEGLI ESERCIZI DI MATEMATICA

QUADERNO DEGLI ESERCIZI DI MATEMATICA

 

Libro di testo di I elementare

Libro di testo di I elementare

 

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giovani

 

libro e moschetto

 

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(immagini dal web)

La fabbrica del consenso al fascismo

Una delle cartoline della propaganda del fascismo (Fonte: ANPI Lissone)

Una delle cartoline della propaganda del fascismo
(Fonte: ANPI Lissone)



Se la Germania era l’orrore, l’Italia fascista non era meglio, nè in termini di repressione nè in quelli relativi all’uso del consenso. Anche l’Italia ha dato il suo tragico e agghiacciante contributo più che attivo allo sterminio di ebrei, oppositori, rom, sinti, omosessuali, portatori di handicap, malati di mente, socialisti, comunisti e partigiani al pari della Germania.
In questo articolo pubblicato nel sito dell’ANPI di Lissone, il racconto dettagliato sul come il fascismo otteneva il consenso e possiamo dire che non avesse nulla da invidiare alla fabbrica del consenso tedesco.
Anche in questo scritto ci sono diversi passaggi che offrono spunti di riflessione sul momento che sta vivendo l’Italia oggi in relazione alla fabbrica del consenso e ai suoi capisaldi.

La Redazione



di Pietro SCOPPOLA

La campagna propagandistica per l’”oro alla patria” e la raccolta del ferro per farne cannoni segnò uno dei momenti di massimo coinvolgimento popolare, di massimo consenso di massa al regime fascista. Siamo alla fine del 1935, da pochi mesi l’Italia è in guerra. Gli italiani sono sollecitati da una massiccia propaganda ad offrire anche le loro fedi nuziali, sostituite da una fede in acciaio, per far fronte alle spese della guerra e alle sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia dopo l’aggressione all’Etiopia.

Anche esponenti dell’opposizione, come Croce o Albertini, consegnano le loro medagliette di ex parlamentari. Con l’oro si raccoglie anche il ferro: pregevoli ed antiche cancellate sono divelte per essere fuse e trasformate, secondo la propaganda del regime, in cannoni. In realtà l’oro raccolto è poca cosa: fra l’altro molti italiani, specialmente nei ceti medio-alti, donano fedi acquistate per l’occasione, nascondono le fedi vere per un futuro ancora incerto e mettono al dito le fedi d’acciaio. Il ferro delle cancellate è altra cosa da quello dei cannoni. Ma più che il risultato economico contava, agli occhi del regime, il coinvolgimento della popolazione civile nel clima bellico, la conquista del consenso. Continua a leggere

L’Indottrinamento della Gioventù

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Un ragazzino appartenente alla Gioventù Hitleriana posa per il fotografo nella città renana di Bruehl, 1934. Nel 1939 entrare nell’organizzazione giovanile nazista divenne obbligatorio per tutti i ragazzi e le ragazze compresi tra i dieci e i diciotto anni. (Fonte: Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz)



Ogni dittatura che “si rispetti” deve fare del consenso un meccanismo strutturato, un germe che radichi soprattutto nel terreno nelle nuove generazioni. E verrebbe da dire che sia doppiamente manipolatorio questo processo proprio perchè parliamo di bambini e giovani che hanno una pulizia di fondo e nessuno schermo con cui proteggersi.
Per il Nazismo è stato una vera e propria fabbrica, un processo sistematico e sistemico, proprio nel senso che entrava nel circolo della linfa vitale di ogni nuovo individuo e saturava ogni anfratto, ogni meandro della mente e questo articolo dell’Enciclopedia dell’Olocausto lo illustra molto bene e molto dettagliatamente.
Solo pensarlo è qualcosa che fa orrore ed anche qualcosa che non deve mai più accadere perchè quelle nuove vite, a loro volta, diverranno uomini e diffonderanno alla loro discendenza un germe che dovrebbe invece finire sterilizzato affinchè non si propaghi mai più, indipendentemente dal substrato che troverà.

La Redazione



“Questi ragazzi e queste ragazze entrano nelle nostre organizzazioni all’età di dieci anni e spesso è la prima volta che possono respirare un po’ d’aria nuova; dopo quattro anni trascorsi nel Gruppo Giovani passano alla Gioventù Hitleriana, dove li teniamo per altri quattro anni […] E anche se a quel punto non sono ancora dei Nazional Socialisti al cento per cento, poi passano nel Corpo Ausiliari e lì vengono ulteriormente ammorbiditi, per sei, sette mesi… Dopodiché, qualunque coscienza di classe o di status sociale possa essergli ancora rimasta… se ne occuperà la Wehrmacht [l’esercito tedesco].” Adolf Hitler (1938)

A partire dagli anni ’20, il Partito Nazista considerò la gioventù tedesca un obiettivo speciale dei suoi messaggi propagandistici. Quei messaggi insistevano sul fatto che il Partito costituisse un movimento particolarmente adatto ai giovani, in quanto fortemente dinamico, dalla mentalità elastica e che guardava al futuro con ottimismo. Milioni di giovani Tedeschi, inoltre, vennero conquistati dal Nazismo sia all’interno delle classi scolastiche che attraverso le attività extracurricolari. Nel gennaio del 1933, la Gioventù Hitleriana aveva solo 50.000 membri, ma alla fine dello stesso anno quella cifra si era incrementata fino a raggiungere più di due milioni di iscritti. Entro il 1936 avrebbe poi raggiunto i 5.4 milioni, ben prima cioè che iscriversi all’organizzazione diventasse obbligatorio, nel 1939. Inoltre, le autorità tedesche proibirono la costituzione di nuove organizzazioni giovanili, o sciolsero quelle già esistenti che potevano competere con la Gioventù Hitleriana. Continua a leggere

Una lettera da Primo Levi

La lettera originale inviata da Primo Levi a Monica Perosino. (Foto di proprietà della pagina Facebook "Anna Karenina e altre storie")

La lettera originale inviata da Primo Levi a Monica Perosino. (Foto di proprietà della pagina Facebook “Anna Karenina e altre storie”)



Ci permettiamo di pubblicare questa bellissima quanto angosciante lettera di Primo Levi, accompagnata dalle parole di Monica Perosino, che ringraziamo direttamente dal nostro blog per averla resa nota a tutti qui dalla pagina Facebook “Anna Karenina e altre storie

La Redazione



 

“Una lettera da Primo Levi”
[Monica Perosino, Torino]

A 11 anni, nel 1983, avevo appena finito di leggere “Se questo è un uomo”. L’avevo letto durante le vacanze di Natale, e riletto pochi giorni dopo l’Epifania. Ma restavano domande senza risposta: esiste la malvagità?

“Se questo è un uomo” era nella lista dei libri da leggere stilata dalla professoressa di italiano, Maria Mazza Ghiglieno. Neanche lei, che pure aveva sempre le domande e le risposte giuste, poteva risolvere il dilemma. Così, spinta dalla logica senza curve di un’undicenne, mi parve ovvio andare alla fonte. Cercai l’indirizzo di Primo Levi sulla guida del telefono per chiedere direttamente a lui: perché nessuno ha fatto niente per fermare lo sterminio? I tedeschi erano cattivi? Continua a leggere